Turandot apre la Stagione d’Opera del Teatro Fraschini: a cento anni dalla prima, l’enigma resta sospeso

Logo della Fondazione Teatro Fraschini di Pavia, teatro di tradizione, per la nuova produzione di Turandot nell’ottobre 2026.
Logo della Fondazione Teatro Fraschini, che il 9 e l’11 ottobre 2026 inaugura la Stagione d’Opera 2026/2027 con Turandot di Giacomo Puccini, nel centenario della prima rappresentazione.


A cento anni dalla prima rappresentazione alla Scala, “Turandot” torna a interrogare il pubblico attraverso la musica di Giacomo Puccini e lo fa al Teatro Fraschini di Pavia con una scelta artistica particolarmente forte: fermare l’opera là dove si fermò il compositore, alla morte di Liù. Il 9 e l’11 ottobre 2026 il capolavoro pucciniano inaugurerà la Stagione d’Opera 2026/2027 in un nuovo allestimento diretto da Alessandro D’Agostini e firmato per regia, scene e costumi da Nadir Dal Grande. Non ci sarà quindi il finale completato dopo la morte di Puccini: resteranno il sacrificio di Liù, il silenzio e un interrogativo che attraversa l’intera opera, quello sul rapporto tra amore, paura, violenza e possibilità di redenzione. Una scelta che restituisce “Turandot” alla sua condizione originaria di grande capolavoro incompiuto e che, proprio per questo, può renderla ancora più contemporanea.

Pier Carlo Lava

Turandot cento anni dopo la prima alla Scala

Il Teatro Fraschini di Pavia inaugura la propria Stagione d’Opera venerdì 9 ottobre e domenica 11 ottobre 2026 con Turandot, nel centenario della prima rappresentazione assoluta, avvenuta alla Scala di Milano il 25 aprile 1926. Sul podio ci sarà Alessandro D’Agostini, mentre Nadir Dal Grande firma regia, scene e costumi del nuovo allestimento. 

L’opera in tre atti e cinque quadri, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni tratto dalla fiaba teatrale di Carlo Gozzi, viene proposta con una caratteristica decisiva: l’esecuzione comprende soltanto la musica effettivamente completata da Giacomo Puccini. Lo spettacolo si interrompe quindi dopo la morte di Liù e non utilizza il completamento successivo dell’opera.

È una decisione che inevitabilmente riporta alla celebre prima del 1926. Puccini era morto nel novembre 1924 senza riuscire a terminare Turandot. Alla Scala, Arturo Toscanini interruppe l'esecuzione nel punto in cui terminava la musica lasciata dal compositore, ricordando al pubblico che proprio lì il Maestro era morto.

Un’opera che termina con Liù

In questo allestimento l’incompiutezza non viene considerata un limite da nascondere, ma diventa parte integrante della rappresentazione. Dopo il sacrificio di Liù, il destino di Turandot e Calaf rimane sospeso. Il pubblico non riceve la riconciliazione conclusiva e resta davanti alle conseguenze di quanto è accaduto.

Il direttore generale del Teatro Fraschini Francesco Nardelli sottolinea proprio questo aspetto: tornare a Turandot nel centenario significa confrontarsi con un capolavoro che conserva interrogativi ancora attuali. Fermarsi alla morte di Liù significa affidare allo spettatore quelle domande senza offrire necessariamente una risposta rassicurante. 

Nella lettura musicale di Alessandro D’Agostini emerge inoltre il tema dell’identità e del nome. Liù riconosce Calaf, Calaf ritrova il padre Timur, mentre Turandot racconta la storia della propria antenata per definire se stessa. Conoscere il nome significa conoscere l’altro, ma può diventare contemporaneamente salvezza, potere e perdita. 

La musica di Puccini accompagna questa tensione alternando la potenza delle grandi pagine corali ad atmosfere rarefatte, dissonanze, timbri isolati e momenti nei quali persino il silenzio assume un valore drammatico. Nel compianto per Liù, per esempio, il suono dell’ottavino sembra progressivamente allontanarsi e dissolversi: fermare qui l’opera significa lasciare che quella perdita continui idealmente a risuonare. 

Una Cina oscura, ferita e senza tempo

Anche visivamente la Turandot immaginata da Nadir Dal Grande si allontana da una rappresentazione semplicemente esotica della Cina. La Pechino della scena è un mondo senza tempo, segnato dal trauma dell’ava Lo-u-Ling e da un desiderio di vendetta che ha finito per contagiare un’intera comunità.

Una materia nera, lucida e vischiosa invade progressivamente lo spazio scenico, raggiunge le pareti e i corpi, annerisce le mani e sporca gli abiti. Turandot è associata alla Luna e appare contemporaneamente donna, divinità e demone agli occhi di un popolo che la teme e la venera. La folla non costituisce semplicemente lo sfondo della vicenda, ma diventa essa stessa un personaggio collettivo. 

A questa oscurità si contrappone soprattutto Liù. La giovane schiava introduce nel regno una luce diversa. Nella regia una bambina, visibile soltanto a lei, la accompagna come una visione verso il sacrificio. Dopo la sua morte, dalla materia nera iniziano a nascere dei fiori e l’alba esplode in una luce accecante. Ma la domanda rimane aperta: è davvero possibile riparare ciò che la violenza ha distrutto? 

Un progetto nato dai giovani

C’è un altro elemento particolarmente interessante dietro questa produzione. L’allestimento nasce dal progetto del team Floret Umbra, formato da Nadir Dal Grande e Jenny Cappelloni, vincitore del bando di OperaLombardia rivolto ai creativi under 35.

Il progetto è stato scelto fra 49 candidature e quattro finalisti, nell’ambito di un’iniziativa dedicata alla valorizzazione dei giovani professionisti dello spettacolo, con attenzione anche ai temi dell’accessibilità e della sostenibilità. La produzione coinvolge i Teatri di OperaLombardia, il Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca e la Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara, con la collaborazione di Opera Europa. 

Il cast e l’orchestra

Il ruolo di Turandot sarà interpretato da Caterina Meldolesi il 9 ottobre e da Libby Sokolowski l’11. Calaf avrà invece le voci di Roberto Aronica nella prima recita e Eduardo Niave nella seconda. Songha Lee sarà Liù, Baopeng WangTimur e Gerardo Dell’Affetto l’imperatore Altoum.

Completano il cast Paolo Ingrasciotta nel ruolo di Ping, Giulio Putrino in quello di Pang, Giacomo Leone come Pong, Francesco La Gattuta come Mandarino, Marco Tomasoni come Principe di Persia, Chiara Ciurlia e Laura Dacomo nelle parti delle due ancelle.

Alessandro D’Agostini dirigerà l’Orchestra I Pomeriggi Musicali, insieme al Coro OperaLombardia preparato da Riccardo Bianchi e al Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Como preparato da Davide Dell’Oca. Le luci sono di Jenny Cappelloni. 

Il Fraschini, oltre 250 anni di teatro

La scelta di aprire la stagione con Turandot assume un significato particolare anche considerando la storia del Teatro Fraschini, inaugurato nel 1773 e da oltre due secoli e mezzo protagonista della vita culturale pavese. Dal 2003 è riconosciuto dal Ministero come Teatro di Tradizione e dal 2007 è costituito in Fondazione. Oggi la Fondazione gestisce il Teatro Fraschini e il Cinema Teatro Politeama di Pavia e il Teatro Sociale di Stradella. 

Il 9 e l’11 ottobre, dunque, non sarà soltanto l'apertura di una nuova stagione. A cento anni dalla prima di Turandot, il Fraschini riporterà il pubblico esattamente davanti al punto nel quale Puccini fu costretto a fermarsi. E forse proprio quell'opera senza una conclusione definitiva conserva ancora oggi una delle sue suggestioni più potenti: un’alba che arriva, mentre l’enigma dell’essere umano rimane irrisolto.


GEO: Pavia, Lombardia, Italia – Teatro Fraschini.

Informazioni e biglietteria: apertura dal lunedì al sabato dalle 17 alle 19; mercoledì e sabato anche dalle 11 alle 13. Tel. 0382 371214. 

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Descrizione: Logo ufficiale della Fondazione Teatro Fraschini, caratterizzato dalla stilizzazione della sala teatrale e dall’anno 1773, data di inaugurazione dello storico teatro pavese.

Crediti immagine: Fondazione Teatro Fraschini – Pavia

Fonte: Materiale fornito dalla Fondazione Teatro Fraschini a corredo della presentazione di Turandot.

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