Quante volte…
Quante volte,
quante volte, così spesso, così di rado;
una tela distesa in lungo e in largo,
attende un dipinto per i miei occhi…
Quante volte chiudo gli occhi per vedere meglio:
una tela dorme,e ascolto una voce interiore che parla…
Quante volte,
quante volte, così spesso, così di rado;
voglio risvegliare le parole
e tingere il pensiero d’autunno…
Quante volte, così spesso, così di rado;
cambio posto,
che sia meglio così!
Quante volte chiudo gli occhi,
quante volte,
vedo la stessa parola,
lo stesso colore,
dal mattino fino alla sera.
L’Eco del Silenzio: "Quante volte..." di Niko Loka
Ci sono poesie che non si limitano a essere lette; si fanno abitare. "Quante volte..." di Niko Loka è uno di questi rari testi: un componimento che agisce come uno specchio d'acqua immobile, capace di riflettere i moti più intimi e segreti dell'anima umana.
La dinamica del contrasto e l'ossimoro esistenziale
Il fulcro ritmico e concettuale della lirica risiede in quella potente oscillazione temporale e psicologica: «così spesso, così di rado». In questo paradosso si racchiude la complessa sintonizzazione dell'artista (e dell'essere umano) con il mondo. La ricerca della comprensione non è un percorso lineare, ma un moto ondoso fatto di assenze e sguardi improvvisi.
Chiudere gli occhi per "vedere"
«Quante volte chiudo gli occhi per vedere meglio: / una tela dorme, / e ascolto una voce interiore che parla…»
In un’epoca dominata dal sovraccarico visivo e dalla frenesia, il poeta ci invita a un atto rivoluzionario nella sua semplicità: ciechi verso l'esterno per essere lucidi verso l'interno. Loka trasforma la cecità volontaria in uno strumento di indagine iper-realista. La "tela che dorme" non è un vuoto, ma una promessa, uno spazio sacro di potenzialità in cui il pensiero si prepara a «tingersi d'autunno» – una metafora straordinaria che evoca introspezione, maturità, sfumature calde ma malinconiche.
L'ossessione del senso
La chiusa della poesia tocca corde di pura alienazione e, al contempo, di assoluta dedizione: «vedo la stessa parola, / lo stesso colore, / dal mattino fino alla sera». Questo finale rivela la natura quasi monastica della creazione e del pensiero profondo. Quella "stessa parola" e quel "colore" fisso diventano un’ancora, un’ossessione geometrica che resiste al mutamento dei giorni, il tentativo estremo di dare una forma definitiva al caos interiore.
Con uno stile minimalista, privo di fronzoli e strutturato su ripetizioni ipnotiche, è una poesia intimista e di grande impatto visivo. "Quante volte..." è un invito a cambiare posto, a risvegliare le parole assopite e, soprattutto, a non avere paura del silenzio che parla dentro di noi. Una lettura terapeutica, essenziale.
Recensione di Francesca Giordano.
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Oltre le parole, dove il silenzio diventa arte.
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