Mafie e giustizia, by Emilio Giribaldi


by Emilio Giribaldi 
E’ con vero dispiacere che abbiamo appreso della perdita dell’amico Emilio Giribaldi, Magistrato di qualità, persona competente ben oltre il campo relativo al Diritto e al Diritto Costituzionale in particolare. Viveva ad Asti con la  famiglia, a cui vanno le nostre condoglianze, ma era parte di noi e, a testimonianza, basta cliccare su “CERCA” il suo cognome per trovare decine di interventi di vaglia. Per una commemorazione più precisa e documentata rimandiamo al link qui sotto e, per parte nostra, lo vogliamo ricordare affidandogli l’editoriale di fine anno 2014 – inizio anno 2015. Una piccola cosa che, speriamo, sia gradita a chi lo conosceva bene e a chi ha avuto modo di apprezzarlo anche solo tramite le nostre pagine.
Puntualmente, ad ogni scoperta più o meno eclatante di intrecci mafiosi tra politica, amministrazione, imprese private, delinquenti comuni, pregiudicati e faccendieri di varia estrazione, arrivano i proclami del governo in carica annuncianti giri di vite, indagini severissime, nomina di commissari o di commissioni e soprattutto nuove proposte di legge in osservanza stretta della ormai pluridecennale tradizione nostrana, rasentante l’ossessione, che pretenderebbe di risolvere tutti i problemi con le grida di manzoniana memoria. Alla tradizione non si è recentemente sottratto l’attivissimo e facondo attuale presidente del Consiglio a seguito della scoperta dell’ultimo pozzo nero romano, con l’annuncio in varie sedi di vari rimedi da adottare con la massima urgenza, magari con decreto legge.
Qualcuno dovrebbe spiegare al primo ministro-e naturalmente anche ai suoi stretti collaboratori e pure a molti parlamentari dalla chiacchiera facile-che per combattere il fenomeno mafioso, ammesso che sia ancora possibile
qualche successo non effimero, occorre innanzitutto studiare o quanto meno esaminare i fatti e anche, con un poco di umiltà, dar retta ai suggerimenti meditati e sensati di coloro che di tali fatti si occupano da anni o da decenni per dovere d’ufficio e magari anche a rischio della propria incolumità personale. Sottraendosi se possibile alla tentazione di facili battute demagogiche del tipo “i giudici facciano le sentenze”, “chi sbaglia paga” e simili, temi su cui si può legittimamente discutere ma estranei all’argomento. Dopodiché si potrebbe anche passare agli annunci, ma a ragion veduta. In caso contrario, come sta puntualmente succedendo, si rischia soltanto di perdere tempo e di contribuire al rimpolpamento del corpaccione legislativo al quale, anni fa, un pittoresco ministro distillato dalla Lega Nord pretese di imporre una cura dimagrante accendendo un falò di Gazzette Ufficiali, raccolte e altri documenti analoghi nel cortile di uno dei palazzi romani.
Non ci si deve stupire più di nulla, in materia. Basta ricordare che soltanto un paio d’anni fa alcuni noti cialtroni, aventi ancora e purtroppo molta voce in capitolo nella cosa pubblica, rigettavano sdegnosamente come notizie “false, esagerate o tendenziose” persino “atte a turbare l’ordine pubblico” (fatto costituente reato contravvenzionale: articolo 656 del codice penale!) gli avvertimenti ripetuti o i veri e propri allarmi da parte di studiosi, magistrati, funzionari di polizia, giornalisti, scrittori, e in genere di osservatori attenti e disinteressati, circa l’invasione crescente di personaggi altamente sospetti e di organizzazioni mafiose nel tessuto imprenditoriale e sociale praticamente di tutto il territorio nazionale. Ci sono voluti i “botti” di Milano, di Roma, della Liguria (solo per citare i principali) per sbugiardare gli ottimisti che - sia permessa la battuta dialettale sgrammaticata - “c’avevano il suo interesse”, come avrebbe detto Gilberto Govi a proposito di tale “Sciu Parodi”, a fare credere al popolo ritenuto bue che tutto marciava benissimo nel migliore dei mondi possibile.
 Il fatto è che (almeno per il momento) le associazioni mafiose hanno scelto una nuova linea di azione. Hanno preferito rinunciare ad agire con le bombe e gli ammazzamenti per passare alle infiltrazioni capillari nelle attività di qualsiasi genere, ma con netta preferenza per i settori delle costruzioni, delle opere pubbliche, dei rifiuti e dei servizi. Infiltrazione che si realizza attraverso contatti, intermediazioni sia di persone insospettabili (professionisti, agenti) sia anche di delinquenti comuni ma già esperti nel ramo, corruzioni, associazioni, per culminare in rapporti continuativi basati sul consenso connesso ad un interesse illecito comune e ottenuto attraverso varie sfumature di persuasione, dall’accordo amichevole all’intimidazione, al ricatto. Il sistema ha rivelato già da tempo, per chi ha gli occhi per vedere, la massima efficacia, tanto che si può ormai affermare che non c’è impresa o attività di una qualche importanza, specie quando sono in ballo soldi pubblici e relativi appalti e forniture, sulle quali non gravi quanto meno il pericolo di inquinamento. C’è da sospettare fondatamente, senza timore di essere tacciati ancora una volta di allarmismo specie se si pensa alla recentissima vicenda romana delle cooperative, che molti imprenditori, dirigenti o funzionari anche personalmente corretti e non propensi al malaffare si stiano rassegnando a trattare (quanto meno per evitare di essere messi fuori gioco), come già alcuni anni or sono preconizzava un noto titolare di imprese di trafori e gallerie divenuto ministro della Repubblica per volere del caimano.
Per un quadro generale e purtroppo drammatico si consiglia la lettura dell’articolo di Roberto Saviano su “Repubblica” del 14 dicembre 2014.
Ora, dopo l’ultima retata di funzionari pubblici, imprenditori, mediatori, procacciatori, professionisti e delinquenti comuni, di che cosa discettano ancora una volta, magari con faccia corrucciata e pensosa, i personaggi pubblici sopra nominati? Principalmente di aggravare le pene e di allungare il termine di prescrizione.
Non serve praticamente a niente. Lo ha spiegato qualcuno dell’Associazione Nazionale Magistrati, che sarà pure un organismo corporativo ma che tra i suoi iscritti (anche a riposo) annovera molte persone professionalmente idonee da dare qualche suggerimento utile e non solo a scrivere sentenze giuste o sbagliate.
Le pene per la corruzione, la concussione, la turbativa d’asta, l’abuso di ufficio e, naturalmente, i delitti di associazione per delinquere comune e mafiosa, ci sono già e sono sufficientemente severe. Si tratta di poterle applicare tempestivamente ed efficacemente. Il che richiede prima di tutto indagini efficaci e processi solleciti. Invece le indagini sono ostacolate, sul piano tecnico, dalla mancanza di mezzi e dai difetti di coordinamento tra gli operatori (principalmente le varie polizie) sull’intero territorio nazionale, e su quello legislativo dalla estrema confusione sia sostanziale sia processuale. Basta  ricordare, a proposito del secondo argomento, che il Parlamento non ha creduto di far meglio che approvare nel 2012 (e dunque già in pieno periodo critico) una modifica dell’articolo 317 del codice penale (sulla concussione) che ha dato luogo ad assoluzioni clamorose in casi in cui, se modifica non ci fosse stata, la condanna sarebbe stata sicura (se ne è parlato qualche settimana fa nell’articoletto relativo alla sentenza di appello Berlusconi-Ruby).
Il processo penale, poi, all’insegna di una serie di falsi garantismi a senso unico, consente ai difensori più agguerriti e ovviamente meglio pagati di allungare i tempi, pressoché ad libitum, attraverso la proposizione di eccezioni, questioni e domande, costringendo tra l’altro i giudici a scrivere sentenze chilometriche, con relativo enorme dispendio di tempo e fatica e ritardi spesso incolmabili a danno della definizione del complesso dei procedimenti (anche qui si richiama l’articolo di cui sopra).
 E’ principalmente per tale ragione che l’allungamento dei termini di prescrizione costituisce un rimedio illusorio. A parte la considerazione che anni fa i termini in questione sono stati notevolmente abbreviati allo scopo principale, praticamente dichiarato con non comune mancanza di pudore, di togliere dai fastidi giudiziari un ex presidente del consiglio invischiato in una serie di frodi fiscali, di irregolarità societarie e di vicende boccaccesche con risvolti almeno sospettamente penalistici, si tratta in sostanza di vedere se reati anche gravi o gravissimi si prescrivano già nel primo grado oppure, in deteriore ipotesi, anche per effetto del ”severo” allungamento dei termini, in appello o in cassazione. Il risultato sostanzialmente non cambia, anzi aggrava la situazione. Il rimedio efficace, anche se certamente non risolutivo di per sé solo, sarebbe quello, più volte suggerito e proposto in varie sedi ma tenacemente ostacolato e non solo da destra, della eliminazione della prescrizione una volta iniziato il procedimento contro soggetti individuati, o quanto meno una volta emessa la sentenza di primo grado: il che taglierebbe alla radice, o come minimo ridurrebbe drasticamente, la pratica non più tollerabile delle impugnazioni proposte al solo fine di far decorrere il tempo necessario all’estinzione del reato: pratica che a quanto ci risulta è ingloriosamente esclusiva, in Europa e anche altrove, del nostro sistema giurisdizionale e il cui risultato è l’ingolfamento delle cancellerie delle corti d’appello e della corte di cassazione con decine di migliaia di processi inutili, costosi per l’Erario e soprattutto produttivi di enormi ritardi nella definizione di quelli realmente importanti. Il che, per giunta, comporta altro danno per le finanze pubbliche e quindi per il cittadino contribuente, in quanto rende operante la legge sul risarcimento dei ritardi.
La smania legislativa, d’altra parte, si potrebbe sfogare molto più proficuamente, anziché nella formulazione di nuove regole-grida inutili o utili solo alla propaganda, col ripristino, tanto per fare qualche esempio, delle norme penali in materia di falso in bilancio. Norme che erano presenti, sin dal 1942, nel titolo XI del libro quinto del codice civile (articoli 2621-2641) e che, con tutti i limiti dell’efficienza della giustizia penale italiana ricordati in altre occasioni, avevano consentito sino agli anni dell’euforia berlusconiana di colpire almeno qualche volta imprenditori e amministratori disonesti (aggettivo da tempo in disuso!) sia sul piano fiscale sia su quello della corruzione alimentata dalla costituzione dei cosiddetti fondi neri. Fondi realizzati appunto (due piccioni con una fava: evasione tributaria e mezzi finanziari disponibili per la corruzione e altri reati) con la falsificazione dei bilanci (indicazione di costi superiori al reale o inesistenti, false fatturazioni di supporto, sottovalutazione del magazzino, nascondimento di poste attive ed altre finzioni più o meno sofisticate). Per non parlare dei fatti di bancarotta fraudolenta commessi sempre con sistemi analoghi magari utilizzati con segno contrario al fine di mascherare distrazioni e sottrazioni commesse a danno dei creditori.
 Ma nel 2000, nel “nobile” intento, ovviamente pretestuoso, di proteggere gli operatori economici e finanziari contro l’eccessiva pignoleria dei pubblici ministeri e dei giudici la quale, a sentire le dotte disquisizioni di qualche lacché del ramo scienza economica e della pubblicistica al servizio del partito al potere, “ostacolava il libero svolgimento dell’attività imprenditoriale”, la normativa  in questione è stata modificata, in nome del liberismo senza scrupoli imperante, in modo tale da scoraggiare in gran parte l’attività di indagine e da consentire praticamente mano libera alle operazioni più disinvolte. Un testo di legge enfatico e sovrabbondante di se e di ma, in contrasto con la linearità della normativa abrogata, e soprattutto cavillosamente impostato sulla graduazione di una serie di ipotesi varianti dalla semplice contravvenzione (come un eccesso di velocità o un parcheggio vietato!) a reati apparentemente più gravi ma comunque condizionati dalle cosiddette “soglie” (cioè gravità) di falsificazione e soprattutto (ecco il succo, come al solito!) soggetti a prescrizione in termini più brevi rispetto al sistema precedente; per finire con l’autentico capolavoro di insipienza (o di protervia) della punibilità di alcuni casi anche gravi soltanto a querela di parte: un vero e proprio mostro giuridico dato che non s’è mai capito bene chi fosse il titolare dell’azione, se si esclude il falsificatore fatto arbitro di querelare sé stesso!
 Ma è altamente ( e negativamente) significativo il fatto che di ripristinare un minimo di severità nel campo se ne parla in molte sedi ormai da tempo, senza che le varie proposte vengano tradotte in legge a causa della resistenza di molti ambienti imprenditoriali e politici interessati in modo diretto o indiretto allo status quo.
 E’ molto più facile promettere e magari anche promulgare qualche legge o leggina di aumento delle pene (fa sempre effetto sugli ingenui) o di allungamento dei termini di prescrizione. Su quest’ultimo argomento sarebbe già un passo avanti, sempre in tema di ripristino normativo e di esclusione di grida inutili, tornare al sistema precedente, evitando tra l’altro i calcoli a volte complicatissimi escogitati dai novatori “garantisti” che costringono i giudici, anche qui, a perdere un sacco di tempo per capire se e quando un reato è da considerare prescritto.
In linea generale, poi, sarebbe necessario semplificare le procedure eliminando i falsi garantismi a senso unico, consentendo motivazioni più stringate senza necessità per i giudici di rispondere, sotto l’incubo della riforma in grado di appello o di cassazione, a tutte le domande ed eccezioni anche chiaramente pretestuose e dilatorie escogitate da molti legali al fine di difendere l’imputato dal processo e non nel processo, creare filtri efficaci contro le impugnazioni strumentali, eliminare figure di reato cosiddette bagatellari o di quasi impossibile o inutile perseguimento (ad esempio in materia di immigrazione), razionalizzare il sistema delle notificazioni e, naturalmente, dotare le forze di polizia e i magistrati dei mezzi necessari, invece sempre carenti.
 Senza trascurare, ovviamente, i temi della preparazione, dell’efficienza e dell’affidabilità dei magistrati e del troppo scarso personale addetto alle cancellerie, e quello dei relativi controlli.
Come ha commentato recentemente un altro esperto (di quelli veri) in materia, se proprio si intendesse fare qualche nuova legge efficace sarebbe allora opportuno, anziché minacciare sanzioni  enormi ma destinate a lasciare il tempo che trovano, rimetter mano ad un progetto di legge, da tempo giacente e quasi dimenticato, sugli investigatori “coperti”: funzionari e agenti specializzati da impiegare per la lotta alla corruzione, alla concussione e a reati analoghi mediante infiltrazione negli ambienti e negli affari sospettabili e registrazioni segrete di conversazioni, approcci e progetti finalizzati al delitto, al fine di costituzione di prove inoppugnabili. Sempre, appunto, all’insegna di quanto ormai secoli fa suggeriva il grande Cesare Beccaria in merito alla rapidità dell’applicazione effettiva della legge penale, che fa premio indiscutibile sulla quantità degli anni di galera.
E non sarebbe anche il caso, anziché minacciare a vuoto tuoni e fulmini e produrre norme inutili, rendere pronti ed efficaci i controlli amministrativi sugli appalti e sulle forniture, sempre come suggeriscono alcuni veri esperti?
E comunque, tocca ripetere, la politica si deve rendere conto prima di tutto che la lotta al fenomeno mafioso presuppone la conoscenza approfondita dei fatti, l’abbandono della pratica degli annunci ad effetto che lasciano regolarmente il tempo che trovano aumentando per contro la disaffezione dei cittadini, nonché un deciso ritorno alla cultura della legalità, che è tutt’altra cosa della smania legiferante e impone essenzialmente pulizia all’interno delle istituzioni e degli uffici.

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