Nepal e Tibet, il crollo di roccia e ghiaccio che ha trasformato il fiume in un’onda di distruzione

Ricostruzione del crollo di una parete rocciosa e di parte di un ghiacciaio himalayano, con una colata di acqua, fango, ghiaccio e detriti diretta verso la valle.
Il cedimento di roccia e ghiaccio avrebbe generato una gigantesca valanga, trasformata successivamente in un’alluvione detritica lungo la valle. Ricostruzione editoriale generata con intelligenza artificiale.

Le immagini satellitari stanno permettendo agli scienziati di ricostruire la catena di eventi che ha devastato il confine tra Nepal e Tibet. Non sarebbe stato un normale terremoto a innescare la catastrofe: una gigantesca porzione della montagna, comprendente roccia, ghiaccio e probabilmente permafrost destabilizzato, è precipitata nella valle generando una valanga, una frana e infine un’alluvione improvvisa. Il movimento è stato tanto violento da produrre un segnale sismico equivalente a una magnitudo 5,2. Il bilancio umano continua intanto ad aggravarsi e il pericolo non è ancora terminato.

Pier Carlo Lava

Nella mattina di mercoledì 26 agosto una massa enorme si è staccata nell’area del Langtang Lirung, una vetta himalayana di 7.234 metri situata nel Nepal centrale, non lontano dal confine con la Regione autonoma del Tibet. Le prime notizie parlavano genericamente del collasso di un ghiacciaio, ma l’esame delle immagini satellitari ha permesso di precisare meglio la dinamica.

Secondo le analisi preliminari, sarebbe crollata una parte del substrato roccioso collocato sotto o accanto al ghiacciaio. La frana avrebbe trascinato con sé una gigantesca quantità di ghiaccio, neve e detriti, precipitando per circa 1.200 metri verso la valle del Lhende Khola, un affluente del sistema fluviale Bhote Koshi-Trishuli.

La distinzione è importante: non si sarebbe trattato semplicemente di un blocco di ghiaccio spezzatosi per il caldo. L’evento avrebbe coinvolto l’intera struttura della montagna, combinando il cedimento della roccia con quello del ghiacciaio. Milioni di metri cubi di materiale si sarebbero messi in movimento quasi contemporaneamente.

La massa di roccia e ghiaccio, raggiunta la valle, avrebbe ostruito temporaneamente il corso del fiume formando una diga naturale. Quando questa barriera ha ceduto, l’acqua accumulata si è mescolata con fango, massi, sedimenti e frammenti di ghiaccio, producendo una colata detritica capace di percorrere decine di chilometri.

I primi rilievi indicano che l’onda di piena si sarebbe spostata a velocità elevatissime, raggiungendo rapidamente villaggi, strade, ponti e impianti idroelettrici. Nel tratto nepalese del fiume Trishuli il livello dell’acqua sarebbe aumentato fino a nove metri in appena trenta minuti, lasciando pochissimo tempo alla popolazione per mettersi in salvo.

Le telecamere di sorveglianza e i filmati realizzati dagli abitanti mostrano un muro scuro di acqua e detriti travolgere edifici e veicoli. Interi centri abitati sono stati ricoperti dal fango, mentre il corso dei fiumi è stato modificato dall’enorme quantità di materiale depositato.

Tra le aree più colpite figurano il distretto nepalese di Rasuwa, le località lungo il Trishuli e la contea tibetana di Gyirong, importante punto di collegamento commerciale e turistico fra Nepal e Cina. La regione è frequentata anche da escursionisti e pellegrini diretti verso il monte Kailash, sacro a induisti, buddisti, giainisti e seguaci della religione Bön.

Al momento della stesura, le autorità nepalesi hanno comunicato il ritrovamento di almeno 469 vittime. In Tibet sono stati confermati almeno altri tre decessi. Secondo i dati raccolti dall’Associated Press, le persone disperse nei due Paesi sarebbero più di 1.500, comprese centinaia di cittadini stranieri provenienti da oltre trenta nazioni.

Queste cifre devono essere considerate provvisorie. Le comunicazioni sono difficili, alcune località risultano ancora isolate e i criteri utilizzati dalle diverse autorità per registrare i dispersi non sono uniformi. Una parte delle persone dichiarate irreperibili potrebbe trovarsi in zone prive di collegamenti, mentre il numero delle vittime potrebbe purtroppo aumentare con il procedere delle ricerche.

La violenza del crollo ha prodotto un segnale registrato dai sismografi e classificato con un’energia equivalente a quella di un terremoto di magnitudo 5,2. Questo dato ha inizialmente alimentato l’ipotesi che un sisma avesse provocato il disastro.

L’analisi scientifica indica però la possibilità opposta: sarebbe stata la gigantesca massa in movimento a far vibrare il terreno e a generare il segnale sismico. Frane e collassi glaciali di grandi dimensioni possono infatti produrre onde rilevabili a migliaia di chilometri, simili a quelle di un terremoto ma caratterizzate da una diversa evoluzione nel tempo.

Gli esperti stanno ora cercando di determinare il volume esatto di roccia, ghiaccio e acqua coinvolto. Rimane inoltre da chiarire da dove sia arrivata tutta l’acqua che ha alimentato la piena. Potrebbe essersi accumulata dietro una diga temporanea prodotta dalla frana oppure provenire da cavità presenti nel ghiacciaio, neve sciolta e corsi d’acqua ostruiti dai detriti.

Il rischio non si è concluso con la prima onda. Il materiale depositato lungo i fiumi ha creato nuovi sbarramenti e laghi instabili. Il 28 agosto uno di questi bacini ha iniziato a tracimare, costringendo le autorità a sospendere temporaneamente parte delle operazioni di soccorso e a ordinare alle persone di allontanarsi dalle rive.

Una diga naturale formata da fango e massi può cedere improvvisamente, liberando una seconda piena in territori già devastati. Per questo i tecnici stanno utilizzando satelliti, droni e osservazioni aeree per controllare l’evoluzione dei nuovi bacini e delle pareti ancora instabili.

Il possibile ruolo del cambiamento climatico deve essere spiegato con prudenza. Non è ancora scientificamente corretto affermare che il riscaldamento globale abbia causato direttamente questo specifico crollo. Per stabilire un legame causale sono necessarie analisi dettagliate delle temperature, delle precipitazioni, della struttura geologica, del ghiacciaio e del permafrost.

È però noto che l’Himalaya si sta riscaldando rapidamente. L’aumento delle temperature scioglie i ghiacciai e il permafrost, cioè il terreno e la roccia che rimangono congelati per lunghi periodi. Quando il ghiaccio presente nelle fratture fonde, diminuisce l’azione che contribuiva a tenere unite le pareti montuose.

Le continue alternanze di gelo e disgelo permettono inoltre all’acqua di penetrare nelle spaccature. Quando congela aumenta di volume; quando fonde lascia vuoti e superfici più instabili. Con il tempo questi processi possono indebolire intere porzioni della montagna e aumentare la probabilità di frane, valanghe di ghiaccio e crolli rocciosi.

Anche il ritiro dei ghiacciai può togliere sostegno alle pareti laterali precedentemente compresse dalla massa del ghiaccio. Piogge intense e temperature eccezionalmente elevate possono poi agire come fattori scatenanti, ma la combinazione precisa che ha prodotto la tragedia dovrà essere accertata.

Il riscaldamento climatico non è l’unico elemento che determina l’entità di una catastrofe. Lungo le strette valli himalayane sono aumentati edifici, strade, centrali idroelettriche e attività turistiche. Un evento naturale che in passato avrebbe interessato una zona poco abitata oggi può colpire migliaia di persone e infrastrutture essenziali.

Secondo gli esperti interpellati da Nature, parte della distruzione ha coinvolto costruzioni realizzate in aree esposte alle piene. La crescita economica e turistica della regione ha quindi aumentato il numero di persone presenti nei corridoi naturali percorsi da acqua, fango e detriti.

La tragedia dimostra quanto siano urgenti sistemi di monitoraggio ed evacuazione più efficaci. Satelliti e sismografi possono rilevare rapidamente un grande crollo, ma il vero problema è trasformare quel segnale in un allarme capace di raggiungere in pochi minuti villaggi, cantieri, impianti idroelettrici e gruppi di escursionisti.

Servono mappe aggiornate delle zone più pericolose, sensori sui fiumi e sui laghi glaciali, sirene, reti di comunicazione indipendenti e procedure di evacuazione conosciute dalla popolazione. È inoltre necessario evitare nuove costruzioni nei letti di piena e nelle aree che le simulazioni indicano come possibili percorsi delle colate detritiche.

Il crollo del Langtang Lirung non è soltanto una tragedia immensa. È anche un avvertimento scientifico: le alte montagne stanno diventando ambienti sempre più instabili, mentre nelle loro valli crescono popolazione, infrastrutture e turismo. Attribuire immediatamente ogni disastro al cambiamento climatico sarebbe scorretto; ignorare che il riscaldamento sta modificando ghiacciai, permafrost e versanti montuosi sarebbe però altrettanto sbagliato.

La catastrofe al confine fra Nepal e Tibet mostra la fragilità crescente delle montagne himalayane. Il ruolo preciso del cambiamento climatico è ancora da accertare, ma ghiacciai e permafrost sono sempre più instabili. Segui scienza, ambiente e attualità su Alessandria Post e Italian News Post.

Nota sull’intelligenza artificiale: L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto alla ricerca e all’organizzazione delle informazioni. Contenuti, revisione del testo e impostazione editoriale sono stati definiti e verificati dall’autore.

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