“San Narciso” di Paolo Staglianò: il ritratto feroce di una comunità prigioniera della propria immagine
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| A San Narciso gli aperitivi, gli sguardi obliqui e il desiderio di apparire nascondono l’immobilità di una comunità ripiegata su sé stessa. |
Con “San Narciso”, Paolo Staglianò costruisce il ritratto impietoso di una città immaginaria che potrebbe trovarsi ovunque. Un luogo chiuso, immobile e autoreferenziale, nel quale le relazioni sociali sono dominate dal conformismo, dal moralismo e dall’ossessione per le apparenze. Dietro la satira affiora però una riflessione più amara: una comunità senza futuro può continuare a sopravvivere inventandosi un passato glorioso e convincendosi della propria irripetibile bellezza.
Pier Carlo Lava
San Narciso
Paolo Staglianò
“San Narciso” è una composizione a metà strada tra poesia civile, prosa poetica e racconto satirico. Non possiede una trama tradizionale: è piuttosto una lenta ricognizione tra le strade, le abitudini e le contraddizioni di una comunità che ha trasformato la propria immobilità in un segno di distinzione.
Il nome scelto dall’autore racchiude già il significato dell’opera. Narciso, nella mitologia, si innamora della propria immagine riflessa fino a esserne condannato. Allo stesso modo questa città contempla una rappresentazione idealizzata di sé e rifiuta di riconoscere la propria decadenza. Non guarda il mondo esterno e non osserva realmente neppure sé stessa: ammira soltanto il riflesso che ha costruito.
L’apertura è immediatamente efficace: San Narciso non compare sulle guide turistiche perché non è soltanto un luogo geografico, ma “un’idea fissa”. Potrebbe essere un paese di provincia, una città apparentemente elegante o qualsiasi ambiente sociale ripiegato sulle proprie gerarchie. Le strade sconnesse e i treni scomparsi non descrivono soltanto un isolamento materiale: diventano i simboli di una comunità dalla quale sembrano essere sparite la possibilità di partire e soprattutto la volontà di cambiare.
La vita quotidiana si svolge in una “sospensione dorata”. L’espressione è volutamente ambigua: la superficie appare piacevole, quasi privilegiata, ma sotto di essa si nascondono la noia e il vuoto. Gli aperitivi, gli sguardi obliqui e il pettegolezzo sostituiscono una vera partecipazione alla vita collettiva. Non accade nulla, e proprio per questo ogni gesto altrui viene osservato, commentato e sottoposto a giudizio.
Particolarmente tagliente è la rappresentazione del moralismo come “valuta corrente”. A San Narciso non occorrono condanne pubbliche o espulsioni clamorose: chi rompe le regole non scritte viene allontanato attraverso sorrisi cortesi e “silenzi chirurgici”. È una violenza sociale sottile, esercitata senza alzare la voce e proprio per questo ancora più difficile da contrastare.
Staglianò descrive anche la fusione tra piccola borghesia e classi agiate, accomunate dalla necessità di apparire senza dare l’impressione di ostentare. Tutti “volano bassi”, vestono sobriamente e parlano piano, ma dietro questa discrezione si nasconde un desiderio insaziabile: vedere ed essere visti. L’apparente modestia diventa così un’altra forma di esibizione.
La critica si sposta poi sui social network, popolati da “profeti e santi digitali” che proclamano purezza mentre nascondono desideri e comportamenti molto meno edificanti. Il riferimento a Rasputin accentua ironicamente il contrasto fra la morale predicata e la vita reale. Sono figure contemporanee, riconoscibili, che utilizzano la rispettabilità come una maschera e la religiosità come uno strumento di approvazione sociale.
Il passaggio più doloroso riguarda però il rapporto con la memoria. San Narciso non possiede un futuro, ma difende un passato accuratamente selezionato. Rimuove sconfitte, povertà e disagio per costruirsi una leggenda eroica. Il ricordo non serve a comprendere ciò che è accaduto, ma a evitare qualsiasi confronto con il presente.
La conclusione riassume con grande efficacia l’intero componimento. A San Narciso si muore di tedio, ma lo si fa con eleganza, fra “calici colmi di vino e vuoti di senso”. È forse l’immagine più riuscita del testo: il bicchiere è pieno, mentre la vita che dovrebbe celebrare rimane desolatamente vuota.
Paolo Staglianò non racconta dunque una città precisa. Costruisce un luogo simbolico nel quale possiamo riconoscere molti paesi, molti ambienti sociali e forse anche una parte di noi stessi. “San Narciso” è uno specchio deformante soltanto in apparenza: dietro la sua satira feroce restituisce un’immagine fin troppo nitida di quelle comunità che preferiscono contemplarsi anziché interrogarsi.
Il vero peccato originale della città non è la povertà culturale, la noia o il pettegolezzo. È la convinzione di essere già perfetta e, quindi, di non avere bisogno di cambiare. Per questo il suo destino appare segnato: restare per sempre un feudo, chiuso dentro il riflesso della propria presunta eccezionalità.
GEO: Italia – Cultura, poesia contemporanea e critica sociale
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Crediti: Immagine creata con intelligenza artificiale – a solo scopo illustrativo.
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