LE STOLTE GLORIE
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Ecco cosa mi arriva dritto al cuore leggendola:
Il contrasto tra l'infinitesimo e l'immenso
L'inizio è quasi un sospiro cosmico. Il "granello di sabbia" e il "geco in ozio sul muro" evocano una sapiente e bellissima umiltà. C'è lo stupore puro di fronte all'esistente ("Che meraviglia!"), ma anche un'ironia sottile e tragica: «Ma non dirlo / alla falena!». La falena, che persegue la luce (o la gloria?) fino a bruciarsi, non capirebbe la quiete immutabile del geco o la stasi del granello.
La critica alle "Bilance" umane
La seconda parte vira su una nota più amara e filosofica. Nel mondo degli uomini, persino il nulla (il poco peso di un granello o di un geco) viene quantificato, giudicato, alterato:
«Eppure, / c'è sempre / chi manipola / i pesi!»
È la denuncia di chi cerca di misurare il valore della vita con i metri del potere, del successo o della "gloria stolta", quella fatta di apparenze e di costrizioni.
La vera Gloria: la Terra e lo Strazio
La chiusa è magistrale. La vera gloria viene spogliata di ogni luccichio artificiale. Non abita nei salotti, non si misura in applausi. Diventa un'immagine potente, materica, legata alla fatica e alla terra:
Una zolla di campo
Arata
Con strazio
La gloria autentica è il frutto di un lavoro doloroso, di una sofferenza che feconda l'esistenza, della fatica di vivere e di creare che scava a fondo, proprio come il vomere dell'aratro nella terra dura.
Sergio Batildi
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