La soglia, poesia nello stile di Montale tra il tempo, l’attesa e il silenzio

Donna con cappello nero seduta sulla soglia di un edificio antico in una fotografia in bianco e nero
Una donna elegante seduta sulla soglia di un edificio antico: un’immagine sospesa tra attesa, silenzio e memoria.

Ci sono immagini che sembrano raccontare una storia senza bisogno di mostrarne l’inizio né la fine. Questa donna seduta su una soglia, elegante e immobile, con il volto in parte nascosto dal cappello, suggerisce immediatamente una domanda: sta aspettando qualcuno, ha appena lasciato qualcosa alle proprie spalle oppure ha semplicemente scelto di fermarsi per ascoltare ciò che il silenzio ha da dire? Da questa fotografia nasce una poesia originale che prova a trasformare il bianco e nero, i muri consumati e la posa della protagonista in una riflessione sull’attesa, sul tempo e su quei momenti della vita in cui si rimane sospesi tra ciò che è stato e ciò che ancora potrebbe accadere.

Pier Carlo Lava

La soglia

Poesia originale ispirata all’immagine, con atmosfere che richiamano la poesia di Eugenio Montale

Siedi dove il muro
ha imparato il tempo,
fra calce ferita e legno antico,
nel poco spazio che rimane
tra l’andare e il restare.

Il cappello ti nega agli occhi,
custodisce un pensiero
che nessuno saprà interrogare.
Solo la bocca
trattiene una parola non detta,
forse un addio,
forse il nome di chi non torna.

Le gambe nude
hanno la pazienza delle strade
quando aspettano la pioggia;
il nero del vestito
è un’ombra che ha scelto un corpo
per non disperdersi.

Alle caviglie
una breve costellazione di perle:
piccoli giorni felici
rimasti accesi
dove il dolore non arriva.

Dietro di te una porta,
davanti nessuna certezza.

Eppure non entri,
non te ne vai.

Rimani sulla soglia
come certe stagioni dell’anima
che non conoscono calendario,
come una domanda
a cui la vita risponde
con il silenzio.

Forse aspetti qualcuno.

O forse hai finalmente compreso
che alcune attese
non chiedono più
di essere finite.

E allora abbassi il volto,
elegante come una sera
che non vuole diventare notte,

mentre il vecchio muro
continua a sgretolarsi

e tu, immobile,

sembri essere
l’unica cosa
che il tempo
non riesce a portare via.

Recensione – “La soglia”, quando l’attesa diventa luogo dell’anima

C’è una donna seduta sull’ingresso di una casa consumata dal tempo. Non conosciamo il suo nome, non vediamo completamente il suo sguardo e non sappiamo se stia aspettando qualcuno oppure se abbia appena lasciato qualcosa dietro di sé. Da questa ambiguità nasce “La soglia”, poesia che trasforma una fotografia in una riflessione sull’attesa, sul tempo e su quei momenti nei quali l’esistenza sembra sospendersi fra ciò che è stato e ciò che ancora potrebbe accadere.

L’ispirazione richiama certe atmosfere di Eugenio Montale, soprattutto nell’uso degli oggetti concreti come porte d’accesso a un significato più profondo. Il muro scrostato, il legno antico, il cappello, le perle e la porta non restano semplici elementi scenografici. Diventano segni. Il muro è il tempo che consuma, la porta rappresenta una possibilità, il cappello nasconde lo sguardo e quindi una parte della verità, mentre la soglia è il punto esatto nel quale passato e futuro sembrano incontrarsi senza riuscire a prevalere l’uno sull’altro.

Il verso centrale dell’intera composizione potrebbe essere individuato in “Eppure non entri, / non te ne vai”. In quelle poche parole si concentra la condizione della protagonista: una donna fisicamente immobile ma interiormente sospesa davanti a una scelta, a un ricordo o forse semplicemente alla propria vita. La poesia evita volutamente di spiegare cosa sia accaduto. È proprio questa mancanza di una storia definita a permettere al lettore di riconoscere nella figura femminile qualcosa di personale.

Particolarmente significativa è l’immagine delle perle alla caviglia, trasformate in una “breve costellazione” e poi in “piccoli giorni felici”. È uno dei pochi punti luminosi della poesia. Nel bianco e nero dell’immagine e nella severità dei muri emerge così il ricordo di una felicità possibile, forse passata, che continua tuttavia a sopravvivere nei dettagli.

La donna appare elegante, ma la sua eleganza non viene descritta come seduzione. È piuttosto una forma di resistenza. Il vestito nero, i tacchi, il cappello e la postura compongono l’immagine di qualcuno che conserva una propria dignità davanti allo scorrere del tempo. Intorno a lei tutto porta i segni del deterioramento; lei, invece, sembra sottrarsi almeno per un momento a quella legge.

Il finale ribalta definitivamente il rapporto tra la figura e l’ambiente. Non è più soltanto una donna seduta davanti a un vecchio edificio. Diventa ciò che resiste mentre tutto si sgretola: “l’unica cosa / che il tempo / non riesce a portare via”. Non perché possa realmente vincere il tempo, ma perché la memoria, l’attesa e ciò che abbiamo amato possiedono talvolta una sorprendente capacità di sopravvivere alla materia.

“La soglia” è dunque una poesia sull’attesa, ma soprattutto sui passaggi incompiuti della vita: quelli nei quali non siamo più ciò che eravamo e non sappiamo ancora cosa diventeremo. Ed è forse proprio questa la forza dell’immagine: la donna non sta arrivando e non sta partendo. Sta semplicemente lì, sul confine. Ed è su quel confine che, prima o poi, ognuno di noi si è trovato.

“La soglia” è una poesia originale ispirata a un’immagine in bianco e nero, costruita attorno ai temi dell’attesa, del tempo, della memoria e della sospensione interiore.

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Descrizione: Fotografia in bianco e nero di una donna con abito scuro, cappello a tesa larga e scarpe con tacco, seduta sulla soglia di un edificio dai muri consumati dal tempo. L’immagine ha ispirato la poesia “La soglia”.

Fonte immagine: immagine generata da I.A.


 

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