| Il nuovo Drought Resilience Index punta a misurare la capacità dei Paesi di prevenire e affrontare le conseguenze della siccità. |
Non basta sapere quanta pioggia manca o per quanto tempo dura una siccità: occorre capire se un Paese possiede infrastrutture, risorse economiche, sistemi di allerta e istituzioni capaci di affrontarne le conseguenze. Alla COP17 sulla desertificazione di Ulaanbaatar è stato presentato il Drought Resilience Index, un nuovo indice globale destinato a misurare la preparazione degli Stati, insieme a uno strumento finanziario che punta a mobilitare fino a 400 milioni di dollari per prevenzione e adattamento.
Pier Carlo Lava
La siccità è stata considerata per molto tempo un’emergenza da affrontare quando i raccolti erano già compromessi, le riserve idriche ridotte e le popolazioni costrette a ricorrere a interventi straordinari. Il nuovo orientamento emerso alla COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, in programma nella capitale della Mongolia dal 17 al 28 agosto 2026, prova invece a spostare l’attenzione dalla gestione della crisi alla costruzione preventiva della resilienza.
Uno degli strumenti presentati è il Drought Resilience Index, indicato con la sigla DRI. Si tratta di un indice concepito per valutare non soltanto l’esposizione di un Paese alla siccità, ma anche la sua capacità di prevederla, assorbirne gli effetti e riprendersi dopo un evento grave.
È un cambiamento importante. Due territori sottoposti alla stessa diminuzione delle precipitazioni possono infatti subire conseguenze molto diverse. Un Paese dotato di sistemi di allerta precoce, reti idriche efficienti, riserve adeguate, agricoltura meno vulnerabile e istituzioni coordinate può contenere i danni. Un altro, privo di infrastrutture e risorse finanziarie, rischia di trasformare la stessa siccità in una crisi alimentare, sanitaria ed economica.
Misurare la capacità di reagire
Il nuovo indice dovrebbe offrire una base comune per confrontare i livelli di preparazione e individuare le aree nelle quali intervenire. Non si limita quindi a misurare la scarsità d’acqua, ma considera la capacità di resilienza: prevenzione, gestione delle risorse, pianificazione, accesso ai finanziamenti e possibilità delle comunità di adattarsi.
L’obiettivo non è semplicemente compilare una classifica tra Paesi più o meno virtuosi. Un indicatore condiviso può aiutare governi e organizzazioni internazionali a riconoscere le vulnerabilità prima che si trasformino in emergenze e a indirizzare gli investimenti verso i territori nei quali possono produrre i maggiori benefici.
Il Drought Resilience Index potrà inoltre rendere più verificabili gli impegni assunti. Senza criteri comuni, infatti, è difficile stabilire se un programma abbia realmente aumentato la sicurezza idrica, rafforzato le comunità rurali o ridotto le perdite agricole. L’indice dovrebbe permettere di seguire i progressi nel tempo e di valutare se le politiche adottate stiano migliorando concretamente la capacità di risposta.
Accanto al DRI è stata lanciata la Drought Resilience Investment Facility, o DRIF, una piattaforma finanziaria dedicata agli interventi contro la siccità. Secondo le informazioni diffuse durante la conferenza, lo strumento punta a mobilitare fino a 400 milioni di dollari, combinando risorse pubbliche e private e sostenendo progetti in grado di prevenire i danni prima che diventino irreversibili.
Le iniziative finanziabili potranno riguardare, tra le altre cose, sistemi di allerta, gestione sostenibile delle risorse idriche, protezione del suolo, agricoltura resistente alla scarsità d’acqua, ripristino degli ecosistemi e infrastrutture capaci di ridurre la vulnerabilità delle comunità.
Il fondo non deve tuttavia essere confuso con una disponibilità economica già interamente assegnata. La cifra annunciata rappresenta un obiettivo di mobilitazione finanziaria: la sua efficacia dipenderà dalla partecipazione dei governi, degli organismi internazionali, delle banche di sviluppo e degli investitori privati, oltre che dalla qualità dei progetti selezionati.
Dalla risposta all’emergenza alla prevenzione
La COP17 riunisce i rappresentanti delle 197 Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, insieme a scienziati, imprese, organizzazioni della società civile, popolazioni indigene, pastori e piccoli agricoltori. Il tema scelto per la conferenza è Restoring Land. Restoring Hope, cioè “Ripristinare la terra, ripristinare la speranza”.
Secondo i dati richiamati dall’UNCCD, il degrado del suolo interessa già fino al 40% delle terre emerse e produce conseguenze sulla disponibilità di acqua, sulla sicurezza alimentare, sull’economia e sulla stabilità delle comunità. La scelta della Mongolia come sede della conferenza è particolarmente significativa: quasi il 77% del territorio del Paese risulta interessato da degrado o desertificazione.
La siccità non è più soltanto un problema delle regioni tradizionalmente aride. L’aumento delle temperature, l’irregolarità delle precipitazioni e la maggiore frequenza degli eventi estremi stanno ampliando le aree esposte. Anche Paesi con risorse economiche avanzate possono trovarsi impreparati di fronte a crisi prolungate che coinvolgono contemporaneamente agricoltura, produzione energetica, navigazione interna, approvvigionamento idrico e conservazione degli ecosistemi.
Il punto centrale emerso a Ulaanbaatar è che intervenire dopo il disastro costa molto più che prepararsi prima. I risarcimenti agli agricoltori, gli aiuti alimentari, il trasporto d’emergenza dell’acqua e la ricostruzione delle attività economiche richiedono risorse enormi, mentre gli investimenti preventivi possono limitare le perdite e proteggere le popolazioni più vulnerabili.
Il nuovo indice mondiale e la piattaforma finanziaria rappresentano quindi due parti dello stesso progetto: il primo dovrebbe indicare dove e perché un Paese è vulnerabile; la seconda dovrebbe contribuire a reperire le risorse necessarie per correggere quelle debolezze.
Resta da verificare come il DRI verrà applicato, con quali dati sarà aggiornato e quanto saranno trasparenti i criteri di valutazione. Sarà inoltre necessario controllare se il DRIF riuscirà davvero a mobilitare i capitali annunciati e a raggiungere le comunità maggiormente esposte. La nascita di strumenti comuni costituisce comunque un passaggio significativo: per la prima volta la resilienza alla siccità viene affrontata attraverso una struttura che prova a unire misurazione, prevenzione e finanziamento.
Fonte ufficiale: COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione
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