domenica 9 luglio 2017

Il punto di fabrizio centofanti


Ti scrivo da un luogo di cui ignoro qualsiasi coordinata: è in cima a una collina, a strapiombo sul mare. Non so neanche come sia riuscito ad arrivarci, o chi mi ci abbia portato. A dire il vero, mi accorgo di aver dimenticato molte cose, tra cui il mio nome. Ma il tuo l'ho ben presente.
Forse è un vantaggio non rivangare più il passato, percepirsi liberi da errori e fallimenti. O forse mi illudo soltanto di non avere più di che rimproverarmi: l'essenza della vita è riconoscere umilmente la propria identità, senza ipocriti perfezionismi.
Da qui si vede bene l'orizzonte, la fine che non è una fine: come il giorno, che sembra esaurirsi e invece continua nella notte, nei sogni, che per me, nella presente condizione, sono l'unica chance di ritrovare un frammento di memoria; per sapere, ad esempio, se sono interessato a te, ho è una forma di compensazione di quello che ho perduto e temo di non poter mai più ricuperare. Ciò che mi collega alla realtà è il filo tenue della nostra relazione, l'idea che da qualcosa si debba cominciare e che l'io sia questo ponte sospeso sopra il nulla, da cui mandiamo baci, o grida angosciate come appelli impossibili da udire.
Oggi ho maturato una certezza: qualcuno mi ha portato qui; dunque, in ogni caso, un senso c'è. Per la prima volta sperimento la fiducia del bambino, che non mette in discussione il volere dei propri genitori.
La collina, per me, è un simbolo a due facce: può rivelarsi un cimitero silenzioso, in cui ombre furtive accumulano fiori che presto appassiranno; o il luogo da cui, finalmente, si vede il punto da cui tutto nasce, invece di finire.