Intelligenza artificiale: più tempo o più possibilità? Chi la usa può fare di più e acquisire nuove competenze
L’AI sta entrando nella vita quotidiana e nel lavoro di milioni di persone, ma il suo effetto non è uguale per tutti. Può restituire tempo libero, aumentare enormemente la capacità produttiva e, secondo alcune ricerche, aiutare soprattutto chi ha meno esperienza a colmare parte della distanza dai più esperti. Ma attenzione: questo non significa che esperienza e competenza non servano più. Anzi, il quadro che emerge è molto più interessante.
Quando si parla di intelligenza artificiale ricorre spesso una domanda: se l’AI ci restituisce tempo, che cosa ne faremo?È una domanda importante, ma forse parte da un presupposto troppo semplice. Per alcuni quel tempo potrà diventare maggiore libertà personale, benessere, famiglia, interessi e riposo. Per altri, invece, l’AI non significherà necessariamente lavorare meno, ma riuscire a fare molto di più nello stesso tempo, e magari farlo anche meglio. Personalmente mi riconosco soprattutto in questa seconda situazione: l’intelligenza artificiale non mi sta restituendo prevalentemente tempo libero, mi sta offrendo possibilità che prima, per ragioni di tempo, sarebbero state molto più difficili da realizzare.
Pier Carlo Lava
L’AI può essere una grande opportunità anche per chi parte più indietro
C'è però un aspetto ancora più sorprendente, che merita di essere affrontato senza pregiudizi: in alcune attività l'intelligenza artificiale sembra produrre i miglioramenti maggiori proprio tra i lavoratori meno esperti o inizialmente meno produttivi.
Uno degli studi più citati è quello di Erik Brynjolfsson, Danielle Li e Lindsey Raymond, condotto su 5.179 addetti all'assistenza clienti. L'introduzione di un assistente basato sull'AI generativa ha aumentato mediamente la produttività del 14%. Ma il dato davvero interessante è un altro: tra i lavoratori principianti e meno qualificati il miglioramento è stato del 34%, mentre tra quelli più esperti e altamente qualificati l'effetto è risultato molto più limitato. Gli studiosi ipotizzano che l'AI riesca a trasferire ai meno esperti una parte delle pratiche e delle conoscenze sviluppate dai lavoratori migliori, accelerandone quindi l'apprendimento.
È una scoperta che ha anche una dimensione sociale interessante. Senza parlare impropriamente di una “rivincita dei meno capaci”, potremmo parlare di una possibile democratizzazione di alcune competenze.
Una persona con minore esperienza può avere improvvisamente a disposizione uno strumento che la aiuta a organizzare un ragionamento, scrivere meglio, sintetizzare informazioni, trovare alternative, individuare errori e acquisire più rapidamente conoscenze. Il divario con chi ha alle spalle molti anni di esperienza, almeno per alcune mansioni, può quindi ridursi.
Ed è un vantaggio enorme.
Ma sarebbe sbagliato concludere che l’esperienza non conta più
Qui, però, occorre fermarsi prima di arrivare alla conclusione opposta. Dire che l'AI può aiutare maggiormente chi parte da una posizione di svantaggio non significa affatto che renda inutile chi possiede competenze elevate.
Un esperimento su 758 consulenti di Boston Consulting Group, professionisti altamente qualificati, ha dimostrato che per compiti collocati all'interno delle capacità dell'AI coloro che utilizzavano GPT-4 completavano mediamente il 12,2% di attività in più, impiegavano il 25,1% di tempo in meno e producevano risultati di qualità significativamente superiore. Quindi anche professionisti già molto preparati possono ottenere un notevole potenziamento delle proprie capacità.
Ma lo stesso studio contiene un avvertimento fondamentale. Di fronte a un'attività complessa appositamente scelta al di fuori di quella che i ricercatori definiscono la “frontiera” delle capacità dell'AI, chi utilizzava l'intelligenza artificiale aveva una probabilità inferiore del 19% di arrivare alla soluzione corretta rispetto a chi lavorava senza AI.
Questo cambia parecchio il discorso.
Sapere usare l'AI non significa semplicemente sapere fare una domanda a ChatGPT. Significa anche sapere quando fidarsi, quando verificare, quando correggere e persino quando non utilizzarla.
Ed è proprio qui che esperienza, cultura professionale e capacità critica tornano ad avere un peso enorme.
Non esistono soltanto due categorie: chi usa l’AI e chi non la usa
Probabilmente stiamo commettendo un errore quando dividiamo il mondo tra utilizzatori e non utilizzatori dell'intelligenza artificiale.
Le situazioni sono almeno quattro: c'è chi non la utilizza; chi la utilizza occasionalmente e in maniera elementare; chi ha imparato a integrarla stabilmente nel proprio lavoro; e infine chi riesce a combinarla con esperienza, conoscenza della materia, capacità critica e creatività personale.
È soprattutto quest'ultima combinazione che potrebbe diventare particolarmente potente.
E alcuni dati sul mercato del lavoro indicano che qualcosa sta già accadendo. Il PwC Global AI Jobs Barometer 2026, costruito analizzando oltre un miliardo di annunci di lavoro in sei continenti, rileva che i posti che richiedono specifiche competenze AI sono cresciuti del 69% dal 2019, contro il 9% dell'insieme del mercato analizzato. Le offerte che richiedono competenze AI presentano inoltre, mediamente, un premio salariale del 62% rispetto a ruoli comparabili che non le richiedono. È importante precisare che questo dato non significa che chi non usa l'AI guadagni automaticamente il 62% in meno: misura la differenza salariale associata alle competenze AI negli annunci confrontati.
L’AI può democratizzare alcune competenze e valorizzarne altre
Ed ecco un apparente paradosso.
Da una parte l'intelligenza artificiale può aiutare un principiante ad avvicinarsi rapidamente alle prestazioni di una persona più esperta. Dall'altra può trasformarsi in un moltiplicatore delle capacità di chi possiede già conoscenze elevate.
PwC descrive proprio la nascita di un mercato del lavoro a due percorsi: alcune professioni vengono “democratizzate”, perché l'AI rende determinate attività accessibili anche a persone meno esperte; altre vengono invece “professionalizzate”, perché l'automazione delle operazioni più semplici aumenta l'importanza delle competenze umane superiori, come giudizio, creatività e leadership.
Perciò forse la vera divisione futura non sarà tra persone intelligenti e meno intelligenti, né semplicemente tra esperti e principianti.
Potrebbe essere soprattutto tra chi saprà costruire una collaborazione efficace tra capacità umane e intelligenza artificiale e chi non riuscirà, o non vorrà, farlo.
E il tempo risparmiato? Ognuno deciderà che cosa farne
Torniamo allora alla domanda iniziale.
L'intelligenza artificiale ci restituisce tempo?
Certamente può farlo. Ma non esiste alcuna ragione per pensare che tutti utilizzeremo quel tempo nello stesso modo.
Qualcuno potrà decidere di lavorare meno e dedicarsi maggiormente alla famiglia, agli amici, allo sport, alla cultura, ai viaggi o semplicemente a se stesso. E sarebbe uno dei risultati più positivi che una tecnologia possa produrre.
Altri faranno una scelta differente: utilizzeranno l'efficienza conquistata per produrre di più, approfondire maggiormente, intraprendere attività che prima non avrebbero avuto il tempo di affrontare.
Non credo che una scelta sia necessariamente migliore dell'altra. Dipende dal carattere, dall'età, dal lavoro, dalle ambizioni, dalle passioni e dal momento della vita di ciascuno.
Ed esiste naturalmente una terza categoria: coloro per i quali, almeno per ora, l'intelligenza artificiale non cambia quasi nulla, perché non la utilizzano, non ne hanno bisogno oppure non hanno ancora trovato il modo di integrarla utilmente nelle proprie attività.
La vera rivoluzione potrebbe essere la possibilità di scegliere
Forse, allora, la domanda “che cosa faremo del tempo che l'AI ci restituisce?” dovrebbe essere leggermente modificata.
Che cosa faremo delle possibilità che l'AI ci offre?
Perché il tempo è soltanto una di queste.
L'intelligenza artificiale può permettere a qualcuno di lavorare meno. A un altro di produrre di più. A un principiante di imparare più velocemente. A un professionista esperto di amplificare le proprie capacità. E può anche commettere errori, indurci a fidarci di risposte sbagliate e peggiorare il risultato quando la utilizziamo senza sufficiente giudizio.
Per questo la questione probabilmente non sarà soltanto quanto diventerà potente l'intelligenza artificiale, ma quanto diventeremo capaci noi di utilizzarla consapevolmente.
E forse il vantaggio più grande non sarà nemmeno il tempo risparmiato.
Sarà avere più possibilità e poter scegliere che cosa farne.
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L’intelligenza artificiale non significa soltanto risparmiare tempo. Le ricerche mostrano che può aumentare la produttività, accelerare l’apprendimento e ridurre in alcune attività il divario tra lavoratori meno esperti e professionisti più qualificati. Ma il vero cambiamento potrebbe essere un altro: ciascuno può scegliere se trasformare il tempo e le capacità guadagnate in maggiore benessere, più tempo libero oppure nella possibilità di fare di più e meglio.
Elaborazione grafica originale realizzata con intelligenza artificiale per Alessandria Post.
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