Oggi 20 agosto a Napoli il caldo toglie il fiato, proprio come quel giorno del 1799 quando Piazza del Mercato divenne il palcoscenico dell'ultimo atto della Repubblica Napoletana.
Oggi la città si ferma a ricordare il momento più tragico e sublime della sua storia. Da napoletana sento il dovere di raccontare Eleonora Pimentel de Fonseca non come un personaggio sbiadito nei libri di storia, ma come l'anima pulsante di una rivoluzione tradita.
Guardare al suo sacrificio oggi non significa solo fare memoria, ma riscoprire tra i vicoli della nostra città il coraggio di una donna che ha pagato con la vita il sogno di renderci liberi.
Mentre cerco di scrivere, per ricordare il sacrificio di questa grande Donna, non mi trovo tra il caos della mia città ma guardo il mare della Costiera Amalfitana. Stringo tra le mani una tazza di caffè mentre l'orizzonte azzurro e la bellezza di questa mattina d'agosto fanno a pugni con la violenza della storia. Eppure, anche qui, dove la terra campana si tuffa nel Mediterraneo, ogni mio sorso ha il sapore amaro della memoria. Non si tratta di una semplice suggestione poetica, prima di essere trascinata verso il patibolo, l'ultimo desiderio di Eleonora fu proprio quello di bere una tazza di caffè. Lo chiese con calma al sacerdote prima di giungere sul patibolo, affrontando le guardie borboniche con una dignità silenziosa e composta, specchio di un'anima rimasta libera fino all'ultimo secondo. In quel sorso, consumato mentre il suo tempo finiva, c'era l'essenza stessa del suo essere napoletana nell'anima.
Subito dopo, è salita sulla forca pronunciando i versi di Virgilio: Forsan et haec olim meminisse iuvabit (forse un giorno gioverà ricordare tutto questo).
Eleonora de Fonseca Pimentel non era napoletana di nascita, ma lo è diventata per scelta d'amore e d'intelletto. Attraverso le pagine del Monitore Napoletano, è stata la prima direttrice di un giornale politico in Europa, usando la penna come un'arma di luce contro il buio dell'assolutismo. La sua colpa più grande, agli occhi dei Borbone, fu quella di aver creduto nella forza della cultura come strumento di riscatto per i più deboli. Ma la tragedia della Repubblica del 1799 si consumò proprio
nell'incomunicabilità con quella stessa gente che Eleonora voleva riscattare, un popolo tradito dalla propria ignoranza che finì per applaudire i carnefici dei loro diritti correndo in piazza a fare festa davanti alla forca.
Oggi, 20 agosto il ricordo di Eleonora ci interroga ancora sulla responsabilità della parola e sull'impegno civile in una terra complessa come la nostra, sospesa da sempre tra la meraviglia assoluta e l'abbandono.
Mentre rimetto sul tavolo la tazza ormai vuota, il mare della Costiera continua a scintillare sotto lo stesso sole che vide spegnersi i sogni del 1799. Eleonora de Fonseca Pimentel non ha una tomba su cui piangere, poiché il suo corpo fu gettato in una fossa comune e i suoi resti dispersi. Ma finché ci sarà una donna napoletana capace di guardare il golfo, di bere un caffè pensando alla libertà e di non piegare la testa davanti alle ingiustizie, Eleonora non sarà mai morta davvero. La sua vera tomba è la nostra memoria, la sua eredità è il nostro orgoglio.
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