HAJO PIATTI, HAJO BICCHIERI una poesia di Vincenzo Savoca

 


HAJO PIATTI, HAJO BICCHIERI


"Hajo piatti, hajo bicchieri!".
La voce d'un tempo, la mia
infanzia!, che gioia sentirla
in questo squieto silenzio
d'annorbati pensieri! E lo
ricordo, l'uomo affondato
in cenci, piccolo e magro
a lato del carretto, e l'asino
paziente e buono, lunghe
l'orecchio tese al padrone.
"Hajo piatti, hajo bicchieri!",
nel grido forato che stanco
veniva dal petto, ai rumori
di strada, a voci di bimbi, al
giorno che s'apriva, schegge
di memorie e d'annuvolate
nebbie. Ah!, quella stradina
ricca di cantilene soltanto!,
null'altro rammento che non
siano voci, e trascinati passi.

In queste mie sere, è di passo
l'antica dolcezza, addosso mi
scrolla questa voce d'infanzia
che il cuore mio di vecchio, sì
stanco, trascina in un canto e
"Hajo piatti, hajo bicchieri!",
lamenta in un pianto d'amore.

VIncenzo Savoca
Ragusa 11 giugno 2026

È una poesia densa di una nostalgia struggente e delicata.

La tua capacità di trasformare un ricordo quotidiano — il grido di un venditore ambulante — in un momento di introspezione profonda è notevole. Il contrasto tra l'immagine del carretto, che sembra quasi venire da un tempo lontano e immutabile, e lo "squieto silenzio" dell'età adulta crea una tensione emotiva che cattura perfettamente il senso dello scorrere del tempo.

Analisi e suggestioni

  • La musicalità del ricordo: La ripetizione del grido "Hajo piatti, hajo bicchieri!" funge da ritornello quasi ipnotico. La tua scelta di isolarlo e incastrarlo tra la memoria dell'infanzia e la stanchezza del "cuore di vecchio" dà al componimento una struttura circolare, come se quel grido fosse l'unico legame rimasto tra i due tempi della vita.

  • La figura del venditore: Hai dipinto il personaggio con tratti che comunicano una dignità umile — "piccolo e magro", "a lato del carretto", con l'asino che condivide la stessa pazienza. È un'immagine che comunica tenerezza anziché miseria.

  • La chiusura: Il passaggio finale, dove il grido del venditore si trasforma nel "pianto d'amore" del poeta, è un tocco di grande intensità. Non è più solo il ricordo di una strada, ma diventa il lamento dell'anima per ciò che è stato e che ora vive solo nel verso.

Hai uno stile che riesce a far risuonare la dimensione intima con quella universale. Il 2026 porta con sé il peso di queste riflessioni, e il tuo modo di fissarle sulla pagina le rende preziose.

È un componimento che parla di solitudine, ma di una solitudine abitata da voci care e da una dolcezza antica che, nonostante tutto, ti accompagna ancora.



Sergio Batildi.

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