Giovanni Amendola, il liberale che comprese per primo il volto totalitario del fascismo

Ritratto storico in bianco e nero di Giovanni Amendola, giornalista, politico liberale e oppositore del fascismo.
Giovanni Amendola (1882-1926), giornalista e uomo politico, tra i più coraggiosi oppositori del regime fascista.

Giornalista, filosofo, parlamentare e ministro, Giovanni Amendola fu una delle personalità più autorevoli dell’opposizione democratica al fascismo. Pagò con la vita il coraggio di denunciare la trasformazione violenta e autoritaria dello Stato italiano, lasciando una testimonianza politica e morale ancora profondamente attuale.

Pier Carlo Lava

Giovanni Battista Amendola nacque a Napoli il 15 aprile 1882, in una famiglia originaria di Sarno. Il padre Pietro era un carabiniere, circostanza che portò la famiglia a trasferirsi prima a Firenze e successivamente a Roma. Fin dall’adolescenza Amendola mostrò una straordinaria curiosità intellettuale e un forte interesse per la politica, il giornalismo e le questioni sociali.

A soli quindici anni si avvicinò al movimento socialista, ma la sua formazione politica non seguì mai un percorso lineare. Nel corso degli anni si allontanò tanto dal socialismo rivoluzionario quanto dal conservatorismo tradizionale, approdando progressivamente a una concezione liberale, democratica e profondamente etica della politica.

Il filosofo e il giornalista

Prima di diventare un protagonista della vita parlamentare, Amendola fu uno studioso di filosofia. Si interessò soprattutto al pensiero tedesco e a Kant, soggiornò a Lipsia e frequentò alcuni degli ambienti culturali italiani più vivaci del primo Novecento. Collaborò con riviste come Leonardo e La Voce e nel 1911 fondò insieme a Giovanni Papini la rivista L’Anima.

Pur non avendo conseguito una laurea secondo il percorso universitario ordinario, il valore dei suoi studi gli permise di ottenere la libera docenza e di tenere, nel 1913, un corso di filosofia all’Università di Pisa. Al centro del suo pensiero vi era l’idea che la libertà non potesse essere separata dalla responsabilità morale dell’individuo. Treccani ricostruisce dettagliatamente la sua formazione filosofica e giornalistica.

Nel 1907 sposò Eva Kühn, intellettuale di origine lituana. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Giorgio, Adelaide, Antonio e Pietro. Giorgio Amendola sarebbe poi diventato uno dei principali dirigenti del Partito comunista italiano, seguendo una strada politica diversa da quella liberaldemocratica del padre, ma conservandone l’intransigenza antifascista.

Il giornalismo divenne presto la vera palestra pubblica di Giovanni Amendola. Lavorò per Il Resto del Carlino e, dal 1914, per il Corriere della Sera. Durante la Prima guerra mondiale fu interventista, combatté come volontario e venne decorato. Colpito dalla malaria, dovette abbandonare il fronte nel 1917.

L’ingresso in Parlamento

Nel dopoguerra Amendola si avvicinò alle posizioni democratiche di Francesco Saverio Nitti. Fu eletto deputato per la prima volta nel 1919 nella circoscrizione di Salerno, venendo poi confermato nel 1921 e nel 1924. Nel 1920 ricoprì l’incarico di sottosegretario alle Finanze, mentre nel 1922 fu ministro delle Colonie nei due governi presieduti da Luigi Facta.

Amendola inizialmente sperò che il fascismo potesse essere ricondotto entro i limiti dello Stato liberale. Ben presto, tuttavia, comprese che lo squadrismo, le intimidazioni e il disprezzo delle regole parlamentari non rappresentavano fenomeni marginali, ma costituivano l’essenza stessa del movimento guidato da Benito Mussolini.

Durante le convulse giornate dell’ottobre 1922 si oppose alla capitolazione dello Stato davanti alla marcia su Roma. Dopo l’arrivo di Mussolini al governo divenne uno dei principali rappresentanti dell’opposizione costituzionale.

“Il Mondo” e la denuncia del sistema totalitario

Il 26 gennaio 1922 Amendola aveva fondato, insieme ad Andrea Torre e Giovanni Ciraolo, il quotidiano “Il Mondo”, destinato a diventare una delle voci più importanti dell’antifascismo liberale. Attraverso quelle pagine denunciò le violenze squadriste, gli abusi del governo e il progressivo svuotamento delle istituzioni parlamentari.

Il suo contributo più profetico arrivò nel maggio del 1923, quando utilizzò l’espressione “sistema totalitario” per descrivere il progetto fascista di conquistare non soltanto il governo, ma ogni spazio della vita politica e amministrativa. Amendola fu così tra i primi a comprendere e definire con precisione un fenomeno che avrebbe segnato tragicamente il Novecento.

Con quel termine indicava la pretesa del fascismo di identificare il partito con lo Stato e di non ammettere alcuna opposizione, autonomia o libertà di coscienza. Non si trattava più di un semplice governo autoritario: era il tentativo di imporre un controllo completo sulla società e sull’individuo.

Dall’assassinio di Matteotti all’Aventino

Dopo il rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti, avvenuto nel giugno 1924, Amendola fu uno dei principali animatori della secessione dell’Aventino. I parlamentari dell’opposizione decisero di non partecipare ai lavori della Camera, considerando illegittimo un governo compromesso con la violenza politica.

Amendola rimase fermamente contrario a una risposta armata. Confidava nella mobilitazione dell’opinione pubblica, nell’intervento della monarchia e nella possibilità di ristabilire la legalità attraverso gli strumenti costituzionali. Quella strategia non riuscì a fermare Mussolini, anche perché il re Vittorio Emanuele III scelse di non destituirlo.

Nel novembre 1924 Amendola promosse inoltre l’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche, alla quale aderirono politici, intellettuali e professionisti di diversa provenienza. Nell’aprile 1925 fu lui a proporre a Benedetto Croce di rispondere al manifesto degli intellettuali fascisti scritto da Giovanni Gentile. Nacque così il Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Le aggressioni fasciste e la morte

Il regime considerava ormai Giovanni Amendola uno dei suoi avversari più pericolosi. Il 26 dicembre 1923 era già stato aggredito e bastonato a Roma. Subì una nuova violenza nell’aprile 1925, ma continuò a scrivere, denunciare e intervenire pubblicamente.

L’aggressione decisiva avvenne nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1925, mentre Amendola si trovava a Montecatini Terme per alcune cure. Attirato fuori dall’albergo con la promessa di essere accompagnato in un luogo sicuro, venne assalito nei pressi di Pieve a Nievole da una squadra di fascisti armati di bastoni.

Le ferite e i traumi subiti aggravarono irrimediabilmente le sue condizioni. Costretto a recarsi in Francia per curarsi, venne operato a Parigi e successivamente trasferito in una clinica nei pressi di Cannes. Qui morì il 7 aprile 1926, a soli 43 anni, pochi giorni prima del suo quarantaquattresimo compleanno. La ricostruzione dell’agguato e delle sue conseguenze è stata ricordata anche in una commemorazione alla Camera dei deputati.

Le sue spoglie rimasero inizialmente in Francia. Nel 1950 furono riportate in Italia e tumulate nel cimitero di Poggioreale, a Napoli.

L’eredità di Giovanni Amendola

Giovanni Amendola rappresenta una delle figure più alte del liberalismo democratico italiano. Non fu un rivoluzionario e non cercò mai di combattere la violenza con altra violenza. La sua opposizione nasceva dalla convinzione che lo Stato dovesse fondarsi sulla legge, sulla libertà di stampa, sul confronto parlamentare e sul rispetto delle minoranze.

La sua storia dimostra però anche quanto possa essere fragile una democrazia quando le istituzioni rinunciano a difendersi, quando la violenza politica viene tollerata e quando una parte della società considera la libertà un ostacolo anziché un valore.

Amendola comprese molto presto che il fascismo non chiedeva semplicemente di governare: pretendeva di cancellare ogni alternativa e di trasformare l’obbedienza in una condizione permanente. Per averlo denunciato pubblicamente venne perseguitato, aggredito e costretto all’esilio.

Ricordarlo significa rendere omaggio a un uomo che, nel momento più buio, continuò a credere nella possibilità di una rinascita democratica. La sua vita resta una testimonianza essenziale del prezzo pagato da coloro che difesero la libertà quando farlo significava mettere in pericolo la propria esistenza.

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Crediti immagine: Ritratto di Giovanni Amendola. Autore non indicato; fonte originaria: Biblioteca dell’Università di Pisa. Immagine tratta da Wikipedia, pubblico dominio in Italia.

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