Negozi chiusi ad Alessandria, oltre mille letture e un acceso dibattito: la crisi non ha una sola causa
| Serrande abbassate e spazi commerciali vuoti raccontano le difficoltà del commercio tradizionale ad Alessandria. |
L’articolo dedicato alle chiusure dei negozi ad Alessandria ha superato le mille visualizzazioni e suscitato numerosi commenti nel gruppo Facebook “Sei di Alessandria se…”. Un confronto vivace, talvolta acceso, dal quale è emersa soprattutto una certezza: dietro ogni serranda abbassata non esiste una sola responsabilità, ma un insieme di trasformazioni economiche, sociali e culturali maturate nel corso degli anni.
Pier Carlo Lava
Il commercio cittadino continua a essere un tema molto sentito. C’è chi attribuisce le difficoltà alla riduzione del potere d’acquisto, chi indica la concorrenza dei centri commerciali e delle vendite online, chi richiama gli affitti elevati, la viabilità e la carenza di parcheggi. Altri invitano gli stessi commercianti a rinnovare la propria mentalità, utilizzando meglio social, siti internet e nuovi servizi. Persino le chiusure contemporanee durante il mese di agosto sono state indicate come un problema per chi rimane in città.
Opinioni differenti, dunque, ma quasi tutte riconducibili alla stessa domanda: perché tanti negozi tradizionali faticano a sopravvivere e che cosa si può fare per cambiare questa situazione?
Un problema nazionale che ad Alessandria assume caratteristiche precise
La desertificazione commerciale non riguarda soltanto Alessandria. Secondo l’analisi di Confcommercio sulla demografia d’impresa, tra il 2012 e il 2025 in Italia sono scomparsi complessivamente circa 156.000 esercizi del commercio al dettaglio e ambulante. Lo studio ha esaminato 122 città, comprendendo 107 capoluoghi di provincia, e descrive una trasformazione profonda delle economie urbane. Non stanno cambiando soltanto i luoghi nei quali facciamo acquisti: sta mutando la funzione stessa dei centri cittadini. Confcommercio – Città e demografia d’impresa
Parlare di Alessandria non significa quindi sostenere che il problema esista esclusivamente qui. Significa osservare come un fenomeno nazionale si manifesti nella nostra città, attraverso attività storiche che cessano, insegne che cambiano, locali che rimangono vuoti e nuove aperture che non sempre riescono a consolidarsi.
Alcune strade centrali mantengono ancora una buona capacità di ricambio, mentre altre appaiono più fragili. Il semplice conteggio dei locali vuoti, inoltre, non racconta tutto: occorre considerare la durata delle nuove attività, il loro fatturato, la qualità dell’offerta e la capacità di generare un flusso stabile di persone.
Quando le famiglie spendono quasi tutto per le necessità
Uno dei commenti più ricorrenti riguarda la difficoltà economica delle famiglie. Se una quota crescente del reddito viene assorbita da alimenti, abitazione, bollette, trasporti e spese sanitarie, inevitabilmente diminuisce la disponibilità per abbigliamento, calzature, arredamento e altri acquisti rinviabili.
I dati più recenti dell’Istat indicano che nel 2025 il potere d’acquisto delle famiglie è aumentato dello 0,9% e che nel primo trimestre del 2026 è cresciuto dello 0,8% rispetto al trimestre precedente. Sono segnali positivi, ma non significano che tutte le famiglie abbiano recuperato le difficoltà accumulate negli anni precedenti o che l’incremento sia percepito nello stesso modo da ogni fascia sociale. La situazione media, infatti, può nascondere differenze molto marcate tra redditi, famiglie e territori. Istat – Conti nazionali per settore istituzionale 2025, Istat – Nota sull’andamento dell’economia, luglio 2026
Il piccolo commerciante si trova così tra due pressioni: da una parte aumentano costi, affitti e spese di gestione; dall’altra il cliente diventa più prudente, confronta i prezzi e rinuncia più facilmente agli acquisti non indispensabili.
Centri commerciali, outlet ed e-commerce: concorrenti diversi
Molti lettori hanno ricordato la presenza dei centri commerciali e del grande outlet di Serravalle Scrivia. È giusto sottolineare, tuttavia, che l’outlet è stato inaugurato nel 2000 e non può essere considerato la spiegazione unica di una crisi diventata particolarmente evidente molti anni dopo.
Nel tempo, però, l’offerta commerciale dell’intera area si è ampliata e le abitudini dei consumatori sono cambiate. Centri commerciali e outlet mettono a disposizione molti marchi, parcheggi, ristorazione e servizi concentrati nello stesso luogo. L’e-commerce ha aggiunto un’ulteriore possibilità: acquistare a qualsiasi ora, confrontare rapidamente i prezzi e ricevere la merce a domicilio.
Amazon non ha creato da solo la crisi dei negozi di vicinato, ma ha accelerato un processo già iniziato. Il confronto esclusivamente sul prezzo diventa quasi impossibile per una piccola attività, che acquista quantità inferiori, sostiene costi proporzionalmente maggiori e non possiede la forza contrattuale delle grandi catene.
Per sopravvivere, quindi, il negozio cittadino deve offrire ciò che una piattaforma digitale difficilmente può garantire: competenza, assistenza, fiducia, esperienza personale, rapidità nel risolvere un problema e relazione umana.
Affitti, accessibilità e qualità dello spazio urbano
Un’altra questione sollevata riguarda il costo dei locali. Un’attività può avere prodotti validi e clienti affezionati, ma se il canone di locazione è sproporzionato rispetto al fatturato, la sua permanenza diventa difficile. Per questo anche i proprietari degli immobili sono coinvolti nella trasformazione commerciale: un locale vuoto per anni non porta benefici né al proprietario né alla strada nella quale si trova.
Occorrerebbe favorire contratti più flessibili, canoni progressivi per le nuove imprese e accordi che consentano di sperimentare un’attività senza dover sostenere immediatamente costi eccessivi.
Viabilità e parcheggi non sono necessariamente la causa principale delle chiusure, ma incidono sulla comodità percepita dal cliente. La soluzione, tuttavia, non può ridursi alla contrapposizione fra automobili e aree pedonali. Le città commercialmente più attrattive combinano parcheggi facilmente raggiungibili, trasporto pubblico, percorsi pedonali curati, sicurezza, illuminazione, pulizia e spazi nei quali sia piacevole fermarsi.
Una strada piena di automobili non è automaticamente una strada piena di clienti, così come una zona pedonale priva di servizi, eventi e manutenzione non diventa automaticamente attrattiva.
Anche i commercianti devono accettare il cambiamento
Tra i commenti è emersa anche una critica alla mentalità di una parte del commercio locale, considerata troppo legata a modelli del passato e poco propensa all’impiego dei nuovi strumenti di comunicazione.
Non si può generalizzare: Alessandria possiede commercianti preparati, dinamici e capaci di costruire un ottimo rapporto con la clientela. È però altrettanto vero che oggi non basta più alzare la serranda e attendere l’ingresso dei clienti.
Un’attività deve comunicare, raccontare i propri prodotti, rispondere rapidamente, aggiornare orari e informazioni, utilizzare i social in maniera professionale e, quando possibile, affiancare alla vendita tradizionale prenotazioni online, consegne o servizi personalizzati. Anche accoglienza, disponibilità e simpatia fanno parte dell’esperienza offerta al cliente.
Lo stesso vale per le ferie estive. Il riposo è un diritto irrinunciabile, soprattutto per chi lavora tutto l’anno, ma chiusure coordinate e scaglionate tra attività dello stesso settore potrebbero evitare che, nel mese di agosto, cittadini e turisti restino privi di determinati servizi.
Una crisi maturata con governi e amministrazioni differenti
Il dibattito si è inevitabilmente spostato anche sul terreno politico. Alcuni hanno attribuito le responsabilità all’attuale governo, altri hanno ricordato le scelte dei governi precedenti. È un confronto legittimo, purché non trasformi una questione complessa in uno scontro tra tifoserie.
La progressiva riduzione del commercio tradizionale è maturata nell’arco di molti anni, attraversando governi nazionali e amministrazioni locali di orientamenti differenti. Le responsabilità politiche esistono e riguardano salari, pressione fiscale, costo dell’energia, sostegno alle piccole imprese, pianificazione urbana e politiche per i centri storici. Attribuire tutto a un’unica parte politica, però, impedisce di comprendere la profondità del cambiamento.
Le promesse devono essere valutate attraverso risultati verificabili: quanti locali sono stati riaperti, quanti posti di lavoro sono stati creati, quanto sono aumentati i consumi, quali agevolazioni hanno realmente raggiunto le imprese e quali interventi hanno restituito persone e funzioni alle vie cittadine.
Non basta domandarsi di chi sia la colpa
Le oltre mille visualizzazioni e i numerosi commenti dimostrano che il futuro del commercio alessandrino interessa eccome. Una serranda chiusa non rappresenta soltanto la cessazione di un’impresa: significa meno illuminazione, meno passaggio, minore sicurezza percepita e impoverimento delle relazioni sociali.
La discussione, però, dovrebbe compiere un passo ulteriore. Oltre a domandarci chi abbia sbagliato, occorre stabilire che cosa possano fare concretamente il Comune, le associazioni di categoria, i proprietari degli immobili, i commercianti e gli stessi cittadini.
Servono un progetto unitario per il centro e per i quartieri, incentivi mirati alle nuove aperture, canoni più sostenibili, eventi distribuiti durante l’anno, migliore accessibilità, cura degli spazi pubblici, formazione digitale e una maggiore collaborazione tra gli operatori.
Nessuna di queste misure, presa singolarmente, potrà risolvere il problema. Ma continuare a cercare un unico colpevole rischia di farci perdere altro tempo. La crisi non ha una sola causa e, proprio per questo, anche la risposta dovrà essere collettiva.
GEO – Riferimento territoriale: Alessandria, Piemonte, Italia. L’articolo analizza la crisi del commercio di vicinato e le chiusure dei negozi nel centro e nei quartieri cittadini, inserendo la situazione locale nel più ampio fenomeno nazionale della desertificazione commerciale.
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" La perdita dell' identità urbana", di Rem Koolhaas.
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