La mozione di Giuseppe Bianchini punta a identificare attraverso le deiezioni chi non pulisce. Il sistema funziona già a Carmagnola, ma richiede una banca genetica quasi completa, analisi di laboratorio, personale e risorse. Prima di introdurre un nuovo obbligo bisogna spiegare chi pagherebbe e quali risultati ci si attendono
Il problema delle deiezioni canine abbandonate sui marciapiedi, nei giardini e nelle aree pubbliche esiste ed è inutile negarlo. La mozione presentata dal consigliere comunale di opposizione Giuseppe Bianchini, che propone la prova obbligatoria del DNA dei cani, l’aggiornamento dell’anagrafe canina e nuove sanzioni, parte quindi da un’esigenza concreta. Ma tra individuare un comportamento incivile e costruire un sistema capace di identificare geneticamente il responsabile c’è una macchina organizzativa complessa, che ad Alessandria deve essere valutata soprattutto sotto il profilo dei costi, delle competenze e dei risultati prevedibili.
Pier Carlo Lava
La proposta non può essere liquidata come una semplice provocazione. Sistemi simili sono stati sperimentati e resi operativi in altri Comuni italiani. Proprio per questo, però, è possibile confrontare l’idea con quanto accaduto altrove e chiedere che anche ad Alessandria vengano messi sul tavolo numeri, tempi e coperture finanziarie.
Una banca genetica non è una normale anagrafe canina
La mozione depositata da Bianchini reca un titolo molto esplicito: “Deiezioni canine – prova DNA – obbligatorietà DNA – aggiornamento anagrafe canina – tutela dell’igiene urbana e del decoro urbano – sanzioni”. L’atto è comparso più volte negli ordini del giorno del Consiglio comunale. Nella seduta del 31 marzo 2026 il proponente ha comunicato di avere richiesto la convocazione della Commissione Ambiente per approfondire gli argomenti contenuti nel documento, rinviandone quindi la discussione.
È una scelta ragionevole, perché l’anagrafe genetica non coincide con quella già utilizzata per i microchip. Dal marzo 2025 la precedente banca dati regionale piemontese è confluita nel SINAC, il Sistema informativo nazionale degli animali da compagnia, gestito con il coinvolgimento dei servizi veterinari delle Asl. Il Comune dovrebbe pertanto chiarire come raccordare un eventuale archivio dei profili genetici con il sistema nazionale esistente, quali soggetti possano accedere ai dati e chi debba aggiornare le informazioni in caso di trasferimento, morte o cambio di proprietario dell’animale.
Il tampone salivare rappresenta soltanto il primo passaggio. Occorrono veterinari o operatori autorizzati per effettuare i prelievi, un laboratorio in grado di creare e conservare i profili genetici, personale incaricato di raccogliere correttamente le deiezioni abbandonate, procedure che garantiscano la tracciabilità dei campioni e uffici chiamati a contestare le violazioni. Poiché il profilo del cane verrebbe collegato al proprietario attraverso il microchip, sarebbero inoltre necessari ruoli ben definiti nel trattamento dei dati, informative, sistemi di sicurezza e tempi di conservazione.
Nessuno di questi elementi rende automaticamente irrealizzabile la proposta, ma dimostra che non basta modificare un regolamento e annunciare una sanzione.
Il precedente di Carmagnola: il sistema funziona, ma non senza costi
Il riferimento piemontese più significativo è Carmagnola. Nel novembre 2018 il Consiglio comunale modificò il regolamento per la tutela degli animali introducendo l’identificazione genetica obbligatoria dei cani attraverso un tampone salivare. Il progetto divenne operativo nel 2019 con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.
Secondo le informazioni pubblicate dal Comune di Carmagnola, le guardie convenzionate raccolgono i campioni durante i normali servizi sul territorio e l’Istituto Zooprofilattico confronta il DNA contenuto nelle deiezioni con i profili presenti nella banca genetica. Quando viene individuato il proprietario, alla sanzione di 100 euro si aggiungono i costi dell’analisi, portando il totale oltre i 150 euro. Per chi non rispetta l’obbligo di registrazione genetica è prevista un’ulteriore sanzione compresa tra 50 e 500 euro.
L’esperienza dimostra quindi che la tecnologia può effettivamente risalire al cane e, di conseguenza, al proprietario. Ma dimostra anche che non si tratta di un sistema immediato. Secondo i dati riportati da RaiNews Piemonte nel gennaio 2024, a Carmagnola risultavano geneticamente registrati circa 3.000 cani sui 5.000 presenti nell’anagrafe e il progetto era costato all’incirca 80.000 euro nei primi cinque anni. Le prime sei multe erano arrivate dopo una lunga fase di avvio e sperimentazione.
Il risultato non deve essere sminuito, ma neppure trasformato in una soluzione miracolosa. Una banca genetica incompleta riduce inevitabilmente la possibilità di trovare una corrispondenza: se il cane responsabile non è stato registrato oppure proviene da un altro Comune, l’analisi della deiezione potrebbe produrre una spesa senza consentire di identificare nessuno.
Quanto potrebbe costare ad Alessandria?
Per Alessandria manca al momento il dato fondamentale: quanti cani dovrebbero essere sottoposti al prelievo e quale sarebbe il costo complessivo dell’operazione?
Una precedente valutazione risalente al 2019 parlava di circa 12.000 cani microchippati e ipotizzava una spesa vicina ai 240.000 euro per la sola raccolta iniziale del DNA. Si tratta di numeri datati, che non possono essere utilizzati come preventivo attuale, ma che rendono evidente la dimensione potenziale dell’intervento. Prima di assumere qualsiasi decisione occorre quindi ottenere dal SINAC e dall’Asl il numero aggiornato dei cani registrati nel territorio comunale e richiedere un vero piano economico.
Bisogna stabilire se il tampone debba essere pagato dal Comune, dal proprietario oppure finanziato inizialmente con fondi esterni. Occorre poi calcolare il costo delle analisi sulle deiezioni, delle convenzioni con veterinari e laboratori, delle attività di raccolta, della gestione amministrativa e degli eventuali ricorsi. Anche affidandosi a guardie volontarie, rimangono spese di formazione, materiali, trasporto e conservazione dei campioni.
La domanda non è secondaria per un Comune che si trova ancora all’interno di un piano di riequilibrio finanziario pluriennale. Ogni nuova misura dovrebbe indicare non soltanto quanto costa inizialmente, ma anche quanto costerà mantenerla negli anni e quali altri servizi potrebbero essere sacrificati per finanziarla.
Non sarebbe inoltre prudente fondare il piano sul presunto recupero delle spese attraverso le multe. Le sanzioni arrivano soltanto se il campione è utilizzabile, il cane è presente nella banca genetica e l’associazione con il proprietario può essere dimostrata e contestata correttamente. Prima viene la copertura finanziaria, poi l’eventuale entrata derivante dalle violazioni, non il contrario.
Il problema dei costi assume un peso ancora maggiore considerando le limitate disponibilità finanziarie del Comune di Alessandria, tuttora impegnato nel piano di riequilibrio pluriennale. In una situazione simile non basta dimostrare che il sistema del DNA canino sia tecnicamente possibile: occorre stabilire se rappresenti davvero una priorità rispetto alla manutenzione delle strade e dei marciapiedi, al verde pubblico, alla sicurezza, ai servizi sociali e alle numerose necessità quotidiane della città. Anche una spesa apparentemente contenuta deve essere confrontata con le altre urgenze comunali. La domanda decisiva non è soltanto “funziona?”, ma “possiamo permettercelo e, soprattutto, è questo il modo migliore di utilizzare risorse pubbliche già insufficienti?”
Una proposta da studiare, non da approvare al buio
La mozione di Bianchini ha il merito di cercare uno strumento diverso dai normali controlli in flagranza, spesso difficili da effettuare. Sarebbe perciò ingiusto presentarla come un’idea priva di fondamento. Il modello di Carmagnola conferma che il DNA canino può essere utilizzato concretamente contro chi abbandona le deiezioni.
Ma proprio quell’esperienza suggerisce prudenza. Prima di introdurre l’obbligatorietà in tutta Alessandria sarebbe necessario predisporre uno studio di fattibilità, con il numero aggiornato degli animali, il costo unitario dei tamponi e delle analisi, le modalità di finanziamento, i soggetti responsabili, la disciplina dei dati e una previsione realistica dei risultati.
Si potrebbe anche valutare una sperimentazione limitata nel tempo o concentrata nelle zone maggiormente interessate dal fenomeno, accompagnata da una campagna di sensibilizzazione e da controlli tradizionali più frequenti. Dopo un periodo definito, il Consiglio comunale dovrebbe ricevere una relazione contenente il numero dei campioni raccolti, delle corrispondenze ottenute, delle sanzioni applicate e il costo sostenuto per ogni infrazione accertata.
La questione, dunque, non è essere favorevoli o contrari al DNA canino per ragioni politiche. È stabilire se questa soluzione rappresenti davvero il modo più efficace e proporzionato di spendere le risorse pubbliche per migliorare il decoro di Alessandria. Il problema esiste e la proposta merita di essere discussa, ma prima di trasformarla in un nuovo obbligo per migliaia di cittadini servono numeri verificabili, responsabilità precise e conti sostenibili.
Fonti consultate
- Comune di Alessandria – attività e documenti del Consiglio comunale
- Verbale del Consiglio comunale del 31 marzo 2026
- Comune di Carmagnola – progetto “Con il DNA di Fido, io mi fido!”
- Regione Piemonte – Sistema informativo nazionale degli animali da compagnia
- RaiNews Piemonte – risultati e costi del progetto di Carmagnola
GEO: Alessandria, Piemonte, Italia – Comune di Alessandria, Consiglio comunale, decoro urbano, anagrafe canina, deiezioni canine e sostenibilità finanziaria degli enti locali.
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