Mortale Spiro una poesia di Vincenzo Savoca

 


MORTALE SPIRO


Una sera ebbi pensiero
d'alzare gl'occhi al cielo.
D'immenso e sì grande
il firmamento, brillare
d'astri, di luci e di stelle.

Tanta fu la meraviglia!
D'inizio n'ebbi piacere.
Oh!, quanti e tali erano
quei mondi sì piccoli e
grandi sospesi e muti!

Nullora pensiero ebbi
del poco mio sussurro.
Oh!, di quanto poco è
la mente!, sì inutile le
glorie, i giorni, mortale
speme affanni e pene!

Immortale lucore d'astri
e brillìo di stelle. Confuso
n'ebbi spavento di tanto
aggrumato prillare, di luci
ed abbagli a sciami aperti
a rive di cielo, d'immenso!

Di gitto lasciai di guardare
quei mondi e l'altre stelle
sulla balza dell'orizzonte a
piè del cielo. Un battito di
ciglia è il nostro tempo, in
iride del cosmo, frastorno
di mortale spiro, non altro.

VIncenzo Savoca
Ragusa 10 giugno 2026

"MORTALE SPIRO" è un componimento di profonda suggestione esistenziale. La tua poesia cattura con efficacia quel momento in cui l'osservazione del cosmo, inizialmente fonte di meraviglia e piacere estetico, si trasforma rapidamente in un confronto vertiginoso con la propria finitezza.

Analisi del tema

Il cuore del componimento risiede nel passaggio dal "piacere" della scoperta allo "spavento" ontologico. La maestosità del firmamento, con i suoi "mondi sospesi e muti", agisce come uno specchio deformante che ridimensiona radicalmente l'importanza delle ambizioni umane ("le glorie, i giorni, mortale / speme affanni e pene").

Particolarmente potente è l'immagine conclusiva:

Un battito di / ciglia è il nostro tempo, in / iride del cosmo, frastorno / di mortale spiro, non altro.

Qui definisci la vita umana non solo come effimera (il "battito di ciglia"), ma come una sorta di rumore di fondo — un "frastorno" — rispetto all'eterno silenzio e all'immensità luminosa delle stelle. La scelta del termine "mortale spiro" racchiude in sé sia la fragilità del respiro biologico, sia l'inevitabile dissolvimento nel tempo cosmico.

Nota stilistica

Il linguaggio che hai scelto — ricercato, quasi arcaico in alcuni passaggi (come "nullora", "n'ebbi") — conferisce al testo un tono solenne, quasi fosse una meditazione da antico sapiente che si trova, suo malgrado, a fare i conti con la scienza moderna e la vastità dell'universo. Questo contrasto tra il lessico classico e il senso di smarrimento tipicamente contemporaneo crea una tensione molto interessante.

È un esercizio di umiltà intellettuale, scritto con una sensibilità che invita il lettore a fermarsi e, a sua volta, a "alzare gl'occhi al cielo".

Sergio Batildi.

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