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Urlo d'Amore poesia di Giuseppina Marra.
Di Redazione
Ci sono versi che non si limitano a essere letti, ma pretendono di essere ascoltati. È il caso di questa potente e lirica di Giuseppina Marra , un componimento breve ma di straordinaria intensità, capace di condensare in poche linee il dramma e la bellezza dell'esistenza umana.
L'urlo primordiale: la nascita come atto di forza
La poesia si apre con un'immagine di dirompente impatto visivo e sonoro: «Sei nata / Gridando / Non hai pianto, / hai gridato al mondo / La tua forza» . Fin dall'incipit, l'autrice ribalta la narrazione classica della nascita. Il primo respiro non è un pianto di sottomissione o di spavento, ma un urlo di autoaffermazione . È la vita che si impone con foga, una manifestazione di pura potenza contro le avversità.
Tuttavia, questo «urlo primordiale» si scontra immediatamente con la realtà: il «grido di fame di amore». È qui che emerge la prima grande verità della Marra: la forza vitale è intrinsecamente legata a un bisogno assoluto, viscerale, di connessione e affetto.
Nella seconda parte della lirica, il ritmo si fa più riflessivo e malinconico. Entra in gioco il Tempo, il grande scultore e, al contempo, il grande distruttore. Il tempo «lima la forza / E spegne la voce» , logorando quell'impeto iniziale.
Ma la vera svolta poetica si compie negli ultimi versi, dove la cenere diventa simbolo non di morte, ma di custodia :
«L'urlo d'amore sopravvive / sotto ceneri bollenti / E brucia / Toccarlo.»
La passione, il bisogno d'amore e la forza identitaria non svaniscono; si nascondono, protetti da uno strato apparentemente freddo che, in realtà, pulsa ancora di un calore pericoloso e vivo. Avvicinarsi a questo nucleo, «toccarlo», fa male, perché la verità dei sentimenti brucia.
La cifra stilistica risiede nella sottrazione . Non ci sono fronzoli, non ci sono aggettivi superflui. Le parole sono scelte per il loro peso specifico: gridando, fama, ceneri, brucia . I versi brevi e spezzati accelerano il battito della lettura, trasformando la poesia stessa in un prolungamento di quell'urlo descritto.
La chiusa, affidata al binomio «Limare / La cura potente» , suona quasi come un monitor terapeutico: il dolore e la forza vanno levigati dal tempo e dalla consapevolezza, ma senza mai spegnere quel fuoco interiore che ci rende umani.
I versi "cantati"" da Giuseppina Marra ci regalano un frammento di rara potenza emotiva. Una poesia che fotografa perfettamente la dualità umana: la fragilità della carne esposta al tempo e l'immortalità del fuoco interiore. Una lettura che scuote e che, inevitabilmente, lascia il segno.
Invito alla lettura:https://italianewspost.com/
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