Lo scandalo della bomba ecologica di spinetta marengo è anche uno scandalo politico


Alessandria: Udienza 25 novembre 2013
Gli avvocati Solvay sparano come un plotone di esecuzione, anzi, considerato il numero, come un reggimento di fucilieri, sparano sui dirigenti ASL e ARPA, e non so se si rendono conto che stanno sparando contro se stessi, in pieno petto e alle spalle dei loro imputati (qualche volta, quando si inceppa lo schioppo, si sparacchiano anche sui propri preziosi piedi). Volenti o nolenti, tramite queste mitragliate, mettono in risalto il “J’accuse” che abbiamo anticipato all’avvio del processo: lo scandalo della bomba ecologica di Spinetta Marengo è anche uno scandalo politico. 
Confermano da protagonisti che i politici, gli amministratori, di destra e di sinistra, nel corso dei decenni e fino ai giorni nostri, sono stati o inetti o collusi o corrotti, hanno chiuso un occhio se non tutti e due sulle loro malefatte industriali. Ma non fanno i nomi di questi politici: sparlano della nuora (ASL, ARPA) perché suocera (Comune, Provincia, sindacato) intenda, infatti Comune e Provincia e Sindacato in questo Processo sono belle statuine, e tali devono restare: intimano da Solvay.  
Se questi sempre meno votati politici avessero realizzato la nostra proposta di Osservatorio ambientale della Fraschetta, avrebbero messo in moto uno strumento di trasparenza e democrazia che avrebbe da un lato delimitato i loro abusati poteri e, dall’altro però, che avrebbe evitato tante vittime (ci si dimentica troppo spesso in questo processo degli
ammalati e dei morti). Ma questi sempreverdi politici (su Lorenzo Repetto e Piercarlo Fabbio ritorneremo ad es.) si sono ben guardati dal realizzare l’Osservatorio, perché avrebbe scardinato i loro rapporti con l’azienda.
Anche il meno peggio, Tino Rossi (teste in udienza chiamato da Solvay) avrebbe in venti anni avuto sterminati poteri (in Comune Provincia Regione Parlamento italiano, Parlamento europeo ecc.) invece non ha neppure tentato di realizzarlo. Farebbe in tempo ancora oggi, piuttosto che prodursi in inutili interpellanze.
Insomma, il giudizio politico e (im)morale sul desolante panorama partitico alessandrino non attenua di un grammo le responsabilità penali di Solvay. La chiamata in correo che essa fa agli enti locali e ai magistrati, forse la assolve? O è una confessione. 
Anche dimostrando che c’è chi ti ha fatto da palo, ti assolve forse dall’aver perpetrato la rapina? Ausimont e Solvay, Jaques Pierre Joris, Bernard de Laguiche, Carlo Cogliati, Salvatore Boncoraglio, Giorgio Canti, Luigi Guarracino, Giorgio Carimati, Giulio Tommasi, siete stati rapinatori a mano armata dell’ambiente e della salute, sul terreno avete lasciato distruzione e morti! Dunque Solvay devi pagare di tasca tua i risarcimenti alle vittime e la bonifica del territorio (che salvaguarda l’occupazione), anche perché ti eri comprata per una manciata di mangime  la gallina dalle uova d’oro e ora non puoi andartene (come stai tentando) lasciandoci lo sterco del pollaio.
Gli agguerriti avvocati Solvay, Dario Bolognesi e Luca Santamaria, si sono lanciati in un tiro al piccione sui testimoni ARPA e AMAG, Aldo Boveri e Luigi Inverso. Onde dimostrare che “Tutti sapevano”,  gli illustri legulei sventolano “scheletri dagli armadi”. Ma i primi a sapere tutto, a manomettere, a nascondere gli scheletri negli armadi  sono stati proprio loro,  senza soluzione di continuità  con Ausimont. 
La gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo. Infatti chiamano a deporre Patrizio Lodone, teste non proprio al di sopra di ogni sospetto visto che era addirittura responsabile interno del settore sicurezza e ambiente. E proprio Lodone descrive l’esistenza di ben cinque archivi contenenti fatti e misfatti dello stabilimento. Archivi indicatigli dalla segretaria amministrativa Laura Rossi? 
Ma dai, non si prendano in giro i giurati. Laura Rossi al massimo custodiva le chiavi in cassaforte. Gli archivi riservatissimi in realtà erano ad uso e consumo dei direttori e dei responsabili ambiente e sicurezza, preziosi archivi che  Stefano Bigini (ultimo direttore) e Giorgio Canti (ultimo responsabile ambiente) prima che scoppiasse il bubbone avevano ricevuto dalle mani riservate di Luigi Guarracino e Guido Rondoletto, a loro volta di Corrado Tartuferi, Leonardo Capogrosso, Maurilio Aguggia eccetera. 
Nei secoli dei secoli. Tant’è che quando qualcuno da Bruxelles nel 2008 mette in campo Patrizio Lodone (“esperto a livello europeo”, come lui stesso si è definito) e tenta di imporlo a mettere il naso a fondo sugli archivi, defenestrando anzitempo Giorgio Canti, a livello spinettese si oppongono: il direttore Bigini è esplicito (intercettazioni telefoniche giugno-settembre 2008) nel porre il veto a Lodone come nuovo responsabile ambiente e sicurezza, e nel braccio di ferro avrà la meglio: Lodone rinuncia al ruolo per motivi di famiglia. Patrizio Lodone all’udienza del 25 ottobre è stato in definitiva un teste a doppio taglio per Solvay, confermando le perplessità degli avvocati che non avevano inizialmente previsto di convocarlo. 
Perché avrebbe dimostrato, come ha fatto, che negli archivi c’era tutto quello che si doveva sapere. Tutto quello che Solvay in sette-anni-sette aveva avuto tutto il tempo di esaminare e… tenere nascosto.
Lo sberleffo più irridente rivolto alla Corte di Assise si è avuto quando Solvay ha accusato l’ARPA di non aver ai tempi di Ausimont denunciato alla Procura il superamento dei limiti di legge per il cloroformio. Già, come se ora, gestione Solvay, i limiti di inquinamento fossero legali.                    
Lino Balza
Medicina Democratica

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