on 24 settembre 2017 Angelo Marinoni
È stata, nel silenzio generale, approvata la realizzazione della “gronda di Ponente”, nuova infrastruttura autostradale che andrà ad insistere in una delle zone di recupero urbanistico più difficili d’Europa.
La splendida città di Genova è stata una delle città più malamente sfruttate e devastate dal maldestro sviluppo industriale italiano del secondo Novecento che ne ha rapito la bellezza, devastato le forme, avvelenato l’aria e lasciato cicatrici profonde senza lasciare la ricchezza promessa o quell’influenza economica che è stata l’obiettivo dell’industrializzazione forzata di quei perniciosi anni Sessanta.
Genova aveva 820 mila residenti nel 1980 senza contare quanti ne avevano il domicilio per lavoro e studio e quanti la raggiungevano per lavorarvi, ora ne conta 600 mila con un decremento che parla da sé, non dissimile da quello alessandrino dove da 105 mila si è passati a 90 mila e da quello torinese che da 1150 mila è passato a 900, ma Torino ha un’altra storia e altri colpevoli, quasi tutti fra Olanda e Detroit ora.
Questi danni testimoniano come un maldestro sviluppo economico, non faccia altro che usare un territorio, sfruttarlo e poi abbandonarlo senza avergli lasciato niente, come viene fatto in certe aree agricole i cui campi vengono sfruttati a regimi intensivi e resi poveri vengono abbandonati finché qualcuno non se ne prenderà cura dissodandoli nuovamente, concimandoli, restituendogli la vita che lo sfruttamento intensivo aveva quasi annichilito.
Il ponente genovese era, prima dell’industrializzazione, composto da casette sul mare, porticcioli, ville e architetture imponenti a monte, palazzi semplici di quell’architettura povera e dignitosa che rispondeva con gialli e rossi tiepidi al blu di un mare limpido e spesso agitato.
Arrivarono le industrie di Cornigliano, le aree portuali di Prà e di Voltri, i depositi carburante e quella città scomparve per fare posto alla città industriale sovrappopolata, arrampicata sui monti con improbabili e spesso orride architetture residenziali. Nessun rispetto, solo sfruttamento.
Come un’onda piroclastica la Genova industriale si era portato via il Ponente genovese, lasciandone qualche decennio dopo l’aria avvelenata e i resti di un polo industriale, ma la sua bellezza era ancora lì e si è cominciato a lavorare. Il graduale è complicatissimo recupero di Cornigliano, Prà e Voltri è iniziato da oltre dieci anni e comincia a dare qualche risultato, smessa la tuta blu il ponente genovese si scopre elegante, bello ed ha chiaramente voglia di continuare a percorrere quella strada, esattamente quella strada non una nuova autostrada che ricominci da capo la devastazione del territorio che con fatica si sta risanando, una nuova invasione di cemento che ne modifichi la forma lasciandone immutati i segni della violenza, se non con l’aggravante di farsi veicolo di mobilità insostenibile, nuovo sfogo a uno dei mostri peggiori di questo paese ovvero il traffico stradale.
Lavorare alla vivibilità di Prà e Voltri attenuando quanto possibile l’impatto del polo portuale, continuare la riqualificazione di Cornigliano, preservare Pegli, incentivare la mobilità sostenibile e spostare su ferro, incentivandola, la logistica indotta dal polo di Voltri sono gli obiettivi da perseguire, non certo creare una gronda autostradale, che liberi il traffico, dicono i sostenitori senza rendersi conto che proprio per questo va evitata. Il traffico va ridotto, non assecondato. E’ la stessa ragione per cui le nuove autostrade lombarde sono state una violenza atroce al territorio e un costosissimo e inutile incentivo alla mobilità insostenibile: il traffico sulle direttrici tradizionali è rimasto invariato, anzi assecondato da nuovi flussi ne ha potuti accogliere altri, i movimenti sono aumentati senza contribuire minimamente ai costi di gestione e al raggiungimento del ritorno dell’investimento aggravando la situazione ambientale con un aumento di mobilità insostenibile ed aumentando i costi a carico della collettività per manutenzione delle infrastrutture e, in particolari, i costi sociali e ambientali che la modalità stradale comporta, come universalmente noto e italianamente ignorato. È allucinante pensare che si stia valutando una nuova autostrada Treviglio – Bergamo in un’area dove il sistema ferroviario è al limite della capacità con una domanda da soddisfare ancora altissima; per fortuna si sta anche sollevando parte della classe dirigente contro questa agghiacciante idea e a favore del potenziamento del sistema ferroviario per renderlo in grado di mantenere sostenibile uno sviluppo economico importante per l’intero Paese.
Milano fa da sé da tempo e seppure i detrattori di Expo si cimentino in varie analisi dei dati per dimostrare che sia stato un fallimento quell’evento ha consegnato al capoluogo lombardo la patente definitiva di metropoli europea e polo attrattore continentale, tanto da candidarsi con efficacia alla sostituzione di Londra nello scacchiere europeo.
In questo contesto la Torino, orfana della FIAT, scopre di essere bellissima e la città grigia e industriale del secondo Novecento si è svegliata come una perla europea amata e sempre più visitata da persone con il naso all’insù e la bocca socchiusa allo stupore.
Il recupero delle immense aree industriali sta avendo successo e le buone amministrazioni civiche da Castellani in poi hanno assecondato un percorso che continua ad essere complessivamente ben gestito.
Al centro di quel triangolo la città fra i due fiumi langue, si pulisce, fallisce, risorge e rilangue.
Alessandria industriale nel senso proprio del termine, probabilmente per fortuna, non lo è mai stata, ma è stata e sarebbe città di transito, città commerciale, città elegante nelle forme ma sempre malvestita e con gli occhi bassi, senza il coraggio di scoprirsi bella, di perdersi nel liberty del primo Novecento e nella sobria eleganza di un Settecento e Ottocento che non sono passati senza lasciare importanti momenti di bellezza.
Questo essere centro di un triangolo che ha modificato la sua essenza e che non deve assolutamente cambiare il percorso che sta compiendo promuovendo strade e autostrade invece di perseguire convintamente la conversione modale da gomma a ferro della mobilità e della logistica, potrebbe restituire alla città di Alessandria un futuro brillante come quello dei vertici, se, invece di languire nel suo provincialismo, si proporrà come centro logistico di eccellenza (vocazione naturale e territoriale osteggiata dalla classe dirigente nazionale e regionale, ma che può e deve cambiare almeno parzialmente, come giustamente osservato dal neosindaco), come città moderna e intelligente che non asseconda il suo traffico ma si imposta come città della mobilità sostenibile approfittando dell’ottima operazione AMAG mobilità e della configurazione urbanistica che la vede ideale per percorsi ciclabili protetti e linee di trasporto pubblico veloci e frequenti, sicuramente non nuovi parcheggi, a meno di non porli in periferia (come indicato dal sindaco Cuttica), ma renderne la fruizione obbligatoria riducendo l’accessibilità al concentrico ai veicoli privati, e su questo le intenzioni della nuova amministrazione sono ancora opache.
Un contesto del tutto nuovo impone scelte importanti e quasi rivoluzionarie in un contesto sonnolente come quello delle medie città italiane e il percorso iniziato dopo il risanamento dalla giunta Rossa era chiaramente quello giusto come dimostrano i buoni dati di oggi che costituiscono un punto di partenza per nulla scontato.
A questo proposito, lascia perplessi leggere interviste recentemente pubblicate sulla stampa locale in cui si sostiene che la passata amministrazione abbia cancellato le conquiste degli anni Settanta, quando le stesse amministrazioni degli anni Settanta reiterate nel ventennio successivo non sono state in grado di mantenerle e gestirle seguendo geometricamente il declino del triangolo industriale.
È proprio per non rifare le scelte sbagliate del Novecento che va compiuta una analisi critica di quanto succede intorno e analizzare il percorso delle metropoli di quello che era il triangolo industriale costituisce elemento imprescindibile per tutto il territorio che si colloca all’interno, comprese le scelte sbagliate e le stesse intenzioni sbagliate come nel caso della gronda genovese e le velleità autostradali di parti dell’amministrazione lombarda.
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