| I portici rappresentano uno dei simboli più riconoscibili di Torino, risultato dei grandi progetti urbanistici avviati dai Savoia nel Seicento. |
Camminare nel centro di Torino significa attraversare una città che sembra avere costruito un secondo spazio pubblico sotto i propri palazzi. I portici non sono soltanto un riparo dalla pioggia, dalla neve o dal sole estivo: costituiscono una trama urbana continua, elegante e riconoscibile, nella quale si incontrano architettura, commercio, potere politico e vita quotidiana. La loro presenza così estesa non nacque per caso e neppure da un’unica decisione. Fu il risultato di un progetto avviato dai Savoia nel Seicento e proseguito, con linguaggi differenti, per oltre trecento anni.
Pier Carlo Lava
Non soltanto una risposta al clima
La spiegazione più immediata è quella climatica. Torino conosce inverni freddi, giornate piovose e, storicamente, nevicate e nebbie più frequenti di oggi; d’estate, invece, le gallerie porticate proteggono dall’irraggiamento diretto e rendono più gradevole il cammino. Una rete di passaggi coperti permetteva quindi di attraversare le parti centrali della città in condizioni relativamente confortevoli durante buona parte dell’anno.
Il clima, tuttavia, non basta a spiegare perché a Torino i portici siano diventati un sistema tanto ampio, ordinato e monumentale. Molte città dell’Italia settentrionale avevano le stesse necessità, ma non tutte scelsero di trasformare il portico in uno degli elementi principali della propria immagine. Nel capoluogo piemontese fu decisiva la volontà politica della dinastia sabauda: la città doveva presentarsi come una capitale europea, regolare nelle forme, solenne nelle prospettive e immediatamente riconoscibile.
Quando Emanuele Filiberto trasferì nel 1563 la capitale del Ducato di Savoia da Chambéry a Torino, l’antico abitato conservava ancora in larga parte l’impianto di origine romana, con strade disposte secondo una griglia abbastanza rigida. Nei decenni successivi, la crescita della corte, degli uffici amministrativi, dell’esercito e delle attività economiche impose nuovi ampliamenti. I Savoia non si limitarono ad aggiungere case: utilizzarono l’urbanistica come una rappresentazione del potere. Le facciate coordinate, le piazze scenografiche, gli assi prospettici e i portici dovevano comunicare ordine, stabilità e prestigio.
Dal progetto di piazza Castello al “salotto” di piazza San Carlo
Una delle prime svolte decisive risale al 1606, quando Carlo Emanuele I dispose che piazza Castello fosse sistemata secondo il progetto dell’architetto Ascanio Vitozzi, prevedendo un insieme di fronti regolari e porticati. Esistevano strutture porticate anche in epoche precedenti, ma è nel Seicento che Torino cominciò a costruire i propri portici monumentali come parte di un disegno unitario.
Il passaggio successivo fu l’espansione verso sud. L’attuale piazza San Carlo, allora chiamata piazza Reale, venne progettata da Carlo di Castellamonte a partire dal 1637-1638 e divenne il fulcro della nuova città. Non era solamente una piazza di rappresentanza: ospitava anche attività commerciali e momenti della vita collettiva. I palazzi che la delimitavano dovevano rispettare un modello comune e i portici contribuivano a unificare edifici appartenenti a proprietari differenti in una sola grande scena urbana. La ricostruzione storica di MuseoTorino dedicata a piazza San Carlo ricorda che la costruzione venne completata soltanto nei primi anni Cinquanta del Seicento.
È qui che si comprende una delle funzioni più importanti del portico torinese. Al piano superiore rimaneva il palazzo privato; al livello della strada nasceva invece uno spazio di passaggio e di incontro, protetto ma aperto alla città. Il portico metteva in relazione la dimora nobiliare con la vita pubblica senza confondere completamente i due ambiti. Inoltre rendeva omogenea la piazza: il visitatore non percepiva una successione casuale di edifici, ma un’architettura complessiva.
Via Po, la grande strada scenografica voluta dai Savoia
Il momento più spettacolare arrivò con il secondo ampliamento di Torino. Nel 1673, sotto Carlo Emanuele II, Amedeo di Castellamonte progettò la Contrada di Po, l’attuale via Po. La strada doveva collegare il cuore politico della capitale, rappresentato dal castello e dal Palazzo Reale, con il ponte sul fiume e con il territorio oltre le mura. A differenza di gran parte del centro storico, via Po segue un andamento obliquo: rompe la griglia ortogonale e crea un lungo cannocchiale prospettico diretto verso il fiume e la collina.
I portici furono disposti su entrambi i lati e le facciate vennero organizzate secondo un disegno uniforme. Ancora oggi, nonostante le trasformazioni avvenute nei secoli, la strada conserva la forza di quella concezione. MuseoTorino la definisce l’asse portante attorno al quale, dal 1673, venne pianificato e realizzato il secondo ampliamento cittadino. Non si trattava soltanto di aprire una via più larga, ma di costruire una vera scenografia urbana capace di guidare lo sguardo e il movimento delle persone.
Via Po svolse anche una funzione economica fondamentale. Sotto le arcate trovarono posto botteghe, esercizi, caffè e, in seguito, librerie e bancarelle. Il passaggio coperto garantiva una presenza più costante di persone e rendeva conveniente l’apertura di attività affacciate sul percorso. In questo modo l’architettura di rappresentanza voluta dalla corte si trasformò progressivamente in un’infrastruttura commerciale utilizzata da tutta la popolazione.
La leggenda del re che non voleva bagnarsi
Una storia spesso ripetuta sostiene che i portici di via Po sarebbero stati costruiti per permettere al sovrano di raggiungere la chiesa della Gran Madre senza esporsi alla pioggia. È un racconto suggestivo, ma non può spiegare la nascita della strada porticata: via Po risale al 1673, mentre la Gran Madre appartiene alla stagione architettonica dell’Ottocento.
La tradizione contiene però un elemento reale. In origine, le strade laterali interrompevano il percorso coperto. A partire dal 1819, sul lato sinistro di via Po vennero realizzate terrazze sopra gli attraversamenti, in modo da collegare tra loro gli isolati e creare una passeggiata senza interruzioni. Il Touring Club Italiano ricorda proprio questi interventi ottocenteschi.
È dunque plausibile associare il tragitto reale al completamento del collegamento coperto, ma non all’origine seicentesca dei portici. La distinzione è importante perché restituisce alla storia torinese tutta la sua profondità: prima venne il grande progetto urbanistico dei Savoia; solo molto più tardi quel sistema fu perfezionato anche per le esigenze della corte e della nuova città ottocentesca.
Dal Barocco alla capitale borghese
Il modello non si fermò a piazza San Carlo e via Po. Nel Settecento Filippo Juvarra lo riprese nei Quartieri Militari, costruiti tra il 1716 e il 1728, mentre Benedetto Alfieri intervenne nel 1756 sul disegno di piazza Palazzo di Città. Cambiavano le proporzioni e il linguaggio architettonico, ma rimaneva la stessa idea: usare il portico per collegare edifici, disciplinare lo spazio e attribuire continuità alla città.
Nell’Ottocento, dopo la demolizione delle fortificazioni napoleoniche e con l’espansione al di fuori dell’antica cinta, i portici divennero uno strumento della Torino moderna. Il sistema di piazza Vittorio Veneto, progettato da Giuseppe Frizzi a partire dal 1825, prolungò idealmente la prospettiva di via Po fino al fiume. Dal 1850 Carlo Promis lavorò sull’area di piazza Carlo Felice e di corso Vittorio Emanuele II; dal 1863 cominciò a definirsi piazza Statuto. Nuovi tratti comparvero lungo via Cernaia, via Sacchi, via Pietro Micca e altri importanti assi di collegamento.
La ricostruzione complessiva di MuseoTorino mostra come i portici seguano sia le grandi strade monumentali sia la forma delle principali piazze: piazza Castello, piazza San Carlo, piazza Vittorio Veneto, piazza Statuto, piazza Palazzo di Città e piazza Carlo Felice.
Non esiste quindi un solo “portico torinese”. Le arcate seicentesche di piazza San Carlo sono più ampie e solenni; quelle settecentesche di piazza Palazzo di Città hanno proporzioni più contenute; i percorsi ottocenteschi rispondono alle esigenze della capitale borghese e della crescente mobilità urbana.
Anche il Novecento continuò questa storia. La ricostruzione di via Roma, realizzata in più fasi, conservò e reinterpretò il principio del passaggio coperto. Nel tratto completato negli anni Trenta, il marmo, le linee più severe e la monumentalità tipica dell’epoca produssero un ambiente molto diverso da quello barocco di via Po, ma mantennero l’idea di una strada commerciale protetta e architettonicamente ordinata. È questa continuità attraverso stili tanto diversi a rendere Torino un caso particolare: ogni epoca ha aggiunto il proprio capitolo senza abbandonare il modello originario.
Il portico come salotto, mercato e luogo democratico
Con il tempo i portici smisero di essere percepiti soltanto come un’infrastruttura voluta dal potere. Diventarono il luogo della passeggiata, dello shopping e della conversazione. I caffè storici torinesi accolsero aristocratici, politici, militari, scrittori, giornalisti e protagonisti del Risorgimento. Le vetrine contribuirono alla nascita della moderna cultura dei consumi, mentre edicole, librai e venditori trasformarono alcuni tratti in spazi popolari e vivaci.
Il fascino dei portici dipende anche dalla loro natura intermedia. Non sono propriamente una stanza, ma neppure una strada completamente aperta. Appartengono agli edifici che li sorreggono e, nello stesso tempo, vengono vissuti come bene collettivo. Sotto le arcate passano persone di ogni condizione sociale; ci si ripara, si aspetta qualcuno, si guarda una vetrina, si beve un caffè, si assiste a un’esibizione o semplicemente si attraversa il centro. L’architettura monumentale viene così ricondotta alla scala dei gesti quotidiani.
Le stime più diffuse attribuiscono oggi a Torino oltre 18 chilometri di portici, dei quali circa 12 collegati in percorsi interconnessi. La misurazione può variare a seconda che si considerino soltanto i complessi storici o anche strutture più recenti, ma il dato restituisce comunque l’ampiezza del fenomeno. La rete attraversa secoli di storia e unisce aree costruite secondo concezioni urbanistiche differenti.
Perché Torino ne ha così tanti
Alla domanda iniziale si può dunque rispondere attraverso quattro ragioni che si rafforzano a vicenda. La prima è pratica: i portici proteggono dalle intemperie e dal caldo. La seconda è politica: i Savoia li utilizzarono per dare alla capitale un’immagine regolare, prestigiosa e controllata. La terza è economica: il passaggio coperto favorì botteghe, mercati, caffè e attività commerciali. La quarta è sociale: i torinesi adottarono quei luoghi e li trasformarono in una parte essenziale della vita cittadina.
Per questo i portici non sono un semplice ornamento e non possono essere ridotti alla curiosità del sovrano che desiderava passeggiare senza bagnarsi. Sono una forma di città. Raccontano il passaggio dalla capitale assolutista alla metropoli industriale, dalla corte alla borghesia, dalle carrozze ai tram, dalle antiche botteghe alle attività contemporanee. Sotto quelle arcate Torino ha imparato a mettere insieme monumentalità e vita quotidiana, disciplina urbanistica e socialità. Ancora oggi, percorrerle significa leggere la storia della città non in un museo, ma camminandoci dentro.
GEO: Torino, Città metropolitana di Torino, Piemonte, Italia. Luoghi citati: piazza Castello, piazza San Carlo, via Po, piazza Vittorio Veneto, piazza Palazzo di Città, piazza Carlo Felice, piazza Statuto, via Roma e corso Vittorio Emanuele II. Coordinate indicative del centro storico: 45.0703° N, 7.6869° E.
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