domenica 2 aprile 2017

“A capo di un verso”, di Miriam Piga

by Maura Mantellino
E’ stato pubblicato in questi giorni da Antologica Atelier Edizioni, il nuovo libro di poesie della poetessa Miriam Piga intitolato ‘A capo di un verso’. 
Nei mesi di gennaio e febbraio si è svolto il concorso Premio Ungaretti 2016 curato da Antologica Atelier. 
La casa editrice ha voluto rendere omaggio a Giuseppe Ungaretti, un grande poeta che nella sua poetica, libera dalla metrica, ha spalancato la porta dell’espressività ed allo stesso tempo ha mantenuto la coerenza espressiva che si andava scardinando con le avanguardie e le sperimentazioni delle correnti del futurismo e Dada. 
A Miriam Piga è stata conferita una menzione speciale al Primo Premio assoluto. La silloge comprende moltissime poesie di rara dolcezza e delicatezza. 
Parole ricche di nostalgie, di suggestioni ed emozioni. La poetica di Miriam Piga acquista una dimensione particolare: testimonianza del travaglio intimo della  coscienza  della precarietà dell’uomo. 
Le parole che testimoniano e definiscono questa dimensione spesso hanno la fragile e trepida bellezza di un fiore appena sbocciato.
Leggiamone alcune insieme:

SONO CENTO, I TUOI ANNI 



Scavano luce 

i tuoi fari lucenti. 

Donano lumi 

alle notti senza luna 
quando il cerchio nero 
del tuo materno grembo, 
un tempo ha appeso al cielo. 

Sono sogni ribelli, 
albergano sull'uscio 
di un alba capovolta, 
a rincorrere avari toni 
di un dì che non sorride. 

Sono labbra rosse 
tra le gote espressive. 
È un canto lontano 
che si dondola piano, 
sul tuo udito poggia una nota 
che in esso, diviene culla.

Sono cento, i tuoi anni, 
li ho contati uno ad uno. 
Sono cento e sono tanti, 
col passo di vento 
hanno varcato traguardi. 

Ti guardo e ritrovo meraviglie. 
Li, mi fermo. 


MAESTRALE MISTO SALE 



E t'amerò, 

come un alba di Gennaio 

si risveglia col gelo, 

tra frantumati colori 
e frecce dentro faretre di sole. 
Sarai un cielo dipinto 
con l'abito luccicante 
e la nube che s'affaccia 
quando è sera, 
a rimembrar la stagione amara. 
T'amerò col palato 
che brama il desio, 
assaporerò l'agrodolce 
misto a colate di miele. 
Perché l'amore vive tra i tasti 
di una musica triste. 
Oppure danza col battito, 
crolla sfinito come l'onda 
a ridosso della scogliera 
e cade a getto tra le spume 
avvolgenti del ricordo. 
Un assordante canto, 
il maestrale misto sale 
con granelli di sabbia 
e il deserto dentro al petto. 
La gabbia dei sensi 
e il frastuono dei sogni 
nelle notti insonni. 

T'amerò cosi.


L'ULTIMO RESPIRO 


E poi cedi la notte al giorno, 

scendi a patti con l'Alba 

e riaccendi l'ultimo lume 

depredato dagli artigli 

di un tramontato cielo. 


Ma ti accorgi che il silenzio, 
cattura sempre e soltanto la notte. 

Ti accorgi che il velo 
di seta trasparente 
ha avvolto l'ultimo respiro, 
ha zittito l'ultimo battito 
tra le pieghe del mattino. 

Allora fai un passo a ritroso, 
navighi la notte senza remi 
e attendi quel vento a favore 
che trascina il tuo passo 
nel viale alberato dei sogni. 
E attendi. 
Attendi che la morsa del possesso 
reclami il tuo tempo. 

E attendi. 
E nel frattempo, sogni. 


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