Il vizio italiano dell’esterofilia: quando il marketing cancella la poesia della nostra lingua- di Ada Rizzo

 


Sempre più spesso, quando mi fermo ad ascoltare il mondo intorno a me, avverto una sottile e costante nota di stonatura, anzi quasi una sofferenza sottile, per  me che amo la parola e la scrittura. Succede ogni volta che la nostra bellissima, musicale lingua italiana viene barattata, quasi con una fretta accidiosa, con un vocabolario preso in prestito che non ci appartiene.

Non parlo della naturale contaminazione culturale, quel flusso vitale che da sempre fa viaggiare i concetti tra i popoli. Parlo di una tendenza ben più profonda e, lasciatemelo dire, un po' triste: quella strana urgenza che spinge molti di noi a infilare un termine inglese dietro l’altro, quasi a voler dimostrare di essere al passo con i tempi. Oggi, se non parli il gergo aziendale, se non riempi le tue frasi di sigle e anglicismi, rischi di passare per antiquata, o per usare un termine sbrigativo molto di moda, per una "boomer".

Basta fermarsi ad ascoltare i discorsi che ci circondano per rendersi conto di quanto la situazione sia sfuggita di mano. Mi è capitato di recente di sentire un giovane manager rampante descrivere quella che, un tempo, avremmo semplicemente chiamato una riunione di lavoro. Con un tono di assoluta gravità, spiegava a un collega: “Ho fatto il planning della call per il debriefing sulle slide, così ottimizziamo il mindset del team ed evitiamo il fail sul kick-off, per una migliore performance dell'engagement”.

Fa quasi ridere, se non fosse drammatico. Tradotto in italiano? Probabilmente significa solo che hanno guardato tre fogli insieme per capire cosa fare il giorno dopo, ma dirlo in quel modo fa subito sentire importanti.

Dietro questa rincorsa al termine straniero non c’è una maggiore precisione comunicativa, ma spesso un sottile complesso di inferiorità e una certa pigrizia intellettuale. Abbiamo sostituito la ricerca della parola esatta con una specie di piano marketing standardizzato. Usiamo termini mutuati dal mondo manageriale non perché manchino i corrispondenti in italiano, ma perché quel suono tronco ed efficiente ci dà l'illusione di apparire più dinamici, più professionali, più intelligenti.

Il prezzo che stiamo pagando per questa modernità di facciata, però, è altissimo. È l'appiattimento delle nostre sfumature emotive. L'italiano ha una struttura straordinaria, capace di scavare nell'anima. Quando riduciamo tutto a una manciata di espressioni anglofone preconfezionate e universali, stiamo rinunciando alla ricchezza del nostro pensiero. Perdiamo per strada parole meravigliose e dense come letizia, garbo, incanto, pudore, struggimento. Parole che non sono semplici etichette, ma veri e propri mondi interiori che andrebbero protetti.

Per quanto mi riguarda, rivendico con orgoglio il diritto di non piegarmi a questo vocabolario artificiale. Per me, la scrittura rimane un porto sicuro, un'oasi di autenticità in cui la fretta e le mode del momento non hanno il permesso di entrare. Quando mi siedo davanti allo schermo, protetta nella mia bolla letteraria, continuo a cercare la musicalità antica e sempre viva della nostra lingua.

E non si tratta di essere nostalgici o aggrappati al passato. È un vero e proprio atto di resistenza culturale. Perché una lingua è viva finché c'è qualcuno che si rifiuta di ridurla a una serie di diapositive aziendali vuote e sceglie, invece, di usarla per fare ciò che sa fare meglio: nutrire la mente e far tremare il cuore.

Ada Rizzo

 

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