“L’illusione di appartenersi” di Francesca Giordano: quando l’amore diventa desiderio, prigionia e disincanto

Immagine poetica dedicata a “L’illusione di appartenersi” di Francesca Giordano, con libro aperto, fiori, fontana e paesaggio al tramonto.
“L’illusione di appartenersi” di Francesca Giordano: una poesia che attraversa amore, desiderio, libertà e disincanto, interrogandosi sul fragile confine tra incontro e possesso.

Ci sono poesie che raccontano l’amore attraverso la certezza dell’incontro e altre che scelgono invece il territorio molto più fragile dell’appartenenza. In “L’illusione di appartenersi”, Francesca Giordano costruisce pochi versi essenziali, talvolta enigmatici, nei quali la bellezza dei “fiori nascenti” convive con le “mura”, l’acqua perde la propria trasparenza e, nel finale, compare l’immagine inquietante dell’Idra di Lerna. È un percorso che parte dal desiderio di appartenere e conduce alla scoperta che nessun essere umano può davvero possederne un altro. Una poesia breve, ma attraversata da immagini che continuano a lavorare nel lettore anche dopo l’ultimo verso. Francesca Giordano è inoltre una valida collaboratrice della direzione di Alessandria Post e ItalianNewsPost.com, alla quale porta con continuità la propria sensibilità letteraria e culturale.

Pier Carlo Lava

L’illusione di appartenersi

Appartieni al mondo vivo

vivi

immerito

scorro nei tuoi occhi

prigioniera di mura

fiori nascenti

sigillano il mio incanto

leggiadra

poggio le mie parole

sfavillano

nei miei occhi veteri

i fiori nascenti

una fontana

l’acqua limacciosa

è l’idra di Lerna.

Francesca Giordano

Il titolo contiene già la chiave più importante per entrare nella poesia: “L’illusione di appartenersi”.

Non l’appartenenza, dunque, ma la sua illusione.

È una distinzione decisiva. Nell'amore utilizziamo spesso il linguaggio del possesso: miotuanostro. Parole apparentemente innocenti, persino tenere, che possono però nascondere una contraddizione. Si può condividere profondamente la propria esistenza con qualcuno senza per questo possederlo.

Ed è significativo che Francesca Giordano apra la poesia con:

“Appartieni al mondo vivo / vivi”

L'altro appartiene innanzitutto alla vita. Non all'io poetico.

Quell'imperativo — “vivi” — sembra quasi riconoscere all'altro una libertà che il desiderio vorrebbe invece trattenere.

Subito dopo compare una parola isolata e insolita:

“immerito”

Può essere letta come percezione di una sproporzione, di qualcosa che si riceve senza sentirsi pienamente autorizzati a possederlo. La poesia non lo spiega e proprio questa sospensione ne aumenta la forza: Giordano non costruisce un racconto lineare, procede attraverso frammenti emotivi e immagini.

Poi lo sguardo diventa il luogo dell'incontro:

“scorro nei tuoi occhi”

Non guarda semplicemente gli occhi dell'altro: vi scorre dentro. È un'immagine liquida, mobile, che suggerisce attraversamento e fusione.

Ma immediatamente dopo arriva la contraddizione:

“prigioniera di mura”.

Il movimento si arresta.

Da una parte c'è il desiderio di attraversare l'altro, dall'altra esistono confini che impediscono una completa fusione. Quelle mura possono essere esteriori, interiori, sentimentali. La poesia non le identifica, lasciando al lettore la possibilità di riconoscervi le proprie.

I “fiori nascenti”: la bellezza che ritorna

Uno dei simboli centrali della composizione è quello dei “fiori nascenti”, che compare due volte.

La prima:

“fiori nascenti / sigillano il mio incanto”

La seconda:

“nei miei occhi veteri / i fiori nascenti”.

È un contrasto particolarmente riuscito.

Gli occhi sono “veteri”, antichi, segnati dal tempo e probabilmente dall'esperienza. I fiori, al contrario, stanno nascendo.

Vecchio e nuovo convivono.

È come se qualcosa che credevamo ormai conosciuto — forse persino consumato dall'esperienza — riuscisse ancora a generare stupore.

Gli occhi possono aver visto molto e tuttavia continuare a incontrare qualcosa capace di fiorire.

Qui emerge uno degli aspetti più delicati della poesia di Francesca Giordano: la possibilità dell'incanto non scompare con l'esperienza.

Si può conoscere il disincanto e continuare a meravigliarsi.

Le parole vengono “poggiate”

Molto bella è anche l'immagine:

“leggiadra / poggio le mie parole”.

Il verbo scelto è significativo.

Le parole non vengono lanciate, imposte o gridate. Vengono poggiate.

È un gesto leggero, quasi fisico. Come appoggiare qualcosa di fragile davanti all'altro nella speranza che venga accolto.

E quelle parole:

“sfavillano”.

Per un momento tutto sembra luminoso.

Ma Francesca Giordano non consente alla poesia di stabilizzarsi nella bellezza. Il testo prepara una trasformazione radicale.

Dalla fontana all’acqua limacciosa

Gli ultimi tre versi cambiano completamente atmosfera:

“una fontana
l’acqua limacciosa
è l’idra di Lerna.”

La fontana dovrebbe evocare acqua limpida, movimento, freschezza, vita.

Qui invece l'acqua è “limacciosa”.

Qualcosa si è intorbidito.

Ed ecco comparire improvvisamente l'Idra di Lerna, la creatura della mitologia greca dalle molte teste che Eracle dovette affrontare nelle sue fatiche e le cui teste, secondo il mito, potevano rigenerarsi quando venivano recise.

È un'immagine potentissima proprio perché arriva senza preparazione.

L'amore, l'incanto, il desiderio di appartenenza possono nascondere qualcosa che continua a rigenerarsi: paura, gelosia, memoria, sofferenza, bisogno di possesso, disillusione.

Tagliata una testa, ne compare un'altra.

La poesia non dice quale sia l'Idra.

Ed è bene che non lo faccia.

Il lettore è costretto a darle un nome.

Dalla luce all’ombra

La costruzione della poesia segue infatti un movimento preciso.

All'inizio abbiamo vita.

Poi gli occhi.

Quindi i fiori.

L'incanto.

La leggerezza.

Lo sfavillare.

Ma progressivamente compaiono le mura, gli occhi segnati dal tempo, l'acqua torbida e infine il mostro mitologico.

È quasi una discesa dalla superficie luminosa dell'innamoramento verso ciò che si nasconde nelle profondità del sentimento.

Ed è qui che il titolo torna a imporsi.

L'illusione di appartenersi potrebbe essere proprio questo: credere che l'intimità possa cancellare completamente la distanza tra due esseri umani.

Non accade.

Possiamo amarci, accompagnarci, attraversare per un tratto gli occhi dell'altro, ma rimaniamo individui distinti, con le nostre mura, le nostre acque limpide e quelle più torbide.

Una poesia che non spiega

Francesca Giordano sceglie una scrittura frammentata, verticale, essenziale.

I versi sono brevissimi. La punteggiatura quasi scompare. Le immagini non vengono spiegate né collegate attraverso passaggi narrativi tradizionali.

È il lettore a dover costruire i ponti.

Questa scelta rende la poesia meno immediata, ma anche più aperta. Non esiste necessariamente una sola interpretazione dell'“immerito”, delle “mura”, della fontana o dell'Idra.

Sono immagini offerte al lettore affinché incontrino la sua esperienza.

E forse è proprio questo il punto più interessante.

Il testo comincia parlando di appartenenza, ma non permette nemmeno al lettore di possedere completamente il significato della poesia.

Qualcosa rimane inafferrabile.

Esattamente come l'altro.

L’amore senza possesso

Alla fine rimane una domanda molto più grande dei pochi versi che la contengono: possiamo amare profondamente qualcuno senza trasformare l'amore nel desiderio di appartenerci?

Forse l'illusione non consiste nell'amore.

Consiste nel credere che amare significhi annullare la distanza.

Francesca Giordano sembra invece portarci verso un territorio più complesso: l'altro può abitare i nostri occhi, far nascere nuovamente fiori persino dentro uno sguardo “vetere”, accogliere le nostre parole e accendere l'incanto.

Ma continua ad appartenere, prima di tutto, “al mondo vivo”.

Ed è forse proprio accettando questa libertà che l'amore smette di essere possesso e può diventare incontro.

L'Idra, tuttavia, rimane nell'acqua.

Perché anche nei sentimenti più luminosi esiste una parte oscura che può riemergere. La poesia non pretende di eliminarla: la guarda e le dà un nome.

Ed è in quell'ultimo, improvviso passaggio dai fiori all'Idra di Lerna che L'illusione di appartenersi lascia la sua impronta più profonda.

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“L’illusione di appartenersi” di Francesca Giordano: una poesia sull’amore, sulla libertà dell’altro e sul fragile confine tra desiderio di appartenenza, incanto e disillusione.

Autrice: Francesca Giordano, poetessa e collaboratrice della direzione di Alessandria Post e ItalianNewsPost.com.

Alessandria Post:
piercarlolava.blogspot.com

ItalianNewsPost:
italianewspost.com

Descrizione immagine: Composizione letteraria ambientata al tramonto, con un quaderno aperto, una penna, libri, fiori e una fontana affacciati su un paesaggio d’acqua. L’immagine richiama alcuni dei simboli presenti nella poesia di Francesca Giordano e l’alternarsi tra incanto e disillusione.

Credito: Immagine generata con Intelligenza Artificiale – elaborazione grafica Alessandria Post.

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