domenica 25 giugno 2017

Su due episodi tra i tanti dell’ultimo giorno di scuola. Ultraismo da stadio e squadrismo studentesco

Nuccio Lodato
Quanto accaduto a Pavia e Tortona c'impone profonde riflessioni
Che l'ultimo giorno di scuola si sia a poco a poco venuto trasformando, nei lustri più recenti, in un sottile e strisciante ma non inesistente problema di ordine pubblico è
noto non solo agli operatori del settore ma a qualsiasi osservatore minimanente attento e sensibile del quotidiano divenire sociale.
Da antico addetto ai lavori, per sua fortuna però preposto a una fascia di utenza di
età inferiore ("secondaria di primo grado", poi anche primaria) confesso di aver sempre temuto per l'incolumità fisica di bambini e ragazzi (anche del personale, ma questa è un'altra storia). Assistendo all'ultima uscita dell'anno, che per nessuna ragione al mondo mi sarei perso, direttamente sul portone dell'istituto, dicevo fra me e me: «Adesso, almeno, fino a settembre nessuno si farà più male qui dentro», e sicuramente quel sospiro di sollievo un po' individualistico e ipocrita qualche mese di vita virtuale in più me lo faceva guadagnare. Anche perché ho sempre sofferto, spero non a torto, le implacabili regole della responsabilità civile (e all'occorrenza anche penale: potremmo raccontarne, con tanti colleghi...). Se improvvisamente, per assurdo, in un banco un allievo, in un momento di follìa decidesse, senza segnali premonitori, di piantare la propria bic nel bulbo oculare del vicino, con la medesima tecnica usata da Odisseo con Polifemo, sia pure senza lo sfrigolìo cagionato dal calore, primo responsabile sarebbe fatalmente considerato il docente elevato in quel momento alla poco gradevole carica di "preposto” d'aula" pro tempore. E, con lui, si ritroverebbe comunque sul banco degli accusati anche il cd. "dirigente scolastico", magari impegnato in quel momento in una conferenza di servizio nel capoluogo di regione, o infelicemente sparatosi a "reggere" un''altra scuola a lui del tutto estranea a cinquanta chilometri di distanza, o nel migliore (anzi, peggiore...) dei casi, rinserrato nel suo ufficio dalla parte opposta del vasto edificio, e chino inutilmente a risolvere per forza un problema dagli enunciati estranei al suo concreto campo di possibile azione, ma la cui responsabilità legale è tutta sua.
Nei pomeriggi degli ultimi giorni di scuola, lo confesso, mi ha sempre messo profonda tristezza vedere inevitabili sciami di ragazzini ancora muniti di zaino (segno inequivocabile del mancato appuntamento, concordato o meno con la medesima che fosse, al giornaliero pranzo di famiglia) aggirarsi annoiati e disorientati per le vie cittadine, o rumoreggianti senza distinguibile meta sui mezzi pubblici, per approdare infine sul far della sera nell'inevitabile pizzeria, resa di fatto infrequentabile nell'occasione ai normali avventori, ma tutto sommato giustamente soddisfatta del "tutto esaurito" di prammatica, pur nella rassegnazione del pagarne gli scotti.
Si fosse però trattato solo di quello: inezie.
Un grosso problema di "sicurezza" della popolazione scolastica, forse più vivo e sentito megli scorsi decenni rispetto ad oggi, è stato quello delle cosiddette liberationes. Nel giorno di inizio ufficiale dell'anno accademico, era -forse è ancora oggi, non lo so- usanza dei goliardi (dell'ateneo pavese, per quanto attiene ai “miei” territori tra Oltrepo e Tortonese) presentarsi presso gli istituti superiori pretendendendo che gli studenti venissero, mercé il loro intervento, dispensati seduta stante dell'uggia delle restanti ore di lezione previste quella mattina (liberatio, appunto...). Ricordo ancora nitidamente, ai tempi del liceo, due mie compagne di classe trionfalmente fatte uscite dal portone principale assise, a mo' di sedia gestatoria, sul loro stesso pesante bancone collegato di legno del modello che allora arredava inesorabilmente le aule, tra gli applausi generalizzati dei presenti e il terrore impotente della nostra vecchia cara preside, che avrebbe peraltro poi salutato quasi centenaria. O il compagno di scuola benestante ed elegantino che, nella medesima circostanza -dato che un po' di paura ci veniva, inutile dissimularlo...- decise di darsi alla fuga, sconsideratamente, scavalcando con un deciso piglio atletico (peraltro a lui poco congeniale!) l'alto cancello metallico, noncurante dei tremendi spuntoni minacciosi che ne coronavano la sommità. Riuscendo miracolosamente, nel salto, a salvare l'integrità di genitali e chiappe, ma non dello splendido trench candido inaugurato con orgoglio proprio in quella remota mattinata novembrina, e in un solo istante tramutato in un indesiderato e inutilizzabile due code dal collo al fondoschiena con un tremendo rrriiippp che immagino gli risuoni ancora nelle orecchie (e poi spiegarlo a casa: erano altri tempi, anche nelle famiglie abbienti…).
La faccenda delle liberationes si tramutò davvero per alcuni anni in un problema di ordine pubblico. Presiedendo a Tortona l'ITIS "Marconi", negli anni in cui a mia volta militavo a un grado inferiore nella città di don Orione e dei baci di dama, il collega e amico Domenico Picchio detto Aldo ne fece una personale questione di principio, cui dedicava straordinari tempi e attenzioni anche in vana funzione preventiva, annoverando con la sua proverbiale professionalità e capacità di previsione tutti i complessi nodi legali cui lo sgradito evento avrebbe dato luogo, senza peraltro riuscire, almeno per quanto ne so, a venire davvero a capo del fenomeno. In tempi più recenti, colpite anche le università dalla iattura della cd. "autonomia", i calendari didattici si sono modificati: anche negli atenei si cominciano le lezioni quando c'è ancora tepore in giro (con tutta una serie di italiche stranezze: i "trimestri" durano... 45 giorni per riuscire a farne stare quattro da ottobre a maggio!), le inaugurazioni di anno accademico da molte parti si tengono solennemente in un giorno qualsiasi, magari quando già le foglioline della primavera stanno rispuntando, la nostalgia non è più quella di una volta e lo spettro delle liberationes ha tutta l'aria di essersi un po' depotenziato. E comunque, rispetto all’attualità, si trattava di un giochetto.

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Quello che si è verificato venerdì 9 -forse perché siamo anche tutti sotto l'impressione della follìa multilaterale di una settimana prima in Piazza San Carlo a Torino- segna però un ben diverso, negativo e abbastanza agghiacciante salto di qualità. Adesso è davvero cambiato tutto, e probabilmente spigolando fra la stampa quotidiana locale, cartacea e on line, dell'intero paese, il quadro si arricchirebbe ulteriormente in maniera inquietante. Mi limito ai due episodi che hanno colpito fortemente me -ma anche, mi auguro, la cd. "pubblica opinione", se ancora sussiste- e si sono verificati in due città vicine, nella geografia locale e nell'esistenza personale: Pavia e Tortona. Nella seconda ci vivo; nella prima ho lavorato a più riprese, anche di recente, per complessivi decenni. Mi ha colpito soprattutto, al di là della gravità oggettiva, del tasso di violenza e dell'evidente premeditazione che li accomunano, la stretta analogia strutturale dei due fatti, che sono talmente speculari l'uno all'altro che potrebbero far inclinare un malpensante a ipotizzare un disegno comune. Con tutta evidenza non è così, ma questo accentua ulteriormente la rilevanza negativa di quanto accaduto.
Telegrafico riepilogo per chi non sapesse: mattinata dell’ultimo giorno di scuola “diffuso”.
Pavia, «vialetto alberato senza uscita che collega gli ingressi del Liceo Scientifico "Copernico" e dell'Itis "Cardano"» (scelgo a fonte l'inviato Massimo Pisa, «la Repubblica» di sabato 10, p. 18): «Ci sono le trombette da stadio e i fumogeni bianchi, e verdi da stadio e i cori da stadio, la folla che ondeggia sotto una carica e le vetrine rotte, un cartello divelto che vola sulla gamba di un adulto e un suo collega che finisce a terra, nella calca, e per poco non lo calpestano. Solo che non è il piazzale di nessuno stadio, non ci sono ultras o tifosi a guardare i maxischermi. Il panico e l'assalto selvaggio vanno in scena» appunto nel raccordo-servitù di cui sopra (è uno scenario visibile anche dal treno, entrando in Pavia appena dopo il ponte ferroviario sul Ticino...). « Dove a ogni fine di anno scolastico i 1000 dello Scientifico e e 1800 dell'Industriale un po' si pigliano a gavettoni e un po' vanno a far festa sul fiume. Non stavolta. Quelli del "Cardano", sono le 10.50 di giovedì, escono scaglionati. Molti hanno le fidanzate di là, tra studenti ci si conosce, ci sono amicizie, niente che giustifichi più di una volante della questura e di due gazzelle dei carabinieri così, giusto per vedere. Ai soliti cori, però, si aggiunge un insolito e aggressivo "liceale, sporco maiale". Spuntano fumogeni da curva. Bottiglie di vetro e di spumante, uova, farina. In parecchi vanno su di giri. Lanciano bottiglie e bengala. Premono sui cancelli del "Copernico", dall'interno qualche oggetto viene buttato verso il vialetto alberato ed è qui che partono lo sfondamento e l'assalto, documentati da decine di video che in un lampo fanno il giro dei social network (i più dettagliati vengono sequestrati dagli investigatori di Digos e Nucleo informativo Carabinieri). Ci sono ragazzi a volto coperto, che già alle 10 erano stati notati dalla presidenza del "Cardano". "Erano venuti a scavalcare i cancelli, forse da altre scuole, forse nostri ex-alunni" racconta la dirigente "e avevamo chiamato il 112, ed era la seconda volta. Ma fino all'uscita tutto era filato liscio". Due docenti dello Scientifico provano a sbarrare la porta a vetri, uno viene trascinato e cade, l'altro si prende il cartello stradale mentre agita un ombrello, volano pugni e calci, poi la carica di ragazzi si ferma, il flusso arretra. Non più di un paio di contusi. Spavento. E la ricerca di un perché».
Tortona, cancello di uscita del Liceo "Peano" sui tornanti del Castello (fonte: la corrispondente locale Maria Teresa Marchese, «La Stampa», ed. alessandrina pari data, p. 48): «Urlavano: "Bombe a mano per il Peano" come gli ultras allo stadio, sentivamo i botti dei petardi e vedevamo questi ragazzi -50-60, forse anche di più- che ci venivano contro spingendoci dentro il cancello, tirando uova, farina, bottiglie piene d'acqua e pietre, e c'era tanto fumo che bruciava gli occhi. [...] Sono arrivati ragazzi da altri istituti (pare dal Marconi, dal Ciofs, persino da scuole di Alessandria), con farina, uova, bottiglie di salsa di pomodoro e di plastica piene d'acqua, fumogeni, sassi, petardi ed è scoppiato il caos».
Secondo il Tg regionale lombardo RaiTre di domenica 11, dieci alunni identificati del "Cardano" rischierebbero, a detta della preside, "la bocciatura o l'espulsione". Al di là dell'applicabilità o meno effettiva dell'uno o dell'altro provvedimento, che mi sembra piuttosto scivolosa dal punto di vista giuridico, e che comunque potrebbe vedersi opporre il classico ricorso con non escluso rischio di annullamento, qui davvero, una volta tanto, "il problema è un altro".
Risaltano infatti almeno due caratteristiche nuove assai inquietanti.
La prima è l'evidente premeditazione delle due "azioni", cui parrebbero partecipi anche alunni di istituti diversi da quello "concorrente" e chiamato in causa, se non addirittura “venuti da fuori”. E questo dà da pensare, perché nella componente c'è qualcosa di oggettivamente squadristico, che non rimanda solamente al fenomeno -colpevolmente sottovalutato e trascurato, quando non favorito e strumentalizzato dalle stesse società “sportive” in tutta Italia- degli ultras anche in trasfertadella tifoseria calcistica, ma a qualcosa di inconsapevolmente più radicato e profondo. Non eravamo più abituati all’idea di “spedizioni punitive”, se non nella lirica minore.
La seconda, più sottile e inconsueta, è il fatto che sembri anche, in entrambi i casi, essersi trattato di una sorta di singolare rivalsa dei frequentatori di istituti tecnici e professionali nei confronti degli evidentemente più "privilegiati" o presunti tali, liceali. Uno sfogo di frustrazioni tanto velleitario quanto sorprendente, nella sua imprevista singolarità. Che l’evidente origine disgiunta dei due casi rende, si diceva, più preoccupante. E’ quasi come se un a componente studentesca ne vivesse come “casta” un’altra: anni e anni di impunita e incontrastata demagogia di piazza reale e “social” (??) lasciano il segno.
E' presumibile ci siano (se ci saranno; arriva l’estate e le scuole si silenziano…) successive conseguenze, forse anche di ordine civile e penale, oltre a quelle prevedibili e già preannunciate, di natura scolastica, la cui applicabilità potrebbe peraltro rivelarsi problematica –si anticipava facilmente- rispetto agli immancabili ricorsi amministrativi cui certo numerose famiglie dei destinatari non mancherebbero di dar luogo. In fondo, in casi simili come in quelli spesso registrati attorno agli stadi negli appuntamenti domenicali, il problema diviene di "controllo del territorio", cui la pubblica opinione prevalente pare, in simili occasioni, meno sensibilizzabile che non quando si tratti di immigrati e accoglienza (torna davvero alla mente in queste occasioni il famoso murale: “Immigrati, per favore salvateci dagli italiani”…).
[ A Tortona, dulcis in fundo, come probabilmente da tante altre parti, anche ragazzini della media inferiore non hanno voluto essere da meno, trasformando una centralissima via in un nauseabondo pastrocchio a base di uova, farina, schiume e gavettoni. Persino queste piccole “azioni” sono, nella loro stupida microscopicità, preorganizzate sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo: non si esce di casa per la scuola, almeno di norma, con nello zaino uova, farina e spumante, come se la nonna avesse dovuto preparare la torta di compleanno. O coi soldi necessari ad acquistarli, che è poi la stessa cosa].
La materia di riflessione non manca davvero per tutti, a cominciare dalle famiglie di provenienza dei singoli. Ma nessuno ne è dispensato, incluso ovviamente chi scrive.