Il profetico Denis e i cerchi magici

(Gian Marco Chiocci - iltempo.it) - Piaccia o non piaccia ha stravinto il cerchio magico. I vecchi e i nuovi politicanti di professione devono arrendersi allo strapotere delle donna-ombra del Cavaliere, sbeffeggiate e temute, odiate e adulate, disprezzate e ossequiate, a seconda dei casi. Il Berlusconi due punto zero riparte da loro per combattere la guerra civile nel centrodestra che dalla Capitale si estende al resto del Paese, passando dalla Campania, ultima cassaforte di voti a rischio per l’iniziale decisione di piazzare capolista il marito di una certa Noemi Letizia. A Roma si poteva/doveva vincere per assenza di concorrenti ma i lettori de Il Tempo sanno quanto beghe e rancori abbiano minato il cammino del centrodestra portando la coalizione a bisticciare su tutto e con tre candidati (Bertolaso, Marchini, Meloni) al posto di uno. Il cerchio magico, giorno dopo giorno, ha lavorato ai fianchi facendo secchi Salvini e i salviniani, poi Giorgia e i suoi fratelli, il bell’Alfio con le rimanenze di Forza Italia e Ncd. Infine ha incoronato Superman Guido senza più super poteri che tutti in origine corteggiavano e che tutti, letti i sondaggi e incassate le gaffe, avevano provato a riporre nel magazzino delle scope. Tra chi s’era convinto alla naftalina anche Silvio Nostro che dalla sera alla mattina però ci ha ripensato dopo averne parlato con la Rossi e
la compagna Pascale (suo il copyright Instagram «quel troglodita di Salvini»).
Triste dirlo ma giù il cappello al cerchio magico che ha spiazzato, e spazzato via, un’intera classe dirigente nata, cresciuta e pasciuta tra Arcore e Palazzo Grazioli, incapace di reagire alle donne del Re, destinata a breve all’insussistenza politica. Il cerchio imputa alla Meloni di aver tradito più di Alfano, con i veti, i tentennamenti da gravidanza, con le colpe sempre imputate agli altri anziché a se stessa. In un crescendo d’acrimonia al femminile definiscono Giorgia la nuova Fassina del centrodestra o la «maestrina fascista», per usare un termine riecheggiato in ufficio di presidenza e accreditato a quell’Antonio Tajani fregato (pure lui) quando già pregustava Marchini in tandem con Bertolaso e Storace. Nella lotta intestina a Forza Italia perdono gli altri, non lor signore. Perdono Toti, Romani e Gelmini, preoccupati che lo scontro con la Lega possa nuocere alle alleanze al Nord. Perdono i quaquaraquà di professione, che poi sono quelli che non si espongono mai per timore di non essere ricandidati. Perde la faccia, e non solo, l’intera coalizione che per dirla col necrologio di Storace «piange la prematura scomparsa del centrodestra romano», in realtà mai nato. Vince, invece, il cerchio che fa quadrato intorno al Cav (con quali risultati, vedremo). Ma a stravincere davvero è l’ex deus ex machina del partito azzurro, Denis Verdini. Sbattendo la porta dopo l’ennesima ingerenza delle signore in Rossi, aveva preconizzato esattamente quanto sta avvenendo a due mesi dalle amministrative (partito sfasciato, inesistente sul territorio, correnti litigiose, Silvio incapace di decidere, elettori in calo, cerchio magico dilagante). Nemmeno lui, però, si aspettava che quanti nel partito lo criticavano allora finissero oggi per chiedergli udienza per mettersi al sicuro sotto la sua «Ala» protettrice.



Commenti