| Una gatta nera si affaccia da un’antica capannina di pietra nel paesaggio assolato che ispira la poesia “La gatta di Arquà” di Francesca Giordano. |
Nella poesia “La gatta di Arquà”, Francesca Giordano osserva una piccola creatura nascosta in una vecchia capannina e trasforma una scena apparentemente quotidiana in un racconto fatto di luce, musica, paura e istinto. Docente e autrice casertana, valida collaboratrice di Alessandria Post e Italian News Post, Giordano conferma la propria sensibilità verso la natura e la capacità di cogliere, nei suoi dettagli più semplici, emozioni e significati profondamente umani.
Pier Carlo Lava
Una chiazza nera, i baffi lunghi e argentei, un occhio impaurito e una zampetta che cerca riparo. Bastano pochi particolari a Francesca Giordano per far apparire davanti al lettore la protagonista della sua poesia.
La gatta non viene descritta nella sua interezza. La conosciamo attraverso alcuni frammenti: il colore del pelo, i baffi definiti affettuosamente “buffi”, l’occhio spaventato, la zampa nascosta. È una tecnica quasi fotografica, costruita attraverso primi piani successivi, che lascia al lettore il compito di ricomporre l’immagine.
Questa scelta rende immediatamente la gatta una presenza viva e vulnerabile. Non è un animale idealizzato, ma una creatura reale, diffidente, tremante, sospesa tra il desiderio di nascondersi e l’istinto che la spinge a esplorare il mondo.
Un paesaggio attraversato dal tempo
Intorno alla gatta si apre una campagna antica, dominata dal verde dei colli e dalla presenza di una capannina con i coppi consumati.
La parola “vetere” e l’insolita espressione “coppi veteres” introducono nel testo una suggestione arcaica, quasi un’eco della lingua latina. La costruzione non ha soltanto una funzione descrittiva: trasmette la sensazione di un luogo sopravvissuto al passaggio delle generazioni.
Anche le pietre della capannina appaiono “lisce lacerate dal tempo”. In questa immagine convivono due movimenti opposti. Le pietre sono state levigate, ma anche ferite. Il tempo accarezza e consuma, conserva e distrugge.
La capannina diventa così qualcosa di più di un semplice rifugio. È una piccola dimora della memoria, uno spazio appartato nel quale la gatta può sottrarsi agli sguardi e sentirsi protetta. La sua fragilità incontra quella delle pietre antiche: entrambe resistono, pur portando i segni del tempo e della paura.
Musica, fusa e raggi di sole
Uno degli aspetti più interessanti della poesia è l’incontro tra differenti percezioni sensoriali.
Le note della musica classica attraversano la campagna, si mescolano all’eco delle fusa e sembrano infine incontrare i raggi del sole. Suono e luce entrano in relazione, dando origine a un’immagine sinestetica nella quale ciò che si ascolta sembra quasi diventare visibile.
La ripetizione del verbo “propagano” suggerisce il movimento delle onde sonore nello spazio. Le note non rimangono ferme: si diffondono, raggiungono la capannina, avvolgono la gatta e attraversano il paesaggio.
Il mondo naturale non costituisce quindi uno sfondo immobile. Ogni elemento partecipa alla scena: la musica si espande, il sole abbaglia, le pietre custodiscono, la lucertola si muove e la gatta trema, si nasconde e infine gioca.
La poesia procede attraverso brevi apparizioni, come se l’occhio dell’autrice passasse rapidamente da un dettaglio all’altro. Ne deriva un ritmo irregolare ma vitale, vicino ai movimenti imprevedibili dell’animale osservato.
“Tremante, traballa”: il ritmo della paura
Particolarmente efficace è la sequenza:
L’accostamento delle consonanti crea un effetto sonoro che riproduce l’incertezza della gatta. Le parole sembrano esse stesse vacillare.
Il verbo “traballa”, solitamente riferito a qualcosa che perde l’equilibrio, rende percepibile la paura fisica dell’animale. La gatta non è soltanto spaventata: il timore attraversa il suo corpo, ne condiziona i movimenti e la spinge a rifugiarsi nella vecchia costruzione.
Francesca Giordano non attribuisce alla protagonista pensieri o sentimenti umani. La osserva con partecipazione, rispettandone la natura animale. Proprio per questo la sua fragilità diventa universale. Nella gatta che si nasconde possiamo riconoscere la paura di ogni creatura esposta al mondo e alla ricerca di un luogo sicuro.
La lucertola e il ritorno dell’istinto
Nel finale la poesia cambia improvvisamente movimento. Il sole riscalda una lucertola e la gatta, fino a quel momento tremante e nascosta, ritrova il proprio istinto:
La chiusura è rapida, vivace e quasi sorridente. La gatta impaurita diventa cacciatrice, anche se il gesto viene raccontato con la leggerezza di un gioco.
La “codina” rimasta introduce una nota concreta e ironica, ma ricorda anche che la natura non è soltanto armonia contemplativa. È movimento, istinto, inseguimento e sopravvivenza.
La scena finale ribalta quindi l’immagine iniziale. La creatura vulnerabile è capace, un momento dopo, di inseguire un’altra creatura. Paura e vitalità, debolezza e istinto convivono nello stesso essere.
Una poesia costruita attraverso lo sguardo
“La gatta di Arquà” è soprattutto una poesia dell’osservazione. Francesca Giordano non costruisce una narrazione tradizionale, ma affida il significato a immagini rapide e sensoriali: i baffi argentei, l’occhio impaurito, i coppi antichi, le pietre segnate dal tempo, le note musicali, il sole e la coda della lucertola.
La sua scrittura segue liberamente il movimento dello sguardo e si avvicina alla gatta senza invaderne il rifugio. La osserva da lontano, ne coglie il tremore e infine la lascia vivere secondo il proprio istinto.
Ne nasce un piccolo quadro poetico nel quale paesaggio, animale e memoria si fondono. La gatta diventa la custode inconsapevole di un luogo antico, mentre la capannina protegge una vita fragile che, nonostante la paura, continua a cercare il sole e il gioco.
La poesia
La gatta di Arquà
GEO: Carinola, Caserta, Campania, Italia
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Descrizione: Immagine in stile fotografico ispirata alla poesia di Francesca Giordano. Una gatta nera, parzialmente nascosta all’interno di un’antica costruzione rurale, osserva con cautela una lucertola riscaldata dal sole. Le pietre consumate, i vecchi coppi, la luce dorata e le colline verdi evocano il rapporto tra fragilità animale, natura e memoria raccontato nei versi.
Crediti: Immagine creata con IA – a solo scopo illustrativo.
Arquà, i colli Euganei. La gatta di Petrarca.
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