mercoledì 26 ottobre 2016

Un giorno arriverò – Silvana Mossano

Autore: Silvana Mossano
Un giorno arriverò  è uno di quei libri che per come sono costruiti fa pensare ad un vecchio romanzo del Novecento. Fin da subito si è catturati dalla trama: è una saga familiare che attraversa tutta la storia del secolo scorso, dagli anni Venti fino alle soglie del Duemila, seguendo le vicende della protagonista Anita (Nita). Di famiglia contadina, vive in una cascina piemontese e, ancora bambina, vede partire la sorella maggiore per l’America (la Merica). Per tutta la vita questo sarà il suo sogno: partire anche lei ed andare oltreoceano “La Merica è bella. Un giorno vado anch’io a la Merica” (pag.36 ), come fosse la patria delle possibilità senza fine. Tutto il romanzo è un continuo inno alla vita, un inseguire il sogno chiamato “Merica” e il racconto del duro lavoro necessario per realizzarlo.
Silvana Mossano ci fa scoprire la figura di una giovane donna che, nel bel mezzo di due guerre mondiali, vuole fuggire da un’Italia che non la rappresenta, a dispetto della sua famiglia, in particolare della madre , del marito poi e… anche di Mussolini. Anita è una donna dal carattere forte, un’eroina della quotidianità, con una vita segnata da tanti drammi  familiari che da piccoli diventano universali, una donna che non si arrende. Passano gli anni, ma lei continua a sognare il momento in cui si imbarcherà. “Metto da parte i soldi e, quando sarò più grande, compro il biglietto per la Merica”(pag.74) aveva pensato ancora ragazzina, ma questo viaggio era stato rimandato anche dopo il matrimonio “Forse dopo l’inverno, forse a primavera. Forse” (pag.172). E così a forza di leggere e rileggere le lettere della sorella “se l’era costruita nella mente l’America” (pag.341).

La scrittura è piana, scorrevole, essenziale nello stile, senza picchi, anche se nella storia di fatti ne succedono molti. Ha un ritmo lento e solenne e, benché manchi di quell’incalzare che solitamente spinge il lettore a proseguire, si è toccati dal contenuto commovente. Le vicende si dipanano passo passo con la Storia, descritte con garbo, come sapienti pennellate che creano un magistrale affresco lungo settant’anni. I personaggi e gli ambienti  sono connotati con maestria, le situazioni  ricostruite con cura e anche se non si tratta di una biografia vera e propria si intuisce che la narrazione risente di ricordi personali. La lingua italiana è frammezzata da espressioni piemontesi riportate in corsivo e spesso si incontrano frasi tipiche “italianizzate”, piemontesismi che rendono il dialogo ancora più reale.
Il libro ha un aspetto che lo rende molto attuale e fa riflettere: la similitudine tra la mancanza di lavoro dei giovani di oggi e quelli di allora con la conseguente emigrazione che avvenne negli anni Venti e Trenta. Un buon racconto che si legge con piacere, con un’unica pecca: dopo una prima parte corposa ne seguono altre due più stringate, quasi come se l’avvicinarsi all’oggi a poco a poco facesse sgonfiare la storia.

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