venerdì 21 luglio 2017

L’onore di Roma svenduto dalla politica per un pugno di voti

Gigantesche calunnie, indignazioni roboanti, danni letali. La mafia non c’era ma è servita a tutti, dal Pd ai Cinquestelle
REUTERS
Pubblicato il 21/07/2017
MATTIA FELTRI ROMA
Ieri i giudici hanno stabilito che Roma è stata vittima di una calunnia entusiastica, colossale e globale da parte di spensierati calunniatori che hanno fatto a gara a chi calunniava meglio per due spicci di guadagno.  
Mafia capitale non esiste, come era politicamente chiaro a chi volesse vederlo sin dall’avvio dell’inchiesta e a maggior ragione quando l’ex sindaco di destra, Gianni Alemanno, era stato prosciolto dall’aggravante mafiosa insieme a tutti gli altri politici coinvolti nell’inchiesta (tranne cinque o sei e non per mafia, fra cui Luca Gramazio che, siccome ieri è stato condannato, torna a casa: uno dei luminosi paradossi della giustizia italiana). È stata calunniata Roma, le sue amministrazioni, fallimentari ma non mafiose, i suoi cittadini e la sua trimillenaria storia che in giro per il mondo porta ancora il titolo del trionfo, malgrado evidenti e abissali disastri. Mafia capitale non era mafia, era una banale, banalmente grave storia di corruzione e delinquenza arrivata a toccare il Campidoglio, senza però stringerlo fra tentacoli di piovra, come era stato raccontato a partire dal 2 dicembre 2014, giorno in cui furono arrestati Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. E lì è partita la carneficina.
 

Per paradosso, in quei giorni, l’unico a tirare fuori due frasi da statista fu il sindaco Ignazio Marino: «Io mi rifiuto di avvalorare l’idea che Roma sia una città di mafiosi. Prima c’era la Roma ladrona, ora la Roma mafiosa. Non è così». È quello che avrebbe dovuto dire Matteo Renzi, presidente del consiglio e segretario del partito che esprimeva il sindaco di Roma, per proteggere quel che resta della dignità del Paese e del Pd, invece di ripararsi dietro a scaltrezze linguistiche senza domani, come si è visto: «Non sappiamo se quello che emerge dipinge dei tangentari all’amatriciana o dei mafiosi, lo dirà la magistratura. Ma noi non lasceremo la capitale in mano ai ladri». Era lo schieramento del plotone d’esecuzione per Marino, che si sarebbe lasciato tirare dentro alla gara della purezza, dichiarandosi di colpo l’ultimo argine alla cupola («la mafia vuole far cadere la mia giunta»); e quella della purezza è sempre un gara che si corre col fiato corto. Dalle altezze sacre dell’Antimafia, Rosy Bindi si buttava nella filosofia del diritto: «L’inchiesta della procura di Roma presenta elementi di novità rilevanti: individua il metodo mafioso per il reato di criminalità organizzata di stampo mafioso che non è la semplice duplicazione dell’organizzazione mafiosa di altri territori». Cioè, non sarà una cosa corleonese, ma sempre mafia è. Matteo Orfini, portato dall’emergenza al commissariamento e alla guida del Pd romano, prometteva la sciabola contro «il sistema di potere» retto «dai mafiosi». Dunque, chi pensa che Roma sia passata ai Cinque stelle per una campagna brutale e dissennata, cui ha preso parte acriticamente buona parte della stampa, sa dove deve bussare. 

Perché poi, certo, i grillini ci hanno infilato le mani. Erano i pomeriggi invernali in cui i loro militanti e quelli di Giorgia Meloni e Matteo Salvini andavano sotto il Campidoglio a gridare «fuori la mafia dal Comune». In cui il New York Times scriveva che la dimensione dello scandalo «sbalordisce persino gli italiani», e si noti la delizia di quel «persino». La stampa estera sarebbe arrivata all’apertura del processo con la solida speranza di vedere alla sbarra ceffi in doppiopetto gessato, come tanti Al Capone della Garbatella. Beppe Grillo impostava la campagna elettorale per il nuovo sindaco secondo le sue riflessioni bipartitiche: «Movimento Cinque Stelle o mafia capitale?». Spiegava che «Il Campidoglio va disinfestato, i legami con la mafia recisi». Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista duellavano quanto a soluzioni sovietiche. Il primo: «Cittadini, fateci avere anonimamente, in busta chiusa, tutto quello che sapete sulla mafia nella capitale: noi vi garantiamo riservatezza». Il secondo: «Nel Pd e in Forza Italia ci sono persone per bene. Ci mandino una mail con quello che sanno, gli garantiamo l’anonimato e penseremo noi a ripulire questa Repubblica filomafiosa». Virginia Raggi ancora ieri era in aula ad attendere la sentenza per raccattare il dividendo e, quando l’aggravante mafiosa è volata via col Ponentino, non ha mosso muscolo e dichiarato la vittoria dei cittadini contro il malaffare. Dopo avere condotto un’intera e vittoriosa campagna elettorale sulla reazione popolare alla «mangiatoia della criminalità e di mafia capitale». Dopo avere promesso che la sua sarebbe stata l’amministrazione «che niente ha a che fare con mafia e criminalità». Il sindaco di Roma - insieme con Renzi e tutti gli altri - farebbe buonissima figura a chiedere scusa alla città per il danno d’immagine inferto. 

L’indagine della procura di Roma, grazie soprattutto al solito, eterno, sfiancante uso politico delle inchieste, ha prodotto guasti irreparabili: tutti i partiti, la Lega e Fratelli d’Italia compresi, hanno chiesto lo scioglimento del Comune per mafia. Hanno impostato la campagna elettorale per la successione di Marino in nome della lotta alla mafia. Hanno ceduto all’estero l’immagine della loro capitale sequestrata per collusione dalla criminalità organizzata. Nessuno ha avuto l’orgoglio di difendere il decoro del Paese pur di non cedere un metro, e quando si è disposti a tanto, a calunniare il proprio Paese, e a preferire il bene di fazione che il bene di tutti, allora sì che si intravede qualcosa di somigliante al metodo mafioso.