| L’ultima mandria scende dalla montagna mentre ottobre avvolge il paesaggio nei colori dell’autunno, immagine ispirata alla poesia di Antonia Pozzi. |
Ci sono poesie che hanno bisogno di molte parole per raccontare un sentimento e altre che riescono a racchiudere un intero paesaggio dell’anima in pochi versi. “Ottobre” di Antonia Pozzi appartiene a queste ultime. La pioggia sui ciottoli, i fuochi che lentamente si spengono sulla montagna, una luce debole riflessa nella fontana e l’ultima mandria che scende verso valle diventano immagini di qualcosa che riguarda tutti noi: il tempo che passa e la necessità di lasciare andare ciò che finisce. È una poesia breve, quasi scarna, ma proprio per questo capace di lasciare nel lettore un silenzio che continua anche dopo l’ultimo verso.
Pier Carlo Lava
Ottobre
L’autunno come congedo
L'inizio è folgorante: “È crollo di morta stagione”. Antonia Pozzi non racconta semplicemente l'arrivo dell'autunno. Non dice che l'estate lentamente se ne va: utilizza la parola “crollo”, dando alla fine della stagione una forza improvvisa e quasi fisica. La pioggia notturna che cade sui ciottoli diventa il suono stesso di questa trasformazione. È la natura che cambia volto, ma è anche l'essere umano che avverte, attraverso la natura, la propria fragilità e il trascorrere inesorabile del tempo.
Il paesaggio è quello amatissimo di Pasturo, in Valsassina, ai piedi delle Grigne, luogo fondamentale nella vita e nell'immaginario poetico di Antonia Pozzi. Qui la montagna non è mai soltanto uno scenario. È una presenza viva, uno spazio nel quale il mondo esteriore e quello interiore finiscono continuamente per sovrapporsi.
Tutto nella poesia sembra lentamente spegnersi. Languono i fuochi dei carbonai, il lume nella fontana appare fioco e quasi immobilizzato dal gelo. Poi arriva l'alba, ma non porta la rinascita che normalmente associamo alla luce del mattino. Illumina invece un'ultima partenza: la mandria scende dalla montagna accompagnata dai cani e dai cavalli e, oltrepassando un dosso, lentamente scompare.
Quell’ultima immagine che resta negli occhi
È proprio il finale a rendere straordinaria questa breve lirica. Pozzi non scrive semplicemente che la mandria “scompare”: sceglie “scomporsi”. Da lontano le figure perdono progressivamente i loro contorni, si confondono nella polvere e nel paesaggio fino a non essere più distinguibili. È un'immagine concreta, quasi cinematografica, ma possiede anche una profonda forza simbolica.
Tutto ciò che esiste prima o poi cambia forma, si allontana, lascia il nostro campo visivo. Ottobre diventa così il mese del passaggio, il confine fra ciò che è stato e ciò che ancora deve arrivare. Non c'è ribellione nei versi di Pozzi, né una ricerca artificiosa di consolazione. C'è piuttosto una malinconica accettazione del movimento naturale delle cose.
Forse è proprio questa la ragione per cui “Ottobre” continua a parlare al lettore contemporaneo. In appena undici versi Antonia Pozzi riesce a trasformare una notte d'autunno e una mandria che abbandona gli alpeggi in una riflessione universale sulla perdita, sul cambiamento e sul tempo. La stagione muore, i fuochi si abbassano, gli animali scendono verso valle. Eppure il paesaggio rimane.
È la grande capacità della poesia: mostrarci che anche ciò che scompare può continuare a vivere nella memoria.
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