Quando un figlio cresce: l’amore, il controllo e la paura di non essere più indispensabili. Di Dorotj Biancanelli, Roma

 

(Immagine generata con l'ausilio dell'intelligenza artificiale)

Molti genitori attendono per molti anni che i propri figli diventino grandi. Nel mentre, li aiutano a diventare responsabili, li incoraggiano a essere via via sempre più indipendenti e capaci di fare scelte ragionevoli. Insegnano loro a difendersi e a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. E non perdono occasione per ricordare che un giorno dovranno cavarsela da soli.

Poi accade che quel giorno arrivi davvero.

E non è detto che, come genitori, si sia realmente pronti ad accettare la nuova configurazione della realtà, perché spesso ci si accorge che era molto più semplice desiderare l'autonomia di un figlio quando era ancora lontana. Ciò accade perché crescere non equivale soltanto a prendere la patente, trovare un lavoro o rincasare più tardi rispetto al passato. Crescere assume soprattutto un significato più profondo, la cui conseguenza coincide con l’iniziare ad avere pensieri propri, che restano in alcune stanze interiori nelle quali i genitori non entrano più così automaticamente come in precedenza.

Può accadere in molti modi attraverso una conversazione che non conoscono, la nascita di un amore del quale non sanno molte cose, oppure di un segreto raccontato a qualcun altro o ancora un problema che insorge la cui confidenza si sposta su un’altra persona. Sono spostamenti spesso di piccola portata e quasi impercettibili ma per alcuni genitori possono assumere le sembianze di una porta che si chiude rumorosamente.

Ed è proprio lì in quel frangente del tutto inaspettato che l'amore può incontrare una delle sue emozioni meno confessabili: la paura di non essere più indispensabili.

Si potrebbe giungere ad una conclusione affrettata pensando, osservando dall’esterno, che una madre o un padre che sia, risulti invadente e che voglia comandare o esercitare il controllo emotivo.

Ebbene qualche volta così lo è davvero, ma altre volte questo tipo di controllo rappresenta una risposta maldestra a qualcosa di più profondo. Quando un figlio è ancora piccolo, solitamente il genitore conosce quasi tutto della sua vita perché sa dove si trova, cosa mangia e cosa capita quando piange ma progressivamente quell’insieme di informazioni va restringendosi e la domanda scomoda si configura nel modo che segue: come reagiamo quando scopriamo di non sapere più tutto?

C’è chi pensa che sia giusto oppure chi come genitore finisce con il sentirsi escluso. Una differenza abissale perché semplicemente, fa tutta la differenza di questo mondo.

Nel primo caso la privacy del figlio diventa il segno della sua crescita. Nel secondo rischia di essere vissuta come una sottrazione in quanto il processo di maturazione viene percepito dal genitore, come una progressiva perdita della propria centralità. Il problema pratico però è che esercitare il controllo restituisce un senso immediato di quiete ma subito dopo finisce per innescare esattamente il processo che si vorrebbe evitare, attraverso il verificarsi di un circolo vizioso:

Più un genitore esercita il controllo, più il figlio si protegge.
Più il figlio si protegge, più il genitore sospetta.
Più sospetta, più cerca di controllare.

Senza sapere che è alla fiducia a cui si dovrebbe attribuire la maggiore centralità.

Essere genitori è complicato, questo è fuori discussione ma esserlo conferisce una responsabilità enorme e non coincide con il conferimento di un titolo di proprietà della persona che si è cresciuto.

Un figlio non smette di essere figlio quando diventa maggiorenne, però smette progressivamente di essere qualcuno nella cui vita possiamo avere lo stesso ruolo che avevamo quando era piccolo, e di questo non possiamo fare altro che rendercene conto. E quando arriva qualcuno di importante nella sua vita? Cosa succede quando l’amore bussa alla sua porta?

Ed ecco un passaggio tra i più delicati.

Arriva un fidanzato o una fidanzata che via via inizia a conoscere pensieri di cui i genitori non sono a conoscenza. Il pargolo cresciuto riceve messaggi che appartengono alla sua sfera personale. Questa new entry nella sua vita diventa presenza anche nei progetti del suo futuro. Viene cercata nei momenti belli e in quelli complicati. Per qualche genitore è facile, c'è chi pensa: Sapere che mio figlio ha accanto qualcuno che lo ama e si prende cura del suo benessere è qualcosa che mi rende felice.” Tuttavia, per qualche altro il processo può essere differente, perché può fare anche male. E ammetterlo è, senza dubbio, il primo passo. Inutile andare a ricercare problematiche inesistenti soltanto per coprire quell’insostenibile senso di smarrimento e di mancata accettazione che pervade inesorabilmente l’animo. Difficile da comprendere alle volte ma esistono emozioni che non rendono le persone cattive semplicemente perché provano questo tipo di malessere. Purtroppo, la gelosia può comparire anche all'interno di un rapporto genitoriale. Il problema vero comincia quando non si riesce a riconoscerla e quindi la si trasforma in qualcos'altro. Attenzione, allora, alle dinamiche di copertura che possono innescarsi.

Il partner del figlio diventa allora “quello che lo influenza”. Le sue nuove opinioni diventano “cose che gli ha messo in testa”. La richiesta di maggiore libertà diventa “da quando frequenti quella persona sei cambiato”.

Quella persona (salvo situazioni disfunzionali) non ha portato via il figlio a nessuno, perché quel figlio sta semplicemente crescendo e quella relazione ha reso solamente visibile un processo che, con tutta probabilità, sarebbe avvenuto comunque.

Esiste poi una sfumatura ancora più delicata, perché capita anche che un figlio si affezioni alla famiglia del proprio partner e che instauri un rapporto sincero con il padre, con la madre o con entrambi.

Per chi osserva, quel rapporto da fuori può apparire bellissimo, perché la cosa più naturale sarebbe pensare che esistono altre persone che contornano d’affetto il proprio figlio. Ma per un genitore insicuro può rappresentare una sottrazione: “Perché non lo ha raccontato a me?” oppure una messa in discussione: “Che cosa trova in quella persona che non trova in me?”

E probabilmente ne esiste un'altra di domanda, forse la più dolorosa: “Sono ancora abbastanza importante?”

E proprio qui bisognerebbe riuscire a non trasformare una paura in una competizione.

L'affetto non funziona come una graduatoria. Un figlio può confidarsi con la propria madre ma anche con la madre del partner e probabilmente lo farà in modo differente, trovando qualcosa di speciale in ciascuna di loro, senza che ciò debba necessariamente stabilire un vincitore.

Quando gli adulti cominciano a contendersi emotivamente un ragazzo, quest’ultimo rischia di diventare il territorio sul quale si confrontano bisogni che, in realtà, appartengono agli adulti. Ed è proprio qui che il controllo può produrre esattamente ciò che voleva evitare. Un genitore teme che il figlio si allontani e aumenta la pressione e il maggior controllo che mette in atto fa sì che spesso il figlio impari semplicemente a diventare più bravo a nascondere ciò che gli accade o, più semplicemente, a custodire più segretamente i suoi pensieri.

Esiste però anche un’altra possibilità: essere sufficientemente sicuri del rapporto costruito con il proprio figlio da non percepire come una minaccia l’affetto che può nascere con altre persone o altre famiglie. Un genitore che sa di esserci stato con coerenza, consapevolezza e amore, che continua a rappresentare un sostegno e riconosce la solidità del legame costruito negli anni, probabilmente avverte meno il bisogno di misurare il proprio posto nella vita del figlio attraverso l’esclusività. Un figlio può affezionarsi profondamente ad altre persone, confidarsi con loro o persino frequentarle più spesso, senza che questo debba necessariamente sottrarre qualcosa al rapporto con il proprio genitore.

Quando, al contrario, questi nuovi legami vengono vissuti come una minaccia, forse vale la pena interrogarsi su ciò che quella paura racconta dell’adulto, prima ancora che del figlio. Possono esserci anche aspetti personali irrisolti, insicurezze oltre la difficoltà ad accettare di non occupare più la stessa posizione di un tempo. Altre volte può affiorare anche la consapevolezza, più o meno esplicita, che qualcosa nel rapporto con il proprio figlio avrebbe potuto essere costruito diversamente. Quanto della mia paura riguarda davvero mio figlio e quanto, invece, riguarda me? Questa potrebbe essere una domanda importante da porsi, in talune circostanze.

Senza dimenticare che si può sempre intervenire e che ciò che non ha funzionato può essere migliorato.

Naturalmente esistono situazioni nelle quali un genitore deve intervenire.

La differenza sta nel riconoscere che consigliare non è possedere e dissentire non significa decidere al posto dell'altro.

Essere presenti senza invadere.

Forse uno dei passaggi più difficili per un genitore arriva quando il figlio, per la prima volta, si oppone davvero, non per un capriccio adolescenziale, ma perché riconosce che quella è una sua decisione. Quel “no” può essere vissuto come irriconoscenza ma, paradossalmente, potrebbe rappresentare esattamente il contrario: la riuscita del lavoro educativo.

Quel genitore ha cresciuto qualcuno capace di avere una propria volontà.

Studi longitudinali, tra cui quello condotto da Shah, Szwedo e Allen (2023) hanno rilevato che forme persistenti di controllo psicologico e limitazione dell'autonomia durante la crescita possono associarsi a maggiori difficoltà nel costruire autonomia e relazioni equilibrate anche successivamente. Questo non significa che un singolo episodio determini il futuro di qualcuno; significa piuttosto che il modo in cui una famiglia gestisce autonomia e vicinanza nel tempo conta.

C'è una differenza enorme tra un figlio che rimane vicino perché non riesce ad allontanarsi e uno che, potendo andare, sceglie di tornare.

Il primo rapporto può sembrare più rassicurante, ma è il secondo a risultare molto più interessante.

Perché a un certo punto un genitore non può più chiedere al proprio figlio di dimostrargli il suo amore rinunciando a pezzi della propria libertà. Può invece costruire una relazione nella quale il figlio abbia voglia di telefonargli pur non essendo obbligato a farlo, raccontargli qualcosa pur potendo tenerlo per sé e chiedergli un consiglio sapendo di poter decidere diversamente.

Quella non è una perdita di autorità o di importanza, ma una trasformazione di ciò che era in fiducia.

E forse diventare genitori di un adulto significa esattamente questo: comprendere che il posto del genitore nella vita del proprio figlio non sarà più garantito dal potere che può esercitare su di lui, ma dalla qualità del rapporto che sarà riuscito a costruire.

È lì che l'amore genitoriale incontra la sua prova più adulta, perché lasciare andare un figlio non significa smettere di tenergli la mano, ma scoprire, qualche volta con sorpresa, che chi è davvero libero di andare può essere proprio colui che continuerà a scegliere di tornare vicino.

Questa riflessione nasce dallo sguardo di un genitore e dall’osservazione attenta delle dinamiche familiari e sociali che accompagnano la crescita di un figlio. Non ha la pretesa di offrire interpretazioni di carattere clinico, ma piuttosto di sollevare domande su quei comportamenti e quelle emozioni che, in forme diverse, possono attraversare le relazioni tra genitori e figli quando questi ultimi diventano adulti.

Dorotj Biancanelli


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