domenica 11 settembre 2016

Rossetti, by Giannunzio Visconti

Rossetti, by Giannunzio Visconti
“Ogni giorno rischiava di essere colpito e di saltare in aria con il suo carico, durante il tragitto dalle retrovie alle trincee, tra sentieri impervi dove nessun mezzo meccanico era in grado di giungere”.
Rossetti era il nome del mulo di razza francese, coscritto dal Comando del Corpo D’Armata Territoriale, con precetto personale per la requisizione dei quadrupedi per l’Esercito Mobilitato “Abile al tiro pesante rapido”, dato in custodia all’Alpino conduttore Loreto, in forza al Reggimento D’Artiglieria da Montagna Someggiata. Loreto prima di essere arruolato abitava in paese, oltre a cani e gatti, non aveva mai avuto a che fare con altre bestie, specialmente con quelle enormi, che gli facevano paura. Rossetti, nel tempo era divenuto per Loreto un vero amico a quattro zampe d’imponente mole era alto circa m.1.75, robusto e muscoloso, instancabile, di grande generosità, ma anche di spiccata sensibilità rustica, fu addetto al trasporto di munizionamento, viveri e corrispondenza per i reparti di prima linea al fronte. 
Era molto bello, possente, austero, ogni volta che ragliava sembrava che piangesse, sapeva sempre dell’arrivo di Loreto nelle scuderie, intuiva che nelle tasche della divisa del militare ci fosse sempre una sorpresa, una cioccolata o un frutto fresco per lui. Poi, dopo averlo preso, appoggiava il suo capo sulla spalla di Loreto per farsi praticare carezze affettuose, gesti di ammirazione, di conforto per tutto ciò che sopportava. Ogni giorno rischiava di essere colpito e di saltare in aria con il suo carico, durante il tragitto dalle retrovie alle trincee, tra sentieri impervi dove nessun mezzo meccanico era in grado di giungere, nonostante ciò, il suo istinto gli suggeriva di essere sempre solerte, mettendo a repentaglio la sua vita a differenza di molti subdoli eroi che dinanzi al pericolo imminente peccano di estrema codardia, egli rappresentava il volano della macchina da guerra di ogni battaglia, con la sua presenza dava coraggio agli Alpini.

L’arrivo del mulo era per i soldati dislocati motivo di festa, la corrispondenza e l’approvvigionamento che lui portava era per loro motivo di conforto e sollievo. Quante assurde fatiche per Loreto, la disciplina, i regolamenti, la divisa, le marce, i muli che puzzavano, scalciavano e anche mordevano se gli arrivavi a tiro. I graduati lo svegliavano di notte per cambiare le lettiere, poi brusca e striglia e abbeveraggio, poi c'era da portare il fieno davanti ai muli: con la sinistra teneva il fieno e con la destra spostava i muli che invece cercavano di mangiare il fieno e gli mordevano la divisa e la carne e per non parlare del rumore degli zoccoli, cui si era ormai abituato. Nelle notti d’inverno, il freddo diventava il peggior nemico di quei soldati, le notti gelide non lasciavano tregua, speranza, falcidiavano quelle giovani esistenze, come ramoscelli d’ulivo. E proprio in quelle notti che Rossetti e gli altri muli attraverso il calore dei loro corpi riuscivano a salvare tante vite, alcuni di questi combattenti si aggrappavano alle pance dei muli, per avere una speranza, un po’ di caldo che gli animali emanavano. I muli non si sottraevano a questo compito, anzi si prestavano come chiocce che allevano i loro pulcini. Tutto seguiva il corso della natura, così la vita riusciva a trionfare sulle estreme condizioni di freddo siberiano.  Quando il suo mulo Rossetti era affaticato, si faceva capire, quasi a cercare parole di conforto o gesti d’incoraggiamento, gli Alpini avevano una concezione umana dei muli, oggi molti rimpiangono il loro genuino romantico raglio, con i loro sguardi teneri in quegli imponenti corpi che facevano timore a chi non li conosceva bene, ma poi tutti facevano amicizia con loro. Rossetti era notevolmente sensibile, durante il trasporto dell’esplosivo o durante il bivaccamento, segnalava sempre con il suo sesto senso la presenza di eventuali soldati nemici prima ancora che i commilitoni se ne accorgessero, così che a Loreto era data in anticipo la possibilità di cercarsi un riparo sicuro prima ancora che si manifestasse la minaccia. Tra i due si era instaurato un sentimento di reciproca amicizia, con la truppa era altrettanto, senza per questo avere concessioni maggiori da altri quadrupedi. La vita del mulo soldato era uguale a quella dei militari, forse un po’ più privilegiato, perché da loro dipendeva l’approvvigionamento quotidiano di viveri e munizioni da cui era determinato l’esito delle battaglie e della loro stessa sopravvivenza. L’indimenticabile quadrupede era rappresentato come il mulo della salvezza, impavido, valoroso, guerriero, temerario nell’ascendere i sentieri più impervi, questo gigante della montagna era avvezzo a una vita aspra. Bastava dargli un segnale a voce per farsi obbedire, non serviva tenerlo per la cavezza. Il gran mulo si fidava serenamente del suo squadrone, durante le marce estenuanti per raggiungere inzuppati nel fango e nella neve le zone dei combattimenti, era forte negli aspri cimenti, paziente nelle dure privazioni. Loreto per alleviare le sofferenze del suo amico quadrupede con le stellette, si prodigava a ristorarlo procurandogli acqua fresca e fieno, e a fargli rosicchiare qualche albero, di cui era golosissimo, quel poco bastava a renderlo appagato. L’eroico mulo, oltre a trasportare pesanti someggiate, faceva da traino a Loreto e ai suoi commilitoni, nei momenti in cui le gambe sembravano in procinto di cedere per le estenuanti marce. Una notte durante il ritorno al campo base privo del suo carico, i due furono catturati da fanti nemici, che avevano circondato la zona, di conseguenza non c’era stata per loro via di fuga. Il destino del mulo sembrava già segnato, i soldati appartenenti all’altra bandiera, stremati e affamati erano intenzionati a cucinarlo. Loreto era disperato e impotente contro le infami intenzioni del nemico, solo l’intervento autoritario di un Ufficiale di Cavalleria loro superiore trovatosi lì per caso, riuscì a fermare che la nefandezza fosse portata a termine. Pur appartenendo a un esercito ostile, la considerazione per il quadrupede era stata rispettata da quel nobile Cavaliere, Rossetti era pur sempre un soldato e per tanto non poteva essere mangiato. Dopo alcuni giorni dalla cattura, gli Stati guerreggianti firmarono l’armistizio, e i nemici di un tempo diventarono alleati. Fu così data ai due lodevoli coscritti Loreto e Rossetti la libertà, con la facoltà di potersi ricongiungere al proprio reparto, che nel frattempo si era purtroppo sciolto. Così Loreto e il suo mulo intrapresero un lungo viaggio per le vie di comunicazione agreste, nel tentativo di ricongiungersi ai reparti dell’Esercito Italiano che avrebbero trovato lungo il percorso. Terminata la guerra ripresero servizio alla loro caserma d’appartenenza, dove il mulo soldato terminò la sua professione. Al termine della sua carriera, grazie alle lodevoli azioni di guerra in cui si era distinto, il mulo fu lasciato in libertà senza più cavezza, e messo all’asta, alla quale Loreto partecipò, acquistandolo.
Provvide personalmente negli anni successivi ad accudirlo con grande affetto, Rossetti si era conquistato con merito la considerazione globale dell’Alpino Loreto, il quale lo mise in libertà nelle campagne del suo piccolo paese di Pratola Peligna.
L’Ufficiale di Cavalleria che riuscì con il suo coraggioso intervento a far sì che non si portasse a compimento l’atrocità nei confronti del Sauro, alla conclusione del conflitto Mondiale era divenuto un affermato cavaliere di notorietà internazionale. Loreto gli scrisse varie lettere, alle quali rispose con grande entusiasmo e senso dell'onore al ricordo di essere stato d’aiuto inaspettato a un mulo soldato di tutto rispetto: “Rossetti” il grande mulo, il mulo in guerra. Affinché il mulo avesse tutte le cure necessarie per far fronte alle eventuali situazioni di disagio che potevano presentarsi, e rendere onore e giustizia allo stesso, offrì la sua disponibilità immediata in denaro, aggiungendo che qualora Loreto fosse stato favorevole, sarebbe stato felice d’accoglierlo nelle sue nobili scuderie della * Pszta, dove erano allevati i suoi campioni, destinati a divenire i migliori cavalli d’equitazione. Per la profonda stima che nutriva per il suo compagno d’armi, Loreto accettò, offrì così a Rossetti questa grande opportunità di vivere momenti migliori. 

* Puszta: Grande pianura ungherese



Nessun commento:

Posta un commento