I coralli raccontano mille anni di clima: El Niño sta diventando più forte e frequente

Corallo delle Galápagos con le stratificazioni interne visibili, immerso in un oceano che passa dalle tonalità fredde a quelle calde associate a El Niño.
Gli strati degli scheletri dei coralli conservano informazioni sulle temperature oceaniche del passato. Il passaggio dal blu al rosso rappresenta simbolicamente la recente intensificazione di El Niño. Immagine editoriale generata con intelligenza artificiale.

Gli scheletri dei coralli delle Galápagos custodiscono una memoria climatica eccezionale. Analizzandone la composizione chimica, un gruppo internazionale di ricercatori ha ricostruito le variazioni delle temperature del Pacifico tropicale durante l’ultimo millennio. I risultati, pubblicati sulla rivista Science, indicano che gli eventi più intensi di El Niño sono diventati più frequenti e potenti nell’epoca contemporanea, con un’accelerazione particolarmente evidente negli ultimi quarant’anni. Una nuova e importante prova del modo in cui il riscaldamento provocato dalle attività umane sta modificando anche i grandi cicli naturali del pianeta.

Pier Carlo Lava

El Niño non è un fenomeno nuovo e non nasce dal cambiamento climatico. Fa parte di un’oscillazione naturale dell’oceano e dell’atmosfera conosciuta come ENSO, acronimo di El Niño–Southern Oscillation. Il sistema alterna una fase calda, El Niño, una fase fredda, chiamata La Niña, e periodi considerati neutrali.

Durante El Niño, le acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale diventano più calde del normale. Gli alisei si indeboliscono, le correnti marine cambiano e una grande quantità di calore accumulata nell’oceano viene trasferita all’atmosfera. Il fenomeno si ripresenta generalmente ogni due-sette anni e può modificare le precipitazioni e le temperature in molte parti del mondo.

Il problema affrontato dagli scienziati era stabilire se gli eventi più recenti fossero davvero eccezionali oppure rientrassero nella naturale variabilità di El Niño. Le misurazioni strumentali affidabili delle temperature oceaniche coprono infatti poco più di un secolo: un periodo troppo breve per descrivere adeguatamente un sistema climatico capace di oscillare su tempi lunghi.

Per superare questo limite, la paleoclimatologa Julia Cole, dell’Università del Michigan, e i suoi colleghi hanno utilizzato i coralli delle Galápagos come veri e propri archivi naturali. Lo studio è stato pubblicato su Science con il codice identificativo DOI 10.1126/science.ady2660.

I coralli costruiscono lentamente il proprio scheletro calcareo, depositando strati successivi durante la crescita. La composizione chimica di ciascuno strato varia in relazione alla temperatura e alle condizioni dell’acqua marina. Analizzando i rapporti tra determinati elementi e isotopi, gli scienziati possono quindi ricostruire il clima del periodo in cui il corallo era vivo.

I ricercatori hanno prelevato carote da coralli viventi e studiato numerosi resti fossili trovati lungo le coste delle Galápagos. Attraverso la datazione radiometrica hanno potuto stabilire l’età dei diversi esemplari, alcuni dei quali risalgono a migliaia di anni fa.

In laboratorio, le carote sono state tagliate longitudinalmente e campionate in successione. Ogni minuscola quantità di polvere estratta rappresentava approssimativamente un mese di crescita. Migliaia di misurazioni hanno così permesso di identificare cicli stagionali, annate eccezionalmente calde e fasi fredde riconducibili rispettivamente a El Niño e La Niña.

La posizione delle Galápagos rende questi coralli particolarmente preziosi. Le isole si trovano nel Pacifico orientale equatoriale, proprio nella regione in cui le anomalie termiche prodotte da El Niño raggiungono spesso la massima intensità. I precedenti archivi paleoclimatici erano concentrati soprattutto nel Pacifico centrale e rischiavano quindi di attenuare o non registrare correttamente gli episodi più forti sviluppatisi a est.

Julia Cole ha paragonato le Galápagos al “cuore di El Niño”: cercare di ricostruire il fenomeno utilizzando soltanto dati raccolti lontano da questa zona sarebbe come tentare di ascoltare il battito cardiaco appoggiando lo stetoscopio su una caviglia.

Il risultato principale è netto: la variabilità del sistema ENSO sarebbe aumentata del 36,5% rispetto al periodo preindustriale. Soltanto negli ultimi quarant’anni l’intensificazione sarebbe stata di circa il 16%. Secondo la ricostruzione, gli eventi di El Niño registrati dal 1980 in avanti risultano mediamente più forti di quelli osservati nei diversi intervalli analizzati dell’ultimo millennio.

I dati dei coralli moderni coincidono inoltre con le temperature misurate direttamente attraverso termometri, boe e satelliti, rafforzando l’affidabilità del metodo. La crescita osservata dalla seconda metà del Novecento sarebbe superiore a quella prodotta dalla sola variabilità naturale nella quasi totalità delle simulazioni climatiche considerate dai ricercatori.

Lo studio non sostiene che ogni singolo El Niño sia causato dalle emissioni umane. Il fenomeno continuerebbe a esistere anche in assenza del riscaldamento globale. La conclusione è più precisa: l’aumento delle temperature di oceani e atmosfera sta probabilmente amplificando un ciclo naturale, rendendo più frequenti o più intensi i suoi episodi estremi.

Anche su questo punto rimangono margini di incertezza. ENSO nasce dall’interazione fra venti, correnti, profondità del termoclino e trasferimenti di calore tra oceano e atmosfera. Si tratta di meccanismi complessi, non sempre rappresentati perfettamente dai modelli climatici. Inoltre, i coralli fossili non formano una registrazione continua di ogni singolo anno del millennio, ma una serie di finestre temporali datate e confrontabili.

Alcuni scienziati invitano quindi alla prudenza nell’attribuire una percentuale esatta al contributo umano. Il valore dello studio consiste soprattutto nell’avere collocato le osservazioni moderne dentro una prospettiva molto più lunga, mostrando che la recente intensificazione difficilmente può essere considerata una semplice coincidenza.

Le conseguenze possono essere rilevanti. Un El Niño molto forte tende ad aumentare temporaneamente la temperatura media globale e a modificare la distribuzione delle piogge. Può favorire siccità e incendi in alcune aree dell’Australia, dell’Indonesia e dell’America meridionale, mentre in altre regioni può produrre precipitazioni estreme, alluvioni e frane.

Gli effetti raggiungono anche agricoltura, pesca, produzione energetica e prezzi degli alimenti. Il riscaldamento delle acque del Pacifico orientale riduce la risalita di acque profonde ricche di nutrienti, danneggiando gli ecosistemi marini e le attività di pesca. Siccità o piogge anomale possono compromettere raccolti importanti e provocare ripercussioni sui mercati internazionali.

Per quanto riguarda l’Italia e il Mediterraneo, il collegamento è meno diretto rispetto alle regioni affacciate sul Pacifico. El Niño può influenzare la circolazione atmosferica globale e interagire con altri sistemi climatici, ma non determina automaticamente una particolare estate, un inverno mite o un singolo evento meteorologico nel nostro Paese. Ogni conseguenza europea deve essere valutata insieme alle condizioni dell’Atlantico, del Mediterraneo e dell’atmosfera polare.

Nel giugno 2026 sono nuovamente emerse nel Pacifico condizioni riconducibili a El Niño. Le prime previsioni indicano la possibilità di un evento molto forte, che sarebbe il terzo episodio intenso nell’arco di undici anni: una successione mai osservata in precedenza nei dati strumentali. Le stime potranno però essere confermate soltanto seguendo l’evoluzione delle temperature oceaniche e dei venti nei prossimi mesi.

La nuova ricerca non consente di prevedere esattamente quando arriverà il prossimo El Niño né quali Paesi saranno maggiormente colpiti. Offre tuttavia un’indicazione fondamentale: il clima contemporaneo non rappresenta più lo stesso scenario nel quale questi fenomeni naturali si sviluppavano nei secoli passati.

I coralli delle Galápagos dimostrano quanto gli archivi della natura possano essere importanti per comprendere il futuro. Nei loro scheletri è rimasta impressa, mese dopo mese, la storia termica dell’oceano. Una storia che oggi racconta un cambiamento evidente: El Niño rimane un fenomeno naturale, ma agisce in un pianeta molto più caldo e può quindi diventare più estremo e distruttivo.

Dai coralli delle Galápagos emerge una memoria climatica lunga mille anni: gli eventi più intensi di El Niño stanno diventando più frequenti con l’aumento delle temperature globali. Segui scienza, ambiente e nuove ricerche su Alessandria Post e Italian News Post.

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