lunedì 10 luglio 2017

La linea dura di Matteo contro i nemici

FEDERICO GEREMICCA da: http://www.lastampa.it/
Tirare dritto e andare avanti, sempre avanti e soltanto avanti. In ossequio alla linea preferita - o all’unica che pare in grado di gestire - Matteo Renzi ha assestato ieri in Direzione un altro bel paio di bastonate ad Andrea Orlando ed a Dario Franceschini - oppositore di nuovo conio - allungando ulteriormente la lista di quanti si sono o si stanno rapidamente allontanando da lui. 

È una lista ormai corposa, e mette assieme - con sfumature diverse - quello che si può considerare lo stato maggiore dell’ex centrosinistra (o Ulivo o Unione, giusto per capirsi). D’Alema e Prodi, Veltroni e Bindi, Pisapia e Bersani, Speranza e Letta, poi Orlando, Epifani, Franceschini, Cofferati e via elencando. Molti nemici, molto onore è un modo - discutibile, secondo chi scrive - di intendere la politica e la vita: soprattutto quando i nemici diventano troppi e cominciano a far fronte comune con chi, in origine, nemico non era. 

La nuova linea di demarcazione - ieri lo erano stati il profilo di alcune riforme o il referendum costituzionale - stavolta è il tema delle alleanze: presentarsi al voto politico della prossima primavera da soli o in coalizione? E di conseguenza: su quale modello di legge elettorale puntare? In fondo, nulla di cui si debba discutere necessariamente con il coltello tra i denti o denunciando il reato di lesa maestà. 

E invece, per dire, Orlando si è sentito accusare - più o meno - di tradimento («Tu vuoi aiutare Pisapia, io voglio aiutare il Pd») e Franceschini di scorrettezza e slealtà, avendo avanzato le sue critiche in un’intervista piuttosto che negli organismi di partito. Ieri il ministro della Cultura lo ha fatto anche in Direzione, ma non è che sia andata granché meglio: io rispondo ai due milioni di cittadini che hanno votato alle primarie - gli ha replicato Matteo Renzi - non certo a caminetti e capicorrente. 


Il clima nel Pd, insomma, è di nuovo arroventato: e la sensazione è che nemmeno la fresca vittoria alle primarie abbia restituito al segretario la forza e la serenità per affrontare discussioni che dovrebbero essere pane quotidiano in qualsiasi partito. Può essere che Renzi sia influenzato da quel che vede accadere nelle forze dirimpettaie, dove Berlusconi, Salvini e Grillo fanno e disfanno a proprio piacimento: eppure, l’esperienza maturata a Largo del Nazareno dovrebbe avergli fatto intendere che nel Pd un tale modo di fare è assai difficile - forse impossibile - da praticare (pena abbandoni personali, scissioni di gruppo e guerriglia quotidiana). 

E il clima interno non dovrebbe essere l’unico elemento a preoccupare i militanti, elettori e simpatizzanti del Pd: c’è anche la rotta verso le elezioni scelta da Renzi che sembra, al momento, rischiosa e poco convincente. L’elemento di possibile rischio non è solo nella decisione - che pare ormai presa - di «andare da soli»: è anche la filosofia di fondo (la linea, si sarebbe detto un tempo) a lasciare perplessi. 

Stando ai discorsi ed agli scritti del segretario, la campagna elettorale del Pd dovrebbe infatti muoversi lungo due direttrici fondamentali: il no ai populismi (con annessi e connessi) e la puntigliosa rivendicazione delle riforme e dell’operato del suo governo. Eppure, l’abbozzo di discussione avviato dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre, metteva al centro - a giudizio unanime - questo elemento: molti cittadini non hanno votato contro la riforma costituzionale, ma contro Renzi, la sua personalizzazione e Il suo governo. 

In sostanza: quell’occasione fu colta per protestare contro il Jobs Act, la scarsa crescita economica, l’Imu tolta anche ai ricchi, l’insostenibile immigrazione e via dicendo. E allora delle due l’una: o era sbagliata quell’analisi o è cosa simile ad un suicidio pensare di andare al voto esaltando proprio quei risultati di governo bocciati dalla maggioranza degli italiani. Le due cose assieme, insomma, non possono stare. Il tempo per correggere quel che eventualmente va corretto, c’è. Non farlo potrebbe rivelarsi, alla fine, un errore esiziale.