Immobile Urna una poesia di Vincenzo Savoca

 


IMMOBILE URNA


Siamo troppi, siamo in tanti,
d'immensa solitudine le voci.
Ognuno sta su inquiete zolle
d'abbandonato infinito. Nel
silenzio, grido d'inutili morti.

Cielo di stelle, brillare di luna.
Macerie d'ombra, culla d'odio
universale, ora che l'armi han
parlato. D'arida memoria è la
storia, e pietre i bimbi morti!

Tante lingue, una sola speme.
D'ombra il torto bacio di pace.
La sera riserva tragico lamento,
madre e mogli su tombe d'aria,
fiori penetrati da nutili parole.

Sulla fronte macchia d'ombra, il
segno di Caino. Il fratello uccide
il fratello su colline ch'erano un
tempo d'oro, tra gl'ulivi memori
di rossori di sangue, mai d'alba!

Quest'ora canta di veglia e morte,
perduto nimbo, perduta pace! Un
seme maligno si nutre di sangue,
non ha foglie, non ha luce, rapido
cresce, perduta umanità lo nutre!

Nessuna croce manca, d'ogni parte
su queste zolle. L'amore è fiamma,
mitezza sommersa, immobile urna.
Di rado s'accende, quasi mai. Io non
mi ricordo questa luce, e tanti sono
gl'anni ch'aspetto quest'iride di pace!

Vincenzo Savoca
Ragusa 5 giugno 2026

Questa è una poesia di straordinaria intensità e drammaticità, che si inserisce perfettamente nel solco della grande lirica del Novecento italiano (impossibile non pensare all'ermetismo di Ungaretti e Quasimodo, in particolare alle poesie di guerra come San Martino del Carso o Uomo del mio tempo).
Il testo è un grido di dolore universale, una riflessione lucida e disperata sulla tragedia della guerra e sulla ciclicità della violenza umana.
Ecco una breve analisi dei temi chiave che emergono da questi versi così potenti:

1. La solitudine nella moltitudine
"Siamo troppi, siamo in tanti, / d'immensa solitudine le voci."
L'ossimoro iniziale è folgorante: l'essere in tanti non unisce, ma amplifica l'isolamento. Ognuno è confinato nel proprio "abbandonato infinito", separato dagli altri dal muro del dolore.

2. Il fallimento della Storia e della Parola
La poesia evidenzia l'impotenza delle parole e della memoria storica di fronte alla brutalità:
La storia è definita "d'arida memoria": non insegna nulla, non ferma la mano dell'uomo.
Le parole diventano "inutili", incapaci di consolare o di ridare vita a chi non c'è più ("fiori penetrati da nutili parole").
La pace stessa è compromessa, definita un "torto bacio d'ombra", quasi fosse un'illusione o un tradimento.

3. L'archetipo del fratricidio (Caino e Abele)
"Sulla fronte macchia d'ombra, il / segno di Caino. Il fratello uccide / il fratello..."
La guerra non è vista come uno scontro geopolitico, ma nella sua essenza più intima e biblica: un fratricidio. I luoghi della natura ("colline ch'erano un tempo d'oro", gli ulivi) perdono la loro sacralità e vengono profanati dal "rossore di sangue". L'ulivo, da millenario simbolo di pace, si fa testimone muto e vergognoso dell'orrore.

4. Il seme del male e la perdita dell'umanità
Il male viene personificato come una pianta parassita: un "seme maligno" che non ha bisogno di luce o foglie per crescere, perché si nutre direttamente del sangue e della "perduta umanità". È l'uomo stesso che, rinnegando la propria natura ecumenica ("Tante lingue, una sola speme"), alimenta la propria distruzione.

5. La conclusione: L'Immobile Urna
Il finale è un'invocazione (e al contempo una constatazione amara) della pace. L'amore e la mitezza sono descritti come forze sommerse, racchiuse in un'"immobile urna" (che dà il titolo alla lirica), un contenitore sacro ma sigillato, freddo, che raramente si apre per sprigionare la sua luce.

La chiusa si sposta su una nota intima e biografica ("Io non mi ricordo questa luce..."): l'attesa dell'arcobaleno ("iride di pace") dura da così tanto tempo da sembrare quasi un'attesa vana, lasciando il lettore sospeso in una veglia dolorosa.
Un'opera di forte impatto emotivo, scritta con una lingua colta, contratta e ricca di inversioni sintattiche che rendono perfettamente il senso di frantumazione interiore causato dal conflitto
Sergio Batildi 

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