Modena, 50 giovani irrompono in un discount: che adulti diventeranno?

Gruppo di giovani entra in un discount mentre alcuni ragazzi filmano la scena con gli smartphone.
Giovani, branco e social: un’immagine simbolica per riflettere sui comportamenti di gruppo e sugli adulti di domani.

A Modena una cinquantina di giovani ha fatto irruzione in un discount, prendendo prodotti dagli scaffali mentre alcuni partecipanti riprendevano quanto stava accadendo con gli smartphone. È una notizia di cronaca, certamente. Ma archiviarla come l'ennesima bravata giovanile sarebbe un errore. Perché episodi come questo, insieme alle aggressioni nelle quali gruppi di ragazzi si accaniscono contro una persona sola, pongono una domanda molto più difficile: che cosa sta succedendo ad alcuni dei nostri giovani? E soprattutto: che adulti diventeranno?

Pier Carlo Lava

Non bisogna generalizzare. Sarebbe profondamente ingiusto descrivere un'intera generazione attraverso i comportamenti di una sua minoranza. Ci sono milioni di ragazzi che studiano, lavorano, praticano sport, fanno volontariato, aiutano le proprie famiglie, coltivano passioni e costruiscono con fatica il proprio futuro. Proprio per rispetto nei loro confronti, però, non possiamo fingere di non vedere ciò che accade in quella parte del mondo giovanile nella quale violenza, branco, trasgressione e ricerca della visibilità sembrano talvolta alimentarsi reciprocamente.

Quando il branco cancella la responsabilità individuale

C'è qualcosa di particolarmente inquietante nelle aggressioni compiute in gruppo. Cinque, dieci ragazzi che circondano un loro coetaneo solo e lo colpiscono non stanno dimostrando forza. Stanno esercitando una superiorità numerica schiacciante nei confronti di qualcuno che spesso non ha neppure la possibilità di difendersi.

Perché accade? Non esiste una spiegazione unica. Il gruppo può diminuire la percezione della responsabilità personale: ciò che un individuo probabilmente non farebbe da solo può diventare possibile quando intorno a lui altri approvano, incitano, ridono o partecipano. Il confine personale viene sostituito dal comportamento collettivo.

Ed è qui che compare un elemento relativamente nuovo: lo smartphone. In alcuni episodi di violenza o vandalismo non ci si limita più a compiere l'azione. La si riprende. Talvolta la si pubblica. L'atto acquista così un pubblico e può diventare un modo per ottenere attenzione e riconoscimento all'interno del proprio gruppo.

È forse uno degli aspetti sui quali dovremmo interrogarci maggiormente: quando si arriva a filmare la propria trasgressione, evidentemente la paura di essere scoperti può essere stata superata dal desiderio di essere visti.

Una “ragazzata” non può spiegare tutto

La parola ragazzata appartiene da sempre al nostro vocabolario. Un adolescente può commettere sciocchezze, sfidare le regole, assumere comportamenti impulsivi e compiere errori che, da adulto, probabilmente non ripeterebbe.

Ma esiste un limite.

Picchiare in gruppo una persona sola, umiliarla e magari filmarla non è sullo stesso piano di una bravata. Entrare in massa in un esercizio commerciale e appropriarsi di ciò che si trova sugli scaffali non può essere liquidato semplicemente dicendo che “sono ragazzi”.

Perché proprio se sono ragazzi la risposta degli adulti diventa fondamentale.

L'adolescenza non è una sentenza definitiva sul futuro di una persona. Un giovane che oggi compie un gesto grave non è necessariamente destinato a diventare un adulto violento o un delinquente. Le persone cambiano, maturano e possono comprendere la gravità dei propri comportamenti.

Ma perché questo avvenga occorre che qualcuno faccia capire loro che esiste un confine.

Che adulti diventeranno?

Ed eccoci alla domanda più difficile.

Questi ragazzi un giorno avranno trent'anni, quaranta, cinquanta. Saranno lavoratori, professionisti, genitori, forse responsabili di altre persone. Che adulti saranno?

Non possiamo saperlo oggi. Sarebbe sbagliato condannarli in anticipo per ciò che potrebbero diventare. Possiamo però porci un'altra domanda: cosa succede se durante la crescita si consolida l'idea che la forza consenta di prevalere, che il gruppo cancelli la responsabilità personale, che l'umiliazione di un'altra persona procuri prestigio e che le proprie azioni non abbiano conseguenze?

Il vero pericolo non è soltanto il singolo episodio. È la possibile normalizzazione del comportamento.

Un adolescente deve poter sbagliare e deve avere la possibilità di cambiare. Ma per cambiare deve anche incontrare adulti e istituzioni capaci di dirgli chiaramente: questo non si fa.

Dove sono gli adulti?

A questo punto, però, sarebbe troppo comodo puntare il dito esclusivamente contro i ragazzi.

Alla domanda “che giovani abbiamo?” dovrebbe seguirne immediatamente un'altra: “che adulti siamo stati noi per questi giovani?”

La famiglia è certamente fondamentale, ma attribuirle ogni responsabilità sarebbe semplicistico. Ci sono la scuola, le istituzioni, lo sport, i luoghi di aggregazione, i media, la rete e l'intera comunità. E c'è una società adulta che manda continuamente messaggi contraddittori: chiede ai ragazzi rispetto e moderazione, mentre contemporaneamente premia spesso visibilità, aggressività, successo immediato e capacità di imporsi.

I social network non possono essere trasformati nel capro espiatorio di ogni problema giovanile. Sono strumenti straordinari quando vengono utilizzati bene. Ma l'ambiente digitale ha introdotto qualcosa che le generazioni precedenti non avevano mai sperimentato in queste dimensioni: la possibilità di ottenere in pochi minuti l'attenzione di centinaia o migliaia di persone attraverso un gesto estremo.

Per un adolescente alla ricerca della propria identità e dell'approvazione del gruppo, questo meccanismo merita molta più attenzione di quella che probabilmente gli abbiamo dedicato finora.

Comprendere non significa giustificare

C'è infine un equivoco che sarebbe utile superare. Cercare di comprendere perché un adolescente diventi violento non significa giustificarlo.

Possiamo studiare le cause sociali, familiari e psicologiche di certi comportamenti e contemporaneamente affermare un principio molto semplice: ognuno deve rispondere delle proprie azioni, naturalmente secondo la propria età e secondo quanto previsto dalla legge.

Responsabilità e recupero non sono contrari. Anzi, possono essere due parti dello stesso percorso educativo.

Una società che si limita a punire senza cercare di recuperare rischia di perdere definitivamente alcuni ragazzi. Ma anche una società che comprende tutto, attenua tutto e finisce per non stabilire più alcun limite rischia di abbandonarli in un altro modo.

Educare significa anche insegnare che ogni scelta produce conseguenze.

Il problema non finisce davanti alla porta del discount

Per questo quanto accaduto a Modena non dovrebbe interessarci soltanto fino a quando saranno identificati i responsabili. E nemmeno le aggressioni di gruppo dovrebbero interessarci esclusivamente nei giorni in cui un video particolarmente brutale diventa virale.

La questione riguarda qualcosa di molto più grande.

Quei ragazzi cresceranno.

E la società nella quale vivremo tra dieci o vent'anni sarà costruita anche da loro.

La domanda, allora, non è soltanto che adulti diventeranno questi giovani.

Forse dovremmo chiederci anche che cosa siamo disposti a fare oggi perché possano diventare adulti migliori.

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GEO: Modena, Emilia-Romagna, Italia.

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Crediti: Immagine generata con intelligenza artificiale – ChatGPT/OpenAI

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