| Da una delle canzoni più amate di Renato Zero nasce una riflessione sul tempo che passa, sui ricordi e sulla possibilità che i migliori anni siano anche quelli che stiamo vivendo. |
Ci sono canzoni che ascoltiamo e altre che, con il passare degli anni, finiscono per parlare di noi. “I migliori anni della nostra vita” di Renato Zero appartiene alla seconda categoria. Dietro un titolo diventato quasi un modo di dire si nasconde infatti una domanda semplice e insieme enorme: quali sono davvero i migliori anni della nostra vita? Quelli che abbiamo già vissuto o quelli che possiamo ancora vivere?
Pier Carlo Lava
La musica possiede una capacità straordinaria: cambia insieme a chi l'ascolta.
Una canzone sentita a vent'anni può significare una cosa e diventare completamente diversa quando la riascoltiamo a cinquanta, sessanta o settant'anni. Le parole sono le stesse, la melodia non cambia. Siamo cambiati noi.
È anche per questo che “I migliori anni della nostra vita”, interpretata da Renato Zero e pubblicata nel 1995, continua a parlare a generazioni differenti. Non occorre ripercorrerne il testo per coglierne la forza: già il titolo contiene una domanda che riguarda ciascuno di noi.
Quando sono stati – o quando saranno – i migliori anni della nostra vita?
A vent'anni abbiamo il futuro, ma non lo sappiamo
Quando siamo giovani abbiamo davanti qualcosa che soltanto molti anni dopo comprenderemo quanto fosse prezioso: una quantità enorme di tempo.
Eppure difficilmente ce ne rendiamo conto.
A vent'anni siamo impazienti. Vogliamo arrivare da qualche parte. Desideriamo diventare indipendenti, trovare un lavoro, innamorarci, costruire qualcosa, guadagnare di più, viaggiare.
Guardiamo avanti.
Ed è naturale che sia così.
Quasi nessun ragazzo si sveglia al mattino pensando: questo potrebbe essere uno dei migliori giorni della mia vita.
Lo vive e basta.
Poi trascorrono trent'anni e quella stessa persona ritrova una fotografia. Ci sono quattro amici seduti su un muretto, una macchina che oggi definiremmo vecchia, magari una vacanza organizzata con pochi soldi.
E improvvisamente quella fotografia acquista un valore enorme.
Il paradosso dei migliori anni
Qui nasce un curioso paradosso.
A vent'anni pensiamo che il meglio debba ancora arrivare.
A quaranta possiamo pensare che finalmente sia arrivato.
A sessanta cominciamo magari a convincerci che fosse quello dei trenta o dei quaranta.
A ottanta potremmo guardare una fotografia scattata quando ne avevamo sessanta e pensare:
quanto eravamo giovani.
Forse trascorriamo una parte della vita a inseguire gli anni migliori e un'altra parte a rimpiangerli, senza accorgerci che nel frattempo li stiamo vivendo.
La nostalgia ci racconta tutta la verità?
Non necessariamente.
Il passato possiede un vantaggio enorme sul presente: conosciamo già come è andato a finire.
Il presente, invece, è pieno di incertezza.
Quando ricordiamo gli anni della giovinezza tendiamo talvolta a conservare le estati, gli amici, gli amori, le feste, i viaggi. Dimentichiamo più facilmente le paure, le difficoltà economiche, le delusioni, le discussioni, le giornate nelle quali eravamo convinti che tutto stesse andando storto.
La memoria non è un archivio perfettamente ordinato.
Seleziona, attenua, illumina alcuni momenti e ne lascia altri nell'ombra.
Per questo bisogna diffidare dell'idea secondo cui “una volta era tutto meglio”.
Non era necessariamente migliore.
Era semplicemente un altro tempo della nostra vita.
Quando cambia il valore delle cose
C'è però qualcosa che gli anni ci insegnano davvero.
Cambiano le priorità.
Ci sono momenti della vita nei quali possiamo preoccuparci moltissimo per la carriera, il denaro, una promozione, un'automobile, una casa più grande o il giudizio degli altri.
Poi il tempo modifica lentamente la classifica.
Scopriamo che alcune delle cose per le quali avevamo perso il sonno erano molto meno importanti di quanto pensassimo.
E altre, che consideravamo quasi scontate, erano immensamente preziose.
Una persona seduta accanto a noi.
Una telefonata.
Un pranzo della domenica.
Un amico con il quale parlare senza guardare l'orologio.
Un cane che ci aspetta dietro la porta.
La possibilità di camminare, viaggiare, ridere, discutere, progettare.
Sono cose ordinarie.
Ed è proprio questo il problema: la felicità spesso si presenta vestita da normalità.
Quante volte diciamo “quando”?
Quando andrò in pensione.
Quando avrò più tempo.
Quando avrò sistemato questo problema.
Quando i figli saranno grandi.
Quando avrò finito di pagare quella cosa.
Quando arriverà l'estate.
Quando...
Viviamo spesso proiettati verso un punto successivo.
Poi raggiungiamo quel punto e ne individuiamo immediatamente un altro.
Così il presente rischia di diventare semplicemente la sala d'attesa del futuro.
Ma la vita non comincia dopo.
Sta già accadendo.
Il tempo non vale soltanto per quanto ne rimane
Con l'età acquisiamo una consapevolezza che da giovani difficilmente possiamo possedere nello stesso modo: il tempo non è infinito.
Potrebbe sembrare un pensiero malinconico. In realtà può produrre l'effetto opposto.
Sapere che qualcosa non durerà per sempre può renderla più preziosa.
Una giornata non vale meno perché ne abbiamo già vissute migliaia.
Un amore non vale meno perché siamo diventati anziani.
Un'amicizia non perde significato perché dura da quarant'anni.
Un nuovo progetto non diventa inutile perché abbiamo sessanta, settanta o ottant'anni.
Finché possiamo immaginare qualcosa da fare domani, il futuro continua ad appartenerci.
E se i migliori anni fossero questi?
Proviamo allora a fare un piccolo esperimento.
Immaginiamo noi stessi fra dieci anni.
Guardiamo idealmente una fotografia scattata oggi.
Chi c'è accanto a noi?
Chi possiamo ancora abbracciare?
Chi possiamo ancora telefonare?
Quali luoghi possiamo ancora visitare?
Quali cose possiamo ancora fare?
Forse quella persona del futuro guarderà la fotografia di oggi con la stessa nostalgia con cui noi guardiamo quelle di venti o trent'anni fa.
E potrebbe pensare:
quelli sì che erano bei tempi.
Ma quei tempi sono adesso.
La domanda nascosta dentro una canzone
Forse è questa una delle ragioni per cui un titolo come “I migliori anni della nostra vita” continua ad avere tanta forza.
Perché ognuno può riempire quelle parole con la propria storia.
Per qualcuno i migliori anni saranno quelli dell'infanzia.
Per altri quelli di un grande amore.
Per altri ancora gli anni nei quali sono nati i figli, quelli di un'amicizia, di un lavoro amato, di un viaggio, oppure semplicemente un periodo nel quale la vita sembrava normale e proprio per questo era preziosa.
Ma forse non dobbiamo necessariamente scegliere.
La vita non è una gara nella quale alla fine dobbiamo premiare il decennio migliore.
Ci sono stati anni meravigliosi.
Ce ne sono stati di difficili.
E probabilmente ce ne saranno ancora di entrambi i tipi.
La vera sfida potrebbe essere un'altra: non aspettare che il presente diventi passato per riconoscerne il valore.
Perché i migliori anni della nostra vita possono essere quelli che ricordiamo.
Possono essere quelli che ancora immaginiamo.
Ma ce ne sono alcuni che abbiamo la possibilità di vivere soltanto una volta.
Quelli che stanno passando proprio adesso.
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“I migliori anni della nostra vita” di Renato Zero diventa lo spunto per una riflessione sul tempo, la giovinezza, i ricordi e il valore del presente.
GEO: Italia.
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Descrizione: Composizione editoriale evocativa ispirata al tema de “I migliori anni della nostra vita”, con Renato Zero sul palco e immagini simboliche di amicizia, amore, famiglia, viaggi e maturità, fino a una coppia che osserva il tramonto.
Fonte: Immagine originale elaborata dalla redazione di Alessandria Post con il supporto dell’intelligenza artificiale.
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