Perché il centro politico europeo perde consensi: l’avanzata delle destre non ha una sola spiegazione
| Giorgia Meloni in un’ambientazione istituzionale europea: la crescita delle destre sta modificando gli equilibri politici del continente. |
In Francia il Rassemblement National è diventato una forza capace di aspirare alla presidenza della Repubblica, in Germania l’AfD ha più che raddoppiato i propri voti e in Italia Giorgia Meloni guida il Governo dall’ottobre 2022. Parlare genericamente di un’Europa diventata improvvisamente estremista, tuttavia, non aiuta a comprendere una trasformazione politica che nasce dall’incontro tra difficoltà economiche, immigrazione, insicurezza sociale, cambiamenti culturali e perdita di fiducia nei partiti tradizionali.
Pier Carlo Lava
Lo spunto per questa riflessione arriva da un editoriale del politologo e analista serbo Orhan Dragaš, pubblicato dal Kyiv Post, dedicato alla perdita di elettori da parte del centro politico europeo. L’autore sostiene che milioni di cittadini non abbiano scelto le destre soltanto per radicalizzazione ideologica, ma soprattutto perché non considerano più credibili i partiti che hanno governato l’Europa negli ultimi decenni.
È una tesi che individua un problema reale, ma che deve essere verificata attraverso i dati e completata con altri elementi. L’avanzata delle destre, infatti, non può essere spiegata da una sola causa e non autorizza a considerare equivalenti esperienze politiche molto differenti come Fratelli d’Italia, Rassemblement National e Alternative für Deutschland.
Francia, Germania e Italia: tre situazioni differenti
Nel 2002 la presenza di Jean-Marie Le Pen al ballottaggio delle presidenziali francesi provocò una mobilitazione trasversale. Jacques Chirac vinse con l’82,21% dei voti, mentre il candidato del Front National si fermò al 17,79%. Quella forza politica, allora largamente isolata, è diventata nel tempo il Rassemblement National, oggi stabilmente al centro del sistema politico francese.
Alle elezioni europee del 2024 la lista guidata da Jordan Bardella ha ottenuto il 31,37%, risultando nettamente la più votata in Francia. Un sondaggio Ifop realizzato nel luglio 2026 attribuisce inoltre a Marine Le Pen circa il 36% delle intenzioni di voto al primo turno delle presidenziali del 2027. È necessario ricordare che un sondaggio rappresenta una fotografia momentanea e non una previsione certa, ma il dato conferma che una sua vittoria non viene più considerata politicamente impossibile.
In Germania l’AfD è passata dal 10,4% delle elezioni federali del 2021 al 20,8% del 2025, diventando la seconda forza del Bundestag. Il dato è certificato dall’autorità elettorale federale tedesca. Alcuni sondaggi del 2026 hanno successivamente collocato il partito tra il 27 e il 28%, in alcuni casi davanti alla CDU-CSU. Anche in questo caso si tratta di rilevazioni soggette a variazioni, ma la crescita appare ormai strutturale e non più riconducibile a una protesta occasionale.
Il caso italiano è ancora diverso. Fratelli d’Italia ha ottenuto il 26% alle elezioni politiche del 2022, portando Giorgia Meloni alla Presidenza del Consiglio. Alle europee del 2024 il partito è salito al 28,8%, confermandosi la prima forza italiana.
Il confronto, però, deve essere presentato correttamente. FdI è cresciuto in percentuale, ma non nel numero assoluto di voti: alle politiche del 2022 aveva raccolto 7.302.517 voti, mentre alle europee del 2024 ne ha ottenuti circa 6.725.000. La differenza dipende soprattutto dalla forte riduzione dell’affluenza, ma impedisce di affermare che il partito abbia conquistato più elettori rispetto al 2022. È invece corretto sostenere che abbia aumentato il proprio peso percentuale e conservato una posizione dominante nel centrodestra.
La crisi economica ha modificato le priorità degli elettori
La crescita delle destre viene frequentemente ricondotta all’immigrazione. Il tema è certamente importante, ma non sufficiente a spiegare l’intero fenomeno.
La crisi finanziaria del 2008, le politiche di austerità, la precarizzazione del lavoro, la pandemia, l’aumento dei prezzi e la crisi energetica hanno indebolito la sicurezza economica di una parte consistente della popolazione. Nel 2022 l’inflazione media nell’Unione europea ha raggiunto il 9,2%, incidendo soprattutto sulle spese difficilmente comprimibili: energia, alimentazione, trasporti e abitazione.
Il sondaggio realizzato dal Parlamento europeo dopo le elezioni del 2024 ha indicato l’aumento dei prezzi e il costo della vita come motivazione importante del voto per il 42% degli intervistati. Il 41% ha citato più generalmente la situazione economica. Seguivano la situazione internazionale, indicata dal 34%, e la difesa della democrazia e dello Stato di diritto, con il 32%.
Questi numeri mostrano che le scelte elettorali non dipendono esclusivamente dall’identità nazionale o dalla gestione delle frontiere. Una famiglia che fatica a sostenere il costo dell’energia, non riesce a trovare un’abitazione accessibile, attende mesi per una visita medica o teme per la stabilità del proprio lavoro giudica la politica soprattutto sulla sua capacità di risolvere problemi concreti.
Numerosi studi hanno inoltre individuato una relazione tra insicurezza economica, precarietà lavorativa, perdita di status sociale e disponibilità a votare partiti populisti o radicali. La relazione non è automatica: non tutte le persone in difficoltà si spostano a destra e non tutti gli elettori delle destre appartengono alle fasce economicamente più fragili. Tuttavia, la percezione di un futuro meno sicuro può rendere più attraenti le forze che promettono protezione, controllo e discontinuità.
L’immigrazione resta un tema centrale
Sarebbe ugualmente sbagliato sottovalutare il peso dell’immigrazione. Nel 2015 l’Unione europea registrò oltre 1,25 milioni di richiedenti asilo per la prima volta, più del doppio rispetto all’anno precedente. Quella crisi trasformò profondamente il dibattito su frontiere, accoglienza, sicurezza, integrazione e sovranità nazionale.
Una parte dei cittadini ebbe la sensazione che gli Stati e le istituzioni europee non fossero più in grado di controllare i flussi o di distribuire equamente responsabilità e costi dell’accoglienza. I partiti di destra riuscirono a interpretare questa richiesta prima e con maggiore nettezza rispetto alle forze tradizionali.
Anche su questo punto, però, serve equilibrio. Chiedere il controllo delle frontiere, procedure rapide e regole applicabili è perfettamente legittimo. Ma la complessità delle migrazioni non può essere ridotta alla ricerca di un responsabile sul quale scaricare problemi economici e sociali che spesso hanno origini differenti.
Le politiche devono essere giudicate sui risultati: riduzione degli ingressi irregolari, contrasto ai trafficanti, accordi rispettosi dei diritti fondamentali, capacità di rimpatrio, canali regolari per il lavoro e integrazione di chi ha diritto a restare. Gli slogan possono produrre consenso; governare un fenomeno internazionale richiede strumenti molto più complessi.
Il centro ha spesso compreso tardi il cambiamento
I partiti tradizionali hanno commesso almeno tre errori.
Il primo è stato considerare alcune preoccupazioni degli elettori come il prodotto esclusivo dell’ignoranza, della xenofobia o della manipolazione. Pregiudizi e disinformazione esistono e devono essere contrastati, ma utilizzarli come spiegazione universale rischia di trasformarsi in una scorciatoia. Se milioni di cittadini si allontanano dalle forze che hanno governato per decenni, liquidarli moralmente non li convincerà a tornare.
Il secondo errore è stato promettere soluzioni senza riuscire a dimostrare risultati percepibili nella vita quotidiana. La fiducia non si perde soltanto quando un governo adotta politiche sbagliate; si perde anche quando riconosce un problema troppo tardi, comunica in modo distante o modifica continuamente le proprie priorità.
Il terzo errore riguarda l’idea che la paura dell’alternativa sia sufficiente per conservare il consenso. Per molto tempo il messaggio rivolto agli elettori è stato: i partiti tradizionali possono avere molti difetti, ma le altre forze rappresentano un rischio eccessivo. L’arrivo al governo di partiti precedentemente considerati marginali ha indebolito questa argomentazione.
Meloni, Le Pen e AfD non sono la stessa cosa
Accostare Giorgia Meloni, Marine Le Pen e l’AfD può essere utile per descrivere lo spostamento a destra di una parte dell’elettorato europeo, ma non significa poterle collocare automaticamente sullo stesso piano.
Il Governo Meloni ha mantenuto l’Italia all’interno delle alleanze europee e atlantiche, sostenendo la NATO e l’Ucraina. Allo stesso tempo ha promosso una linea più severa sull’immigrazione irregolare, ha rivendicato una maggiore tutela degli interessi nazionali e ha assunto un ruolo importante all’interno dei Conservatori europei.
Il Rassemblement National porta con sé una storia differente e ha progressivamente modificato linguaggio e strategia per superare l’isolamento politico. L’AfD presenta invece posizioni e divisioni interne che la rendono un caso ancora diverso, soprattutto nei rapporti con l’Unione europea, la Russia e il passato tedesco. La quasi totalità delle altre forze parlamentari continua a escludere una collaborazione con il partito.
Parlare indistintamente di “destra europea” rischia quindi di nascondere differenze sostanziali nei programmi, nella cultura politica e nel rapporto con le istituzioni democratiche.
L’Europa non è diventata improvvisamente antieuropea
La crescita delle destre non coincide necessariamente con il rifiuto dell’Unione europea. L’Eurobarometro della primavera 2026 mostra che il 51% dei cittadini dichiara fiducia nell’UE, il 74% sostiene la moneta unica e il 76% è favorevole alla prosecuzione del sostegno all’Ucraina fino al raggiungimento di una pace giusta e duratura.
I cittadini possono quindi chiedere maggiore controllo nazionale, contestare alcune politiche europee e contemporaneamente considerare utile l’appartenenza all’Unione. Questa apparente contraddizione rivela che una parte dell’elettorato non domanda necessariamente meno Europa, ma un’Europa percepita come più efficace, protettiva e capace di intervenire sulle questioni essenziali.
Il vecchio confronto tra europeisti e antieuropeisti descrive sempre meno la realtà. La discussione riguarda ormai soprattutto quale Europa costruire, quali competenze affidarle e come conciliare integrazione, sovranità nazionale e responsabilità democratica.
Non basta ascoltare il disagio: servono soluzioni credibili
I partiti tradizionali non possono recuperare fiducia limitandosi a imitare il linguaggio delle destre. Se adottano parole più dure senza migliorare concretamente sicurezza, lavoro, sanità, abitazione, energia e controllo delle frontiere, rischiano di rendere ancora più credibili gli avversari.
Allo stesso tempo, riconoscere le ragioni del malcontento non significa approvare automaticamente tutte le risposte proposte dai partiti emergenti. Anche le destre devono essere giudicate sulla sostenibilità economica dei programmi, sulla capacità amministrativa, sul rispetto delle libertà individuali, sulla tutela delle minoranze e sulla coerenza tra promesse e risultati.
La democrazia non si difende ignorando le paure dei cittadini, ma neppure alimentandole oltre la loro reale dimensione. Il compito della politica dovrebbe essere trasformare insicurezza e conflitti in decisioni concrete, verificabili e compatibili con lo Stato di diritto.
Il centro politico europeo ha perso una parte importante dei propri elettori perché non è più riuscito a rappresentare stabilità, protezione e prospettiva. Ma la risposta non può consistere né nella delegittimazione di chi vota diversamente né nell’accettazione acritica di qualsiasi proposta presentata come alternativa.
La vera sfida non è stabilire se l’Europa si stia spostando definitivamente a destra. È capire quali forze politiche saranno capaci di restituire ai cittadini la percezione che le istituzioni possano ancora governare i cambiamenti, senza sacrificare democrazia, solidarietà e libertà.
Fonti principali: Ministero dell’Interno italiano; Parlamento europeo; Commissione europea – Eurobarometro; Eurostat; autorità elettorale federale tedesca; risultati ufficiali delle elezioni europee; Ifop.
Unione europea – Italia, Francia e Germania
Perché una parte crescente degli elettori europei abbandona i partiti tradizionali? Un’analisi autonoma e documentata sulla crescita delle destre, tra costo della vita, immigrazione, insicurezza sociale, cambiamenti culturali e perdita di fiducia nella politica. Senza semplificazioni e con una distinzione necessaria tra Meloni, Le Pen e AfD.
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