La desertificazione del commercio tradizionale: 156mila negozi scomparsi, Alessandria tra le città più colpite

Via porticata di una città italiana con numerosi negozi chiusi, una sola attività di vicinato illuminata e un corriere che trasporta pacchi.
Mentre numerosi negozi tradizionali chiudono, le attività rimaste affrontano la concorrenza della grande distribuzione e delle vendite online, oltre all’aumento dei costi e ai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori.

Le saracinesche abbassate e le vetrine vuote non sono soltanto il risultato della concorrenza esercitata dalla grande distribuzione e dalle vendite online. La desertificazione commerciale nasce dall’incontro di numerosi fattori: riduzione dei consumi, costi di gestione, affitti elevati, cambiamenti demografici, trasformazione dei centri urbani e, in una parte delle attività, insufficiente preparazione imprenditoriale, commerciale e digitale. Non vale per tutti, naturalmente, ma ignorare le lacune gestionali di numerosi esercizi significherebbe raccontare soltanto una parte del problema.

Pier Carlo Lava

In tredici anni scomparsi 156mila negozi

Tra il 2012 e il 2025 in Italia sono scomparsi circa 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale. È il dato principale dell’analisi “Città e demografia d’impresa”, realizzata dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città italiane, comprendenti 107 capoluoghi di provincia e 15 grandi comuni non capoluogo.

Il fenomeno sta inoltre accelerando: secondo Confcommercio, nel 2025 il tasso medio annuo di riduzione delle attività ha raggiunto il 3,1%, contro il 2,2% rilevato nelle precedenti analisi. Nello stesso periodo sono invece aumentate di circa 19mila unità le imprese dell’alloggio e della ristorazione. Non stiamo quindi assistendo soltanto alla scomparsa delle attività, ma a una profonda trasformazione della funzione economica delle città.

I settori che hanno pagato il prezzo più alto

Nei centri storici italiani la contrazione ha colpito soprattutto le attività tradizionali che vendono prodotti facilmente reperibili nella grande distribuzione oppure attraverso internet.

Tra il 2012 e il 2025 le variazioni più significative sono state:

  • edicole: -51,9%;
  • distributori di carburante: -42,5%;
  • abbigliamento e calzature: -36,9%;
  • mobili e ferramenta: -35,9%;
  • libri e giocattoli: -32,6%;
  • commercio ambulante: -29,7%;
  • alimentari di vicinato: -17,6%;
  • profumerie, fiorai e gioiellerie: -18,8%.

La riduzione complessiva del commercio al dettaglio in sede fissa nei centri storici è stata del 25,2%. Alcune categorie hanno invece resistito o sono cresciute: i negozi di computer e telefonia sono aumentati del 7,9% e le farmacie del 9,8%.

Parallelamente sono cresciuti i ristoranti, con un incremento del 35%, le rosticcerie, gelaterie e pasticcerie, salite del 14,4%, e soprattutto gli alloggi turistici diversi dagli alberghi, aumentati del 184,4%. I centri storici stanno dunque diventando meno orientati ai bisogni quotidiani dei residenti e maggiormente dipendenti dalla ristorazione e dai flussi turistici.

Alessandria fra le città con le perdite maggiori

Il fenomeno assume una particolare rilevanza per il nostro territorio. Alessandria figura, insieme a Belluno, Vercelli e Trieste, tra le città del Nord che hanno perso più del 33% dei propri punti vendita nel periodo esaminato.

Il dato conferma una sensazione avvertita da tempo dai cittadini: in diverse vie del centro e dei quartieri le attività storiche sono state sostituite solo parzialmente, mentre numerosi locali sono rimasti sfitti. La presenza prolungata di serrande abbassate riduce il passaggio pedonale, rende meno attraenti gli immobili vicini e mette in difficoltà anche gli esercizi ancora aperti.

Si crea così un circolo vizioso: meno negozi significano meno motivi per frequentare una strada; la diminuzione dei passaggi riduce gli incassi delle attività rimaste; altre imprese chiudono e nuovi imprenditori diventano più prudenti prima di investire.

La forza delle imprese di grandi dimensioni

Uno dei principali fattori della crisi è la concorrenza delle grandi superfici commerciali, dei supermercati, dei discount e delle catene organizzate. Queste imprese dispongono di capacità finanziarie, potere contrattuale verso i fornitori, logistica centralizzata, economie di scala e investimenti pubblicitari difficilmente raggiungibili da un singolo commerciante.

Una grande catena può acquistare quantitativi molto elevati ottenendo prezzi più bassi, organizzare promozioni frequenti, gestire programmi fedeltà, analizzare i dati dei clienti e distribuire i costi amministrativi e pubblicitari su centinaia di punti vendita. Il piccolo negozio sostiene invece affitto, utenze, personale, imposte e magazzino con un volume di vendite decisamente più limitato.

Una ricerca basata su dati Istat relativi al periodo 2014-2022 mostra con chiarezza la sostituzione dei modelli distributivi. Nel commercio al dettaglio non specializzato i minimarket hanno perso il 41,1% delle unità locali e il 28,7% degli addetti. Nello stesso periodo i supermercati sono aumentati del 19,2% come punti vendita e del 17,6% come occupazione, mentre i discount sono cresciuti del 6% nelle sedi e del 36,7% negli addetti.

La concorrenza non riguarda soltanto il prezzo. Centri commerciali e grandi strutture offrono parcheggi, orari prolungati, ampiezza dell’assortimento, possibilità di sostituire facilmente i prodotti e concentrazione di più servizi nello stesso luogo. Il negozio tradizionale deve quindi proporre un valore diverso e riconoscibile, perché sul terreno del prezzo difficilmente può vincere.

L’avanzata delle vendite online

L’altro grande concorrente è rappresentato dall’e-commerce, che ha cambiato radicalmente le abitudini dei consumatori. Tra il 2015 e il 2025 il valore delle vendite online in Italia è aumentato del 98,4%, passando da circa 31 a oltre 62 miliardi di euro: in sostanza è quasi raddoppiato.

Nel 2025 gli acquisti online rappresentavano oltre l’11% del mercato dei beni acquistabili attraverso internet e circa il 18% dei servizi. L’e-commerce offre disponibilità continua, consegna a domicilio, confronto immediato dei prezzi, recensioni, assortimenti molto ampi e procedure di acquisto sempre più semplici.

I dati Istat relativi al 2025 confermano la differente velocità dei canali distributivi. Nell’intero anno le vendite al dettaglio sono aumentate dello 0,8% in valore, ma diminuite dello 0,6% in volume. A crescere sono state soprattutto la grande distribuzione, in particolare i discount alimentari, e il commercio elettronico, mentre gli altri canali hanno perso terreno. Nel solo dicembre 2025 le vendite online sono aumentate del 3,1% su base annua.

Il commerciante che considera internet esclusivamente un nemico commette però un errore. Il digitale può diventare anche uno strumento per ampliare il bacino dei clienti, presentare i prodotti, ricevere ordini, organizzare consegne locali, mantenere i contatti e riportare persone nel punto vendita.

Le lacune nella preparazione di una parte degli operatori

È necessario affrontare anche un argomento spesso evitato: non tutte le difficoltà possono essere attribuite ai concorrenti, alle tasse o alle amministrazioni pubbliche. Una parte delle attività commerciali italiane presenta lacune nella gestione economica, nel marketing, nella conoscenza del cliente e nell’utilizzo delle tecnologie.

Questa considerazione non deve diventare una generalizzazione. Esistono commercianti preparati, innovativi e capaci di offrire livelli di servizio eccellenti. Molte imprese chiudono nonostante una gestione corretta, perché inserite in territori con popolazione in calo, consumi insufficienti oppure costi ormai insostenibili. Tuttavia, in altri casi, la mancanza di aggiornamento contribuisce in modo concreto alla perdita di competitività.

Le criticità più frequenti possono riguardare:

  • assenza di un vero piano economico e finanziario;
  • scarsa conoscenza dei margini reali sui singoli prodotti;
  • acquisti basati sull’intuizione anziché sulla rotazione del magazzino;
  • assortimenti poco differenziati rispetto alle grandi catene;
  • orari non coerenti con le esigenze della clientela;
  • insufficiente cura della vetrina e degli spazi interni;
  • mancanza di un database dei clienti e di iniziative di fidelizzazione;
  • presenza debole o inesistente su Google, social network e piattaforme digitali;
  • incapacità di collegare negozio fisico, prenotazioni online e consegne locali;
  • scarsa attenzione alla formazione del personale e alla qualità dell’accoglienza;
  • mancata programmazione del passaggio generazionale;
  • isolamento rispetto agli altri commercianti della stessa strada o del quartiere.

I dati Istat sulle imprese con almeno dieci addetti mostrano che nel 2025 soltanto il 19,1% delle aziende del commercio effettuava vendite online, mentre l’utilizzo di strumenti gestionali avanzati rimaneva molto più diffuso nelle grandi imprese rispetto alle PMI. Usava sistemi Erp il 48,8% delle piccole e medie imprese, contro l’85,9% delle grandi; per i sistemi Crm, destinati alla gestione dei clienti, le percentuali erano rispettivamente del 21,1% e del 56,5%.

Questi numeri non misurano direttamente la preparazione dei piccoli negozi con meno di dieci addetti, che costituiscono una parte rilevante del commercio di prossimità. Mostrano però un divario dimensionale nell’uso degli strumenti manageriali e digitali. Sempre secondo l’Istat, la mancanza di competenze adeguate ha bloccato gli investimenti nell’intelligenza artificiale nel 58,6% delle imprese che li avevano presi in considerazione ma non realizzati.

Affitti, costi e consumi sempre più fragili

Alla concorrenza si aggiungono gli affitti commerciali, spesso rimasti elevati anche nelle strade che hanno perso attrattività. Un locale può rimanere vuoto per anni perché la proprietà non intende ridurre il canone, mentre un’attività appena avviata deve sostenere immediatamente spese di adeguamento, arredi, deposito cauzionale, utenze e costi amministrativi.

Pesano inoltre il costo del lavoro, l’energia, le commissioni sui pagamenti, la burocrazia e la pressione fiscale. Per le microimprese anche un modesto calo degli incassi può compromettere l’equilibrio economico, perché gran parte delle spese rimane invariata.

Il potere d’acquisto delle famiglie rappresenta un’altra variabile decisiva. Nel 2025 il valore complessivo delle vendite al dettaglio è salito, ma i volumi sono diminuiti: ciò significa che i consumatori hanno speso nominalmente di più acquistando una quantità inferiore di prodotti. Il commerciante si trova così a gestire clienti più prudenti, orientati alle promozioni e maggiormente disponibili a confrontare ogni prezzo.

Cambiamento demografico e perdita di residenti

La desertificazione commerciale è collegata anche alla riduzione e all’invecchiamento della popolazione. La ricerca realizzata con dati Istat e territoriali ha rilevato una relazione positiva tra crescita demografica, reddito, densità abitativa e presenza di attività commerciali. L’invecchiamento della popolazione e la distanza dai principali poli urbani sono invece associati a una maggiore fragilità della rete dei negozi.

Quando un quartiere perde residenti, uffici, scuole o servizi pubblici, diminuiscono anche i passaggi quotidiani. Lo stesso accade nei centri storici trasformati prevalentemente in luoghi turistici o di ristorazione: possono essere molto frequentati in determinati giorni e orari, ma offrire sempre meno servizi essenziali a chi vi abita.

Perché la chiusura dei negozi riguarda tutta la comunità

Un negozio di vicinato non svolge esclusivamente una funzione economica. Illumina la strada, genera passaggio, crea relazioni, offre assistenza alle persone anziane e contribuisce al controllo informale del territorio. La sua chiusura può quindi ridurre la qualità della vita e la sicurezza percepita.

La perdita delle attività si riflette inoltre sul valore degli immobili. Un’indagine commissionata da Confcommercio ha rilevato che la chiusura dei negozi può determinare un deprezzamento degli immobili residenziali fino al 16% nelle aree interessate. La desertificazione, quindi, non danneggia soltanto i commercianti, ma anche proprietari di case, residenti e amministrazioni locali.

Che cosa dovrebbe fare il commerciante

Per resistere non basta aspettare che i clienti entrino spontaneamente. Il piccolo commercio deve puntare sui vantaggi che le grandi piattaforme faticano a riprodurre: competenza, relazione personale, assistenza, rapidità, selezione dei prodotti e conoscenza del territorio.

Ogni attività dovrebbe conoscere con precisione il proprio punto di pareggio, la redditività delle categorie merceologiche, la rotazione del magazzino e il profilo dei clienti. Dovrebbe inoltre disporre di una scheda Google aggiornata, comunicare con continuità sui canali digitali, raccogliere ordini a distanza e offrire servizi coerenti con le necessità locali.

Il futuro non consiste necessariamente nel trasformare ogni commerciante in un grande operatore online. Può essere sufficiente un modello “fisico più digitale”: mostrare su internet ciò che è disponibile in negozio, permettere la prenotazione, consegnare nel quartiere, organizzare eventi, collaborare con altre attività e costruire una relazione che continui anche dopo l’acquisto.

Le responsabilità delle amministrazioni e delle associazioni

Non si può però chiedere ai commercianti di risolvere da soli un problema urbano. Servono Distretti del commercio realmente operativi, politiche coordinate su parcheggi, accessibilità, trasporto pubblico, illuminazione, pulizia, sicurezza, eventi e riutilizzo dei locali vuoti.

Confcommercio propone di integrare la programmazione commerciale con quella urbanistica, creare osservatori sui flussi pedonali, favorire accordi tra proprietari e imprenditori per ridurre gli spazi sfitti e disciplinare l’insediamento di attività non coerenti nelle aree urbane più sensibili.

Occorre inoltre investire nella formazione concreta degli operatori: non con corsi generici, ma con assistenza su contabilità gestionale, assortimento, marketing locale, commercio elettronico, intelligenza artificiale, gestione dei clienti e costruzione di reti tra imprese.

Un cambiamento che non può essere fermato guardando al passato

Il commercio tradizionale non potrà tornare esattamente a quello di trent’anni fa. I consumatori hanno modificato abitudini, orari, aspettative e strumenti di acquisto. Difendere i negozi di prossimità non significa respingere il cambiamento, ma aiutarli a trovare una funzione nuova e sostenibile.

Attribuire ogni chiusura ad Amazon, ai centri commerciali o alla pressione fiscale sarebbe troppo semplice. Sono cause importanti, ma si intrecciano con la debolezza dei consumi, il calo demografico, l’invecchiamento degli imprenditori, gli affitti, la trasformazione urbanistica e, in alcuni casi, con una gestione rimasta ferma a modelli ormai superati.

La desertificazione commerciale può essere contrastata soltanto riconoscendo tutte queste responsabilità. Le istituzioni devono creare condizioni urbane favorevoli, le associazioni devono offrire formazione e strumenti concreti, i proprietari devono adeguare gli affitti alla realtà delle strade e gli imprenditori devono investire nella propria preparazione.

I negozi continueranno ad avere un futuro se sapranno offrire qualcosa che la grande distribuzione e le piattaforme online non possono consegnare dentro un pacco: conoscenza, fiducia, relazione umana e appartenenza a una comunità.

=====================

Alessandria, Piemonte, Italia

Per altre notizie, analisi e approfondimenti visita:

Italia News Post: https://italianewspost.com/

Articolo elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale attraverso il confronto tra fonti nazionali e locali, verificato, integrato e supervisionato dall’autore.

Descrizione immagine: Immagine orizzontale e fotorealistica di una strada commerciale italiana segnata dalla presenza di serrande abbassate e locali sfitti. Un negozio ancora aperto e illuminato simboleggia la capacità di resistenza del commercio di prossimità, mentre il corriere con alcuni pacchi richiama la crescita dell’e-commerce.

Crediti e copyright: Immagine generata con intelligenza artificiale per Alessandria Post e Italia News Post. © 2026 Pier Carlo Lava – Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza preventiva autorizzazione.

Commenti