| Giorgia Meloni. Immagine illustrativa realistica realizzata con intelligenza artificiale. |
Pier Carlo Lava
Che cosa chiede realmente Meloni a Bruxelles
Nella lettera trasmessa il 1° ottobre alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni parte dall'eccezionale tensione dei mercati energetici. Secondo i dati richiamati dalla presidente del Consiglio, il prezzo del petrolio espresso in euro è quasi dell'80% superiore rispetto all'inizio dell'anno, mentre quello del gas naturale è aumentato del 156%. Una situazione che, sostiene Meloni, sta riducendo il reddito disponibile reale delle famiglie e penalizzando la competitività delle imprese europee.
Ma il cuore della lettera non è una richiesta generica di poter spendere di più. La questione riguarda il funzionamento delle nuove regole fiscali europee, fondate in larga misura sul controllo della crescita della spesa netta.
Quando il percorso della spesa viene costruito sulla base di determinate aspettative d'inflazione e successivamente i prezzi aumentano molto più del previsto, alcune uscite dello Stato crescono quasi automaticamente. È il caso, per esempio, delle prestazioni indicizzate o comunque influenzate dall'andamento dei prezzi.
Meloni indica numeri particolarmente significativi: in Italia la spesa direttamente interessata da un'inflazione sensibilmente superiore a quella ipotizzata nel piano di bilancio sarebbe equivalente al 20,4% del PIL. Altre componenti della spesa che risentiranno dell'aumento dell'inflazione già nel 2027 rappresenterebbero un ulteriore 12% del PIL.
La presidente del Consiglio ha citato pubblicamente due esempi facilmente comprensibili: pensioni e assegno unico. Il ragionamento del Governo è che questi aumenti non derivano necessariamente da una decisione politica di espandere la spesa, ma almeno in parte dall'adeguamento alla nuova situazione economica.
Il paradosso dell'inflazione: lo Stato incassa di più ma non può necessariamente spendere quelle risorse
C'è poi un secondo punto della lettera, forse ancora più interessante.
L'inflazione può determinare nel breve periodo un incremento delle entrate derivanti dalle imposte indirette. Ma, secondo il quadro europeo della spesa netta, queste maggiori entrate non possono automaticamente essere trasformate in nuova capacità di spesa per finanziare interventi compensativi.
Ed è precisamente questo meccanismo che Roma vorrebbe rendere più flessibile.
Meloni propone di trovare una modalità che permetta di utilizzare almeno una parte delle entrate aggiuntive prodotte dall'inflazione per interventi temporanei e mirati destinati a contenere l'aumento dei costi energetici.
In altre parole: se lo shock inflazionistico produce contemporaneamente maggiori entrate fiscali e maggiori costi per cittadini e imprese, il Governo vorrebbe poter utilizzare una parte di quell'extragettito per attenuare gli effetti dello stesso shock senza che l'intervento venga considerato alla stregua di una normale espansione discrezionale della spesa.
Una richiesta che non equivale a cancellare le regole europee
È importante sottolineare questo aspetto perché permette di comprendere meglio la portata politica dell'iniziativa.
Meloni non chiede formalmente l'abbandono delle nuove regole fiscali europee. Nella stessa lettera riconosce l'importanza dell'obiettivo della sostenibilità del debito pubblico e i rischi che deriverebbero dalla modifica di norme di bilancio entrate in vigore recentemente.
La tesi italiana è diversa: secondo Roma, le regole esistenti conterrebbero già margini interpretativi sufficientiperché la Commissione possa considerare l'effetto eccezionale dell'inflazione quando valuterà preventivamente il rispetto dei percorsi di spesa dei singoli Paesi.
È una distinzione importante. L'Italia non sta semplicemente chiedendo di aumentare il deficit senza vincoli, ma sta sostenendo che una parte dell'aumento nominale della spesa dovrebbe essere valutata tenendo conto delle condizioni economiche eccezionali che l'hanno determinata.
Bruxelles risponde: una flessibilità sull'energia esiste già
La prima risposta della Commissione europea è stata prudente.
La portavoce capo Paula Pinho ha ricordato che agli Stati membri è già stata concessa una maggiore flessibilità. Il riferimento riguarda soprattutto l'estensione all'energia della clausola nazionale di salvaguardia, inizialmente prevista per le maggiori spese nel settore della difesa.
La Commissione aveva infatti stabilito nell'agosto scorso che determinate misure destinate alla sicurezza energeticapossono beneficiare di uno scostamento dal percorso della spesa netta.
Il limite specifico previsto per queste misure è pari allo 0,3% del PIL all'anno e allo 0,6% cumulativo nel periodo 2026-2028, restando all'interno del limite complessivo dell'1,5% del PIL previsto dalla clausola. Le misure devono inoltre rispettare precise condizioni e vengono valutate dalla Commissione caso per caso.
È proprio qui che emergono le differenti posizioni.
Per Bruxelles esiste già uno strumento destinato a fornire agli Stati margini aggiuntivi contro la crisi energetica. Per Roma, invece, resta aperto un problema ulteriore: come trattare l'effetto dell'inflazione sulla spesa pubblica e come consentire l'utilizzo di una parte delle maggiori entrate per proteggere famiglie e imprese.
Perché questa partita è importante per la Manovra italiana
Dietro il confronto apparentemente tecnico si nasconde una questione decisiva: quanto spazio avrà il Governo per costruire la prossima Manovra senza aumentare altre imposte o ridurre altre voci di spesa.
Se una quota maggiore degli interventi contro il caro energia o degli aumenti di spesa determinati dall'inflazione potesse essere trattata con maggiore flessibilità, l'esecutivo avrebbe più margine nella composizione del bilancio.
Questo non significherebbe avere a disposizione risorse gratuite. Il debito pubblico rimarrebbe e gli eventuali maggiori deficit dovrebbero comunque essere finanziati. Cambierebbe però il modo in cui determinate spese vengono considerate ai fini del rispetto del percorso fiscale europeo.
È quindi opportuno distinguere flessibilità di bilancio da disponibilità di nuovo denaro: sono due concetti differenti.
La questione economica: la richiesta italiana ha una logica, ma esiste anche il problema del debito
Dal punto di vista economico, l'argomento presentato dall'Italia individua un problema reale delle regole costruite su grandezze nominali: uno shock inflazionistico molto superiore alle previsioni può modificare sia le entrate sia determinate spese pubbliche senza che ciò derivi interamente da nuove decisioni del Governo.
Ma esiste anche l'altra faccia della questione.
Le regole europee servono precisamente a impedire che entrate temporanee vengano utilizzate per finanziare spese permanenti, creando squilibri destinati a manifestarsi quando l'inflazione e quindi l'extragettito diminuiscono. Per un Paese fortemente indebitato come l'Italia, la sostenibilità dei conti pubblici rimane quindi un elemento centrale.
Non è casuale che la stessa Meloni specifichi che gli eventuali interventi dovrebbero essere temporanei e mirati.
Il confronto tra Roma e Bruxelles sarà dunque soprattutto su dove collocare il punto di equilibrio: evitare una politica fiscale eccessivamente restrittiva durante uno shock energetico senza trasformare un'emergenza temporanea in un aumento strutturale della spesa.
Il confronto si sposta ora all'Ecofin
Meloni vuole che la questione venga affrontata dai ministri economici e finanziari europei già al prossimo Ecofin. La Commissione ha confermato di avere ricevuto la lettera e il dossier sarà quindi oggetto di valutazione e confronto nelle sedi europee.
La partita, peraltro, non riguarda soltanto l'Italia. L'aumento dei prezzi energetici interessa numerose economie dell'Unione e Roma sostiene che anche altri Stati membri stiano sollevando problemi analoghi.
Per questo la lettera di Meloni potrebbe assumere un significato più ampio della trattativa sulla sola Manovra italiana: mette alla prova le nuove regole fiscali europee davanti a uno shock economico che non era stato previsto nelle dimensioni attuali quando furono definiti i percorsi di spesa.
La risposta definitiva di Bruxelles dirà quindi non soltanto quanto margine avrà l'Italia, ma anche quanto il nuovo sistema europeo sia capace di adattarsi a condizioni economiche eccezionali senza rinunciare all'obiettivo della sostenibilità dei conti pubblici.
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Descrizione: Ritratto realistico della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un contesto istituzionale, davanti alle bandiere dell’Italia e dell’Unione Europea, a corredo dell’approfondimento sulla lettera inviata a Ursula von der Leyen. Immagine generata con I.A.
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