“La pantera” di Rainer Maria Rilke: quando le sbarre imprigionano anche lo sguardo

Pantera nera dagli occhi ambrati che cammina dietro le sbarre di una gabbia, mentre sullo sfondo si intravedono gli alberi illuminati dal sole.
La pantera continua a muoversi conservando la propria forza, ma le sbarre hanno ormai cancellato il mondo dal suo sguardo.

Una pantera continua a muoversi nella propria gabbia, conservando nel corpo una forza straordinaria. Eppure quella forza non può più condurla da nessuna parte. Con appena dodici versi, Rainer Maria Rilke trasforma l’animale prigioniero in una delle immagini poetiche più potenti della condizione umana: il corpo è ancora vivo, ma lo sguardo, la volontà e persino la capacità di accogliere il mondo sembrano lentamente spegnersi.

Pier Carlo Lava

La pantera

Nel Jardin des Plantes, Parigi

Il suo sguardo, dal continuo passare delle sbarre,
è diventato così stanco da non trattenere più nulla.
Gli sembra che esistano mille sbarre
e, dietro mille sbarre, nessun mondo.

Il morbido incedere dei suoi passi forti e agili,
che gira nel più piccolo dei cerchi,
è come una danza di forza intorno a un centro
nel quale, stordita, rimane una grande volontà.

Solo talvolta il sipario della pupilla
si solleva in silenzio. Allora un’immagine entra,
attraversa la quiete tesa delle membra
e nel cuore cessa di esistere.

Rainer Maria Rilke

Traduzione italiana originale realizzata dalla redazione direttamente dal testo tedesco di “Der Panther”.

Una gabbia che ha cancellato il mondo

Rilke non descrive dettagliatamente la pantera. Non ci parla del colore del mantello, dei denti, del ruggito o della forma della gabbia. Si concentra invece sugli effetti che la prigionia ha prodotto nell’animale. È una scelta fondamentale: la poesia non racconta semplicemente ciò che il poeta vede, ma cerca di penetrare nella percezione della pantera.

Il primo verso contiene già una prospettiva sorprendente. Non è lo sguardo dell’animale a passare davanti alle sbarre; sono le sbarre che, a causa del suo incessante camminare in cerchio, sembrano continuare a scorrere davanti agli occhi. La gabbia si è impossessata della sua visione.

Le sbarre sono talmente numerose e ripetitive da apparire infinite. Dietro di esse non esiste più alcun mondo. Non perché il mondo esterno sia realmente scomparso, ma perché la pantera ha gradualmente perduto la capacità di percepirlo e di desiderarlo.

La prigionia più profonda, suggerisce Rilke, non coincide con la presenza di una barriera materiale. Comincia quando quella barriera viene interiorizzata e diventa l’unico orizzonte possibile.

Una forza condannata a girare in cerchio

Nella seconda strofa l’attenzione si sposta dagli occhi al corpo. La pantera conserva un passo morbido, agile e potente. La sua energia non è scomparsa: continua a manifestarsi nella precisione dei movimenti e nella tensione dei muscoli.

Quella potenza, tuttavia, non può trasformarsi in corsa, caccia o libertà. È costretta a ripetere continuamente lo stesso percorso, all’interno di uno spazio piccolissimo. Il movimento diventa così una “danza di forza”, ma è una danza priva di destinazione.

Al centro di quel movimento rimane una grande volontà, ormai stordita. Il corpo continua a camminare quasi automaticamente, mentre la capacità di scegliere, reagire e progettare appare paralizzata.

Il contrasto tra la forza fisica e l’impotenza interiore costituisce uno degli aspetti più dolorosi della poesia. La pantera possiede ancora tutto ciò che le servirebbe per vivere libera, tranne la libertà stessa.

Un’immagine che non riesce a raggiungere il cuore

Nell’ultima strofa accade qualcosa. Per un istante il “sipario della pupilla” si solleva e un’immagine proveniente dal mondo esterno riesce a entrare nello sguardo dell’animale.

Rilke descrive il percorso di questa immagine come se fosse un impulso vitale. Essa attraversa le membra tese e immobili, ma non riesce a produrre una vera reazione. Giunta al cuore, cessa di esistere.

È un finale estremamente intenso perché non contiene gesti violenti né lamenti. La tragedia si consuma nel silenzio. Il mondo raggiunge ancora la pantera, ma la pantera non è più in grado di accoglierlo. La lunga prigionia ha interrotto il collegamento tra ciò che vede e ciò che sente.

Il cuore non risponde più alle immagini. Non desidera, non sogna e non spera. Resta soltanto il movimento ripetitivo di un corpo che continua a vivere.

La pantera come immagine della condizione umana

La poesia nasce dall’osservazione di un animale realmente rinchiuso, ma il suo significato va molto oltre la scena zoologica. La pantera può rappresentare ogni essere vivente costretto entro confini che ne soffocano progressivamente la volontà.

Le sbarre possono essere quelle di una prigione, ma anche quelle della solitudine, della malattia, dell’emarginazione, di un lavoro alienante, di una relazione oppressiva o di una vita ridotta alla ripetizione. Possono essere persino barriere interiori, costruite dalla paura, dalla rassegnazione o da un dolore sopportato troppo a lungo.

Il testo non deve però essere ridotto a una semplice allegoria. La pantera rimane innanzitutto un animale privato del proprio ambiente e della propria natura. Rilke non le attribuisce pensieri umani e non la trasforma in un personaggio sentimentale. La osserva con rispetto, lasciando che siano il corpo, gli occhi e i movimenti a raccontarne la sofferenza.

Proprio questa essenzialità permette alla poesia di parlare anche dell’uomo. La compassione nasce senza bisogno di spiegazioni o giudizi morali.

Una poesia costruita come una discesa interiore

La pantera è formata da tre quartine. Ogni strofa compie un ulteriore passo verso l’interno dell’animale.

La prima riguarda lo sguardo e la perdita del mondo. La seconda descrive il corpo, ancora forte ma costretto a girare in cerchio. La terza raggiunge il cuore, dove le immagini esterne si spengono senza riuscire a diventare emozione o desiderio.

Il percorso della poesia va quindi dall’esterno verso l’interno: dalle sbarre agli occhi, dagli occhi alle membra e dalle membra al cuore. Più il testo si avvicina al centro dell’essere, più cresce la sensazione di immobilità.

Anche il linguaggio segue questo movimento. Rilke utilizza parole precise, concrete e prive di enfasi. La sofferenza non viene dichiarata apertamente: emerge dalla struttura stessa dei versi e dalla lenta trasformazione della forza in impotenza.

Il contesto della poesia

Rilke compose Der Panther a Parigi, dopo avere osservato una pantera nella ménagerie del Jardin des Plantes. La poesia fu poi pubblicata nel 1907 nella raccolta Neue Gedichte, ossia Nuove poesie. Il testo originale tedesco, riprodotto dalla prima edizione, è stato verificato direttamente sulla fonte.

Il poeta era arrivato a Parigi nel 1902 per lavorare a una monografia dedicata allo scultore Auguste Rodin. Il rapporto con Rodin e con le arti figurative contribuì profondamente al cambiamento della sua scrittura. Rilke imparò a osservare le cose con maggiore precisione, cercando di sottrarsi alla semplice confessione personale.

Da questa esperienza nacquero i cosiddetti Dinggedichte, le “poesie-oggetto”: componimenti nei quali il poeta si concentra su un animale, un oggetto o un’opera d’arte e cerca di restituirne la presenza attraverso uno sguardo estremamente attento. La cronologia della Fondazione Rilke colloca proprio nel 1902 l’inizio delle Nuove poesie e il lavoro sulla pantera.

Rainer Maria Rilke, poeta tra inquietudine e ricerca spirituale

Rainer Maria Rilke nacque a Praga il 4 dicembre 1875, quando la città apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico. Dopo una difficile esperienza nelle scuole militari, abbandonò definitivamente la carriera che la famiglia aveva immaginato per lui e si dedicò alla letteratura.

Viaggiò molto, soggiornando in Russia, Germania, Francia, Italia, Spagna e Svizzera. Durante i viaggi in Russia conobbe Lev Tolstoj, mentre a Parigi entrò in contatto con Rodin e con il mondo dell’arte moderna.

Fra le sue opere più importanti si ricordano Il libro d’ore, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Elegie duinesi e Sonetti a Orfeo. La sua poesia affronta la solitudine, l’amore, la morte, la trasformazione e il difficile rapporto tra l’essere umano e una realtà che spesso appare indecifrabile.

Rilke morì di leucemia il 29 dicembre 1926, nel sanatorio di Valmont, in Svizzera. Aveva cinquantuno anni. I principali dati biografici sono confermati dall’Academy of American Poets.

Perché “La pantera” continua a parlarci

A più di un secolo dalla sua composizione, La pantera conserva una straordinaria attualità. Viviamo in una società apparentemente aperta e ricca di possibilità, ma molte persone sperimentano forme di isolamento, ripetizione e perdita di significato.

Si può continuare a muoversi, lavorare e compiere ogni giorno gli stessi gesti, conservando all’esterno energia ed efficienza, mentre interiormente la volontà diventa sempre più stanca. Come la pantera di Rilke, si può essere in movimento senza avanzare realmente.

La poesia ci mette così davanti a una domanda essenziale: quante volte una gabbia, dopo aver limitato i nostri movimenti, finisce per modificare anche il nostro sguardo?

Rilke non offre una risposta e non immagina una liberazione consolatoria. Ci lascia davanti a quella magnifica creatura che continua a girare in cerchio, potente e vulnerabile, mentre il mondo appare e scompare oltre le sbarre. È proprio questa assenza di consolazione a rendere La pantera una poesia indimenticabile.

Nota editoriale sui diritti: Rainer Maria Rilke è morto nel 1926 e le sue opere sono nel pubblico dominio. La versione italiana pubblicata in questo articolo è una traduzione originale realizzata direttamente dal testo tedesco e non riproduce traduzioni editoriali esistenti.

GEO

Jardin des Plantes, V arrondissement di Parigi, Île-de-France, Francia.

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