Ottobre di Antonia Pozzi: quando l’autunno diventa poesia del tempo che passa

Paesaggio montano autunnale al tramonto con una mandria che scende verso valle, ispirato alla poesia “Ottobre” di Antonia Pozzi.
L’ultima mandria scende dalla montagna mentre ottobre avvolge il paesaggio nei colori dell’autunno, immagine ispirata alla poesia di Antonia Pozzi.

Ci sono poesie che hanno bisogno di molte parole per raccontare un sentimento e altre che riescono a racchiudere un intero paesaggio dell’anima in pochi versi. “Ottobre” di Antonia Pozzi appartiene a queste ultime. La pioggia sui ciottoli, i fuochi che lentamente si spengono sulla montagna, una luce debole riflessa nella fontana e l’ultima mandria che scende verso valle diventano immagini di qualcosa che riguarda tutti noi: il tempo che passa e la necessità di lasciare andare ciò che finisce. È una poesia breve, quasi scarna, ma proprio per questo capace di lasciare nel lettore un silenzio che continua anche dopo l’ultimo verso.

Pier Carlo Lava

Ottobre

È crollo di morta stagione
quest’acqua notturna sui ciotoli.

Lànguono
fuochi di carbonai sulla montagna
e gela
nella fontana un fioco lume.

L’alba vedrà
l’ultima mandria divallare
coi cani, coi cavalli,
in poca polvere
dietro un dosso scomporsi.

Antonia Pozzi
Pasturo, 30 settembre 1935

L’autunno come congedo

L'inizio è folgorante: “È crollo di morta stagione”. Antonia Pozzi non racconta semplicemente l'arrivo dell'autunno. Non dice che l'estate lentamente se ne va: utilizza la parola “crollo”, dando alla fine della stagione una forza improvvisa e quasi fisica. La pioggia notturna che cade sui ciottoli diventa il suono stesso di questa trasformazione. È la natura che cambia volto, ma è anche l'essere umano che avverte, attraverso la natura, la propria fragilità e il trascorrere inesorabile del tempo.

Il paesaggio è quello amatissimo di Pasturo, in Valsassina, ai piedi delle Grigne, luogo fondamentale nella vita e nell'immaginario poetico di Antonia Pozzi. Qui la montagna non è mai soltanto uno scenario. È una presenza viva, uno spazio nel quale il mondo esteriore e quello interiore finiscono continuamente per sovrapporsi.

Tutto nella poesia sembra lentamente spegnersi. Languono i fuochi dei carbonai, il lume nella fontana appare fioco e quasi immobilizzato dal gelo. Poi arriva l'alba, ma non porta la rinascita che normalmente associamo alla luce del mattino. Illumina invece un'ultima partenza: la mandria scende dalla montagna accompagnata dai cani e dai cavalli e, oltrepassando un dosso, lentamente scompare.

Quell’ultima immagine che resta negli occhi

È proprio il finale a rendere straordinaria questa breve lirica. Pozzi non scrive semplicemente che la mandria “scompare”: sceglie “scomporsi”. Da lontano le figure perdono progressivamente i loro contorni, si confondono nella polvere e nel paesaggio fino a non essere più distinguibili. È un'immagine concreta, quasi cinematografica, ma possiede anche una profonda forza simbolica.

Tutto ciò che esiste prima o poi cambia forma, si allontana, lascia il nostro campo visivo. Ottobre diventa così il mese del passaggio, il confine fra ciò che è stato e ciò che ancora deve arrivare. Non c'è ribellione nei versi di Pozzi, né una ricerca artificiosa di consolazione. C'è piuttosto una malinconica accettazione del movimento naturale delle cose.

Forse è proprio questa la ragione per cui “Ottobre” continua a parlare al lettore contemporaneo. In appena undici versi Antonia Pozzi riesce a trasformare una notte d'autunno e una mandria che abbandona gli alpeggi in una riflessione universale sulla perdita, sul cambiamento e sul tempo. La stagione muore, i fuochi si abbassano, gli animali scendono verso valle. Eppure il paesaggio rimane.

È la grande capacità della poesia: mostrarci che anche ciò che scompare può continuare a vivere nella memoria.

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