martedì 21 febbraio 2017

La scuola giù per terra: perché gli universitari italiani non sanno scrivere correttamente, by Patrizia Nosengo

by Patrizia Nosengo Alessandria
Quando nella lettera aperta si fa menzione degli errori “appena tollerabili in terza elementare”, si individua la prima vera causa dell’ignoranza di lessico, grammatica e sintassi da parte degli studenti ( ma una analoga riflessione varrebbe per ogni altra materia di studio), vale a dire la scuola elementare, così come è andata configurandosi a partire dall’introduzione e poi diffusione massiccia del modello del tempo pieno, scaturito inizialmente dal progetto di costruire  il luogo arricchente e colto, nel quale i figli della classe operaia avrebbero potuto giungere a possedere le mille parole del padrone, secondo il celebre assunto di don Milani, “l’operaio conosce cento parole, il padrone mille; per questo lui è il padrone”.

Certamente  il tempo pieno aprì una stagione di inesausto impegno, di diffuso associazionismo, di ricerca didattica, di letture e pubblicazioni, di incontri, conferenze e condivisioni, che coinvolse gran parte di una generazione di insegnanti elementari. Furono anni formidabili, nei quali tuttavia si manifestarono, da un lato, una prima disgregazione dei Canoni, sulla base della pretesa antinozionistica - come allora si disse – e spontaneistica di produrre nuovo sapere, partendo dalle libere acquisizioni immediate dei bambini, in un confuso intreccio tra pedagogia rousseauviana e mal compreso socratismo; dall’altro, si strutturò un filone pedagogico fortemente legato agli aspetti più vitalistici e ludici del ‘68 e poi del ’77, che tendeva ad annullare il ruolo dell’insegnante e i contenuti, non soltanto, sebbene soprattutto di tipo strumentale, per favorire la “creatività” degli alunni, in un perenne e totalizzante “teatro-gioco-vita”. Si determinò allora un rovesciamento tra metodi e contenuti, nel quale si persero completamente i secondi, soprattutto se strumentali, in nome dei primi.


Dopo la metà degli anni Ottanta, l’aspetto più arricchente di quella stagione, cioè l’impegno di ricerca didattica dei docenti, fu spento dalla burocratizzazione degli incontri di programmazione e di formazione (demandata poco alla volta a improbabili “piattaforme on line”, omologate all’ideologia del governo di volta in volta in carica) e dalla modificazione dei Programmi Ministeriali, di orientamento cognitivi stico, nei quali fu introdotta una collezione amplissima di micro-contenuti cogenti per ogni materia, che, a prescindere dall’apparenza seriorissima, impediva di fatto ogni consolidamento delle acquisizioni e assecondava la crescente tendenza della società civile alla superficialità e al disimpegno.

L’uscita progressiva dalla scuola di quella generazione di insegnanti generosamente, sebbene spesso erroneamente, impegnati nell’innovazione didattica e l’arrivo di masse di precariato mai valutato e spesso incompetente ha negli ultimi anni ridotto il Tempo Pieno a una scuola nella quale gli intervalli sono di smisurata lunghezza, le ore di lavoro effettivo ridottissime (addirittura minori di quelle peculiari della scuola elementare del solo mattino), molti docenti sono demotivati e/o impreparati, le materie fondamentali sono ridotte a causa di innumeri progetti e spettacolini più o meno teatrali e le famiglie e i bambini non sono in grado di comprendere la distinzione tra tempo della scuola e tempo della vita. Da questa scuola, esce un’utenza i cui livelli di apprendimento soprattutto, ma non soltanto, strumentale  sono infimi, ancorché spesso sopravvalutati da test Ocse e Invalsi, troppo frequentemente somministrati senza alcun efficace controllo.

Se la scuola media inferiore ha subito più o meno passivamente le successive, catastrofiche ondate di alunni sempre meno preparati dal punto di vista cognitivo e sempre meno scolarizzati dal punto di vista della condotta, la secondaria superiore è stata lentamente devastata anzitutto dal proliferare di un numero abnorme di cosiddetti Progetti Brocca, che hanno diversificato in modo amplissimo i tipi di curricola studiorum, talora sottraendo spazi preziosi alle materie fondamentali; in secondo luogo, dalle successive mini-riforme attuate dai vari governi di destra, di centro e di centro-sinistra, orientate soprattutto ai risparmi di spesa (si pensi alla Riforma dell’esame di Stato, nel periodo in cui la commissione è stata formata soltanto da docenti interni, con una verticale caduta dell’efficacia delle valutazioni; o ai tagli che nel 2008 il governo Berlusconi e il suo Ministro Gelmini hanno apportato all’organico delle scuole, con la conseguente formazione delle cosiddette “classi-pollaio”) e infine dal tentativo berlusconiano di costruire una “scuola delle tre I” (Inglese, Informatica, Impresa) e della sola informatica, durante il governo Monti, prima e il governo Renzi, poi. In questo senso, le mancette di 500 euro elargite a pioggia agli studenti  e ai docenti, anziché un serio impegno di spesa indirizzato alla formazione degli insegnanti in servizio e alla selezione dei nuovi docenti,  non hanno menomamente modificato la condizione miserrima generale della scuola secondaria superiore.

Inoltre, se una nutrita serie di intellettuali à la page degli anni Settanta (poi pentitissimi, come Raffaele Simone), seguiti da una intera generazione di compilatori dei manuali e antologie, aveva smontato la didattica del bello scrivere secondo modelli colti, nuovi intellettuali modaioli dell’ultimo decennio hanno a tal punto proposto una scuola in cui la tecnica soppianta la cultura, da far apparire i progetti di riforma della Brichetto Moratti una sorta di utopia positiva. A partire dal Ministero Berlinguer, si sono  sviluppati infatti, dapprima,  un attacco sistematico alla didattica dell’Italiano e, successivamente, una vera e propria offensiva nei confronti di tutte le discipline umanistiche. Le antologie d’un tempo, che offrivano al giovane lettore il piacere di un’ampia scelta di testi narrativi e poetici, si sono trasformate di fatto  in opere di linguistica, con complesse analisi del testo, capaci di indurre anche nel più disponibile dei ragazzi una vera e propria repulsione per la lettura; il vecchio tema (in cui, è verissimo, molti studenti fallivano, per esiguità di contenuti e inesistente capacità di argomentazione, ma che consentiva di esprimere proprie riflessioni e di esibire le conoscenze acquisite e consolidate) è stato sostituito da noiosissime analisi testuali (chi, come me, ha dovuto sciropparsele nel corso dei vari esami di Stato conosce bene l’assurdità e la tediosità di simili esercizi, di fatto costituiti da domande e risposte obbligate) o da ridicoli “saggi brevi”, nei quali lo studente è costretto a collegare in modo più o meno meccanico una sequenza di brevi brani scelti dal docente, all’interno di un testo ridotto, per cogenza normativa, a non più di cinque mezze pagine protocollo; talché a uno dei miei studenti più colti e intelligenti capitò di vedersi sottrarre tre punti nella prova scritta di italiano, perché aveva sviluppato una sua sapiente e brillante argomentazione inerente alla Costituzione italiana, con dovizia di citazioni e confronti di concetti e tesi, sconfinando per molte pagine ulteriori, rispetto a quelle consentite : quel che in altri tempi sarebbe stato un lavoro encomiabile, diventò allora un saggio di diciotto pagine protocollo, inaccettabile per l’eccesso di cultura che vi si manifestava. E i membri interni della commissione dovettero anche discutere a lungo, per impedire che la valutazione diventasse insufficiente

Ma ancor più deturpante è stato il diffondersi della convinzione - quant’altre mai assurda - che le materie umanistiche siano ormai obsolete e che sia moderno e ancor più opportuno rimpiazzarle con contenuti di tipo scientifico e/o con contenuti applicativi, anziché teoretici. Nella vulgata dei mass media e del senso comune, ma anche del MIUR e dei dirigenti scolastici, le materie umanistiche sono arcaiche e ridondanti e soltanto studi specifici di tipo tecnico e scientifico possono garantire il futuro impiego. A nulla è valso il monito di Martha Nussbaum, che rammenta come soltanto le materie umanistiche siano in grado di costruire il buon cittadino democratico; a nulla la costatazione che nei Paesi economicamente più avanzati dell’Occidente le grandi aziende utilizzino oggi di preferenza personale proveniente da studi di tipo filosofico e letterario: nell’immaginario collettivo la matematica applicata, la chimica o l’Inglese sono le uniche materie di una qualche importanza e anch’esse, comunque, da studiare auspicabilmente per mero obbligo e per convenienza economica futura e non per autentico interesse.

In questa prospettiva, sono state aumentate a dismisura negli Scientifici le ore di Scienze e di Inglese e ridotte quelle di Latino, Italiano e Filosofia, mentre nascono e ottengono successo a causa della loro maggiore facilità,  nuovi corsi, come il cosiddetto Liceo Scientifico Sportivo (che di liceale in realtà non ha alcunché) e quello di Scienze applicate (in cui la cancellazione del Latino, a favore di ore aggiuntive di Chimica e Scienze, riconduce l’impianto liceale a un assetto meramente tecnico e applicativo); e  i Classici sono stati oggetto di una sistematica denigrazione, fino a far temere una loro drastica cancellazione, o per volontà del legislatore o per autoestinzione dell’utenza. In compenso, non vi è stata quella necessaria riforma dei Tecnici e dei professionali, da lungo tempo implorata e mai attuata.

Per di più, nel tentativo di accattivarsi le simpatie dell’utenza e di implementare le iscrizioni, sottraendole, come al mercato delle vacche, ad altri istituti (da anni, la cancellazione dei bacini di utenza nell’obbligo e la cogenza dei numeri nella formazione delle classi nella secondaria superiore costituiscono una persistente forma di ricatto nei confronti della scuola), molti nuovi Dirigenti scolastici e molti docenti preoccupati di perdere la sede vicino a casa  impongono ai consigli di classe la progressiva semplificazione dei curricola e il parallelo incremento dei voti positivi. Senza seri esami di riparazione a settembre e con “verifiche dei debiti” ad agosto, dopo grotteschi e risibili corsetti di recupero (in cui lo studente,  che in nove mesi di scuola non ha compreso e/o appreso una materia, riesce, a parere della burocrazia, a recuperarla in una decina di ore aggiuntive di lezione) e la prassi implicita di promuovere chiunque abbia anche soltanto recuperato un debito formativo su tre o quattro presenti nella pagella di giugno, la secondaria superiore è divenuto il luogo in cui l’impegno di studio e il gusto per la cultura sono ridicolizzati e la furbescheria è, di converso, premiante. Talora emerge addirittura un sotterraneo e strisciante  bullismo nei confronti degli studenti più seri, non soltanto da parte dei compagni di classe meno motivati, ma – gravissimo risultato della mancata selezione dei docenti - persino da parte di taluni insegnanti. Siamo giunti al punto in cui, anche nei licei, chi legge libri, scelti autonomamente o addirittura consigliati dai docenti stessi, non ha il coraggio di ammetterlo dinanzi al gruppo classe e ne parla in confidenza  e a bassa voce soltanto con il compagno di banco o con qualche insegnante giudicato affidabile, durante l’intervallo, come se l’amore per la cultura fosse un turpe vizio, da celare accuratamente a sguardi indiscreti.

Tutto ciò è avvenuto nell’ambito di una trasformazione radicale della società civile e della cultura, avvenuta tra gli anni Settanta del Novecento e oggi: sono approdate ai licei e più in generale alla secondaria superiore classi sociali un tempo escluse dalla prosecuzione degli studi dopo l’assolvimento dell’obbligo scolastico, senza che la scuola, a partire dalle elementari, sapesse attrezzarsi efficacemente, per rispondere realmente alle nuove istanze della istruzione di massa; e lo sgretolamento dei Canoni e della tavola valoriale un tempo condivisa, - determinato dall’affermarsi della società dei consumi, in cui Hegel e Maria De Filippi sono merci di valore equivalente e dai grandi spostamenti di popolazione all’interno del Paese e ora dall’estero -  ha indotto il vero e proprio congedo dalle gerarchie culturali e intellettuali del Novecento. Oggi, mentre, da un lato, introducono complesse indagini testuali, dall’altro, le Antologie liceali riducono le pagine dedicate alla poesia duecentesca, per aggiungere riferimenti agli scrittori di libri gialli, come De Angelis o ai fumetti. E, nel contempo, qualunque studente  (e, cosa peggiore, qualunque genitore e persino qualche docente, che ama sentirsi alla moda) ritiene di poter liquidare con ilare sufficienza l’estetica kantiana o l’Etica Nicomachea, dall’alto della sua “esperienza personale”, di quel “vissuto”, che nell’universo di internet è divenuto l’unico orizzonte culturale di riferimento. Emblematico, a questo proposito, del resto, il fatto che alcuni nobilissimi manuali di Filosofia, tra i quali il più classico e adottato di tutti, dagli anni Sessanta del Novecento a oggi, l’Abbagnano-Fornero, nel tentativo di lusingare le istanze di ludicità e divagamento che contraddistinguono la nostra società e vasta parte, ormai, della scuola, ahimè, si sono industriati di abbinare alla trattazione delle dottrine filosofiche illustrazioni di dipinti e statue, fotografie di monumenti e paesaggi urbani, riferimenti a opere cinematografiche, persino fumetti, come se uno studente liceale di sia pur medie capacità e non del tutto trascurabili interessi culturali  non potesse amare la Filosofia, se non in una  forma prostituita al consumismo e alle subculture di massa.

I genitori, d’altra parte, utilizzano i gruppi Whats’app , i social network e troppo spesso i Consigli di classe e di Istituto, per promuovere vere e proprie filippiche ipercritiche nei confronti della scuola, persuasi come sono di poter discettare – e con competenza incontrovertibile -  di metodi e contenuti, di valutazione e condotta, di compiti e lezioni, di orari e organizzazioni didattiche, di riforme e trasformazioni ritenute improcrastinabili. Ogni specificità, ogni competenza professionale, ogni conoscenza specialistica sono rifiutate e, prima ancora, disconosciute e destituite di fondamento, in nome della orizzontalità peculiare dell’universo di internet, dove vige la distopia di Casaleggio e Grillo, secondo cui “uno vale uno” e, quindi, non sussiste distinzione possibile tra verità e opinione, tutto è mera doxa e ognuno è legittimato a esprimere giudizi su ogni genere di argomento. Inevitabile che la conseguenza prima sia la perdita di autorevolezza della scuola, degli insegnanti e della cultura stessa; e che l’utenza, divenuta clientela esigente e capricciosa, pretenda di derubricare a creativa interpretazione personale dell’allievo, o quanto meno a inesattezza lievissima fino all’impalpabilità, doverosamente trascurabile e anzi fonte di lieto divertissement anche gli errori più grossolani e patenti.

In questo contesto, due sono le soluzioni che solitamente sono individuate: o proseguire nella discesa verso gli Inferi della semplificazione e della valutazione friendly , in una parola del lassismo (come vorrebbero la gerarchia ministeriale, i Dirigenti scolastici e i genitori degli studenti; si pensi alla recentissima semplificazione dell’esame di Stato voluta dal Ministro Fedeli); o ritornare al nozionismo arido, alla disciplina rigida e soprattutto alla selezione inflessibile  di un tempo (come da qualche anno invoca Paola Mastrocola).

Ma se la prima soluzione non è auspicabile, la seconda non è, piaccia o non piaccia, praticabile. Occorrerebbe, allora, tornare sin dalle elementari all’esigente modello gentiliano, espungendone i caratteri di classismo, per rinverdirne la rigorosità nella selezione dei docenti  (senza più immissioni ope legis di masse di precari, secondo la politica sindacale degli ultimi settanta anni) e nella preparazione degli studenti, senza fantasie di “nuove” didattiche informatiche (l’informatica è uno strumento, non un metodo e men che meno un contenuto trans-disciplinare), di ridicole “classi rovesciate” (in cui l’insegnante è ridotto a tutor delle esercitazioni e le lezioni a sequenze di diapositive in Power point, per di più fruite dallo studente  a proprio libero arbitrio a casa, senza possibilità di interlocuzione con il docente), di metodi ludici intesi come divagazioni estemporanee. Più banalmente, occorrerebbe tornare a efficaci verifiche ricorrenti, a esigenti percorsi di consolidamento e recupero e a esami di fine ciclo o addirittura, come negli Stati Uniti, di fine anno scolastico, in cui valutare oggettivamente gli apprendimenti acquisiti e quelli che al contrario debbono essere consolidati, senza fingere che la promozione burocratica coincida tout court con la promozione effettiva.

Ammesso e non concesso che tutto ciò sia ancora possibile.

09/02/2017 09:22:08

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