Pier Carlo Lava
Il cosiddetto campo largo esiste quando si tratta di contrastare il governo in Parlamento o di presentarsi unito in alcune competizioni amministrative, ma diventa molto più incerto quando si passa dalla protesta alla costruzione di un’alternativa nazionale. Il nodo più visibile riguarda il candidato alla presidenza del Consiglio, ma dietro la sfida personale tra Elly Schlein e Giuseppe Conte si nascondono divergenze politiche molto più profonde.
La segretaria del Partito Democratico sostiene che l’alleanza debba prima definire un programma comune e soltanto dopo organizzare le primarie. Chi le vincerà, secondo Schlein, dovrà rappresentare l’intera coalizione e non utilizzare il voto ai gazebo per imporre agli alleati la linea del proprio partito.
Conte segue il percorso opposto. Il presidente del Movimento 5 Stelle considera le primarie lo strumento necessario per scegliere non soltanto il candidato premier, ma anche l’indirizzo politico della coalizione sui temi più controversi. È quanto ha affermato in particolare parlando dell’Ucraina, sostenendo che la posizione del campo progressista potrebbe essere determinata dagli elettori attraverso le primarie.
La differenza non è marginale. Il PD mantiene una collocazione europeista e atlantica e sostiene il diritto dell’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. Il M5S, dopo aver inizialmente approvato l’invio di armamenti, ha scelto di non votare ulteriori aiuti militari a Kiev e chiede una svolta negoziale. Alleanza Verdi e Sinistra è più vicina alle posizioni del Movimento sulla contrarietà al riarmo, mentre l’area riformista del PD, Italia Viva, +Europa e Azione difendono con maggiore decisione il sostegno politico e militare all’Ucraina e la costruzione di una difesa comune europea.
Le distanze sono emerse chiaramente durante il confronto parlamentare sugli investimenti per la difesa. PD, M5S e AVS avevano lavorato a un documento comune contrario all’impiego dello scostamento di bilancio per aumentare le spese militari, ma Italia Viva si è sfilata e alcuni esponenti riformisti democratici hanno manifestato il proprio dissenso.
Esistono poi differenze sulla Tav Torino-Lione, sulle politiche industriali, sull’immigrazione e sul rapporto tra diritti civili e questioni sociali. Conte cerca di accreditarsi come rappresentante di una sinistra maggiormente popolare e concentrata sulle disuguaglianze, prendendo le distanze da quelli che definisce gli eccessi della cultura “woke”. Schlein insiste invece sulla necessità di unire giustizia sociale, lavoro, ambiente e diritti, senza contrapporre questi temi.
Anche all’interno del PD aumenta la preoccupazione. Diversi dirigenti temono che un confronto diretto tra Schlein e Conte possa lasciare profonde divisioni e indebolire il vincitore anziché rafforzarlo. Alcune componenti hanno ipotizzato una candidatura terza, capace di evitare il duello tra i due principali partiti dell’opposizione.
Sono circolati, con consistenza molto diversa, i nomi di Giorgio Gori, Gaetano Manfredi, Paolo Gentiloni e Silvia Salis. Nessuna di queste ipotesi si è però trasformata in una candidatura concreta. La sindaca di Genova Silvia Salis, indicata soprattutto da Italia Viva come possibile figura unitaria, ha escluso per il momento la propria partecipazione alle primarie.
Dal Nazareno filtra una linea netta: le primarie rappresentano la soluzione preferibile, ma se non venissero organizzate dovrebbe guidare la coalizione chi ottiene più voti alle elezioni. Una proposta che favorirebbe il PD e che il Movimento 5 Stelle non sembra disposto ad accettare. Conte considera infatti indispensabile una legittimazione diretta, senza automatismi basati sul peso elettorale dei singoli partiti.
Nel campo centrista la situazione è altrettanto complicata. Matteo Renzi sostiene la necessità di costruire un’alleanza ampia e afferma che, senza i voti dell’area riformista, il centrosinistra difficilmente potrebbe vincere. Il leader di Italia Viva chiede primarie aperte e un accordo vincolante affinché, dopo la scelta del candidato, tutti sostengano il vincitore.
Carlo Calenda, al contrario, considera Azione esterna al campo largo. Giudica incompatibili le posizioni di Conte e AVS con quelle di un movimento liberaldemocratico, europeista e favorevole al sostegno dell’Ucraina. Calenda punta a un polo autonomo di centro e ha indicato Paolo Gentiloni come possibile figura di governo, pur ammettendo che una sua candidatura appare al momento improbabile.
La conseguenza è paradossale: le opposizioni appaiono elettoralmente competitive, ma politicamente frammentate. Secondo il sondaggio nazionale BiDiMedia pubblicato il 26 agosto 2026, il Partito Democratico è indicato al 21%, il Movimento 5 Stelle al 12,6% e Alleanza Verdi e Sinistra al 6,5%. Casa Riformista–Italia Viva viene stimata al 2%, Azione al 2,8% e le altre forze progressiste e centriste raccolgono percentuali minori.
Nella simulazione delle coalizioni elaborata da BiDiMedia, il campo largo raggiungerebbe complessivamente il 44,7%, mentre il centrodestra esteso a Futuro Nazionale arriverebbe al 47,2%. La distanza è limitata e potrebbe consentire alle opposizioni di giocare una partita aperta. Tuttavia, si tratta di una somma aritmetica che include partiti non ancora disposti a presentarsi insieme. Calenda ha escluso l’ingresso nel campo largo e gli altri possibili alleati devono ancora accordarsi sui contenuti essenziali.
Va inoltre ricordato che si tratta di una singola rilevazione sulle intenzioni di voto, non di una previsione del risultato elettorale. Il sondaggio segnala però un fatto politicamente rilevante: il problema delle opposizioni non sembra essere soltanto la quantità dei consensi, ma la capacità di trasformarli in una proposta credibile e governabile.
Esistono temi sui quali l’intesa è possibile. PD, M5S, AVS e parte del centro condividono la richiesta di interventi più incisivi sul costo della vita, sulla sanità pubblica, sui salari, sulle politiche sociali e sulla tassazione degli extraprofitti. In alcune battaglie parlamentari, come quella sulla legge elettorale, le opposizioni hanno dimostrato di poter agire in modo coordinato.
Questa unità, tuttavia, rimane prevalentemente difensiva. Contestare le scelte del governo è più semplice che definire una linea comune sulla politica estera, sull’economia, sulla sicurezza e sulle infrastrutture. Finché questi nodi resteranno irrisolti, la discussione sulle primarie rischierà di trasformarsi in una competizione personale priva di una piattaforma condivisa.
Giorgia Meloni può quindi beneficiare non soltanto delle divisioni interne al centrodestra, ma anche delle difficoltà dei suoi avversari. Una coalizione non viene resa credibile dalla semplice somma delle percentuali: servono un programma, una leadership riconosciuta e la garanzia che, dopo le elezioni, i partiti siano in grado di governare insieme.
Il campo largo possiede ancora il tempo necessario per costruire questa alternativa. Ma se Schlein, Conte, Renzi e le altre componenti continueranno a discutere soprattutto di candidature e reciproci veti, il rischio è che siano proprio le opposizioni, con la loro frammentazione, a favorire un secondo governo Meloni.
Leadership, programmi e alleanze: il campo largo cerca una sintesi per trasformarsi in una credibile alternativa al governo Meloni. Segui gli approfondimenti su Alessandria Post e Italian News Post.
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