LA LEGGENDA DEL DIO PESCATORE. Vincenzo Savoca


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LA LEGGENDA DEL DIO PESCATORE


LA LUNGA NOTTE DEL DUCA


prima puntata
"Il tempo consuma, la dignità resta."

Francesca Giordano

Quando il duca allazzariato dal babbio delle ricamatrici del portico, camminando rando rando ai muri se ne tornò a palazzo, senza prescia, con la testa china di pinzeri e disamorato della vita, si perse dietro al suo passato. Che grand'uomo era stato! Ed ora quelle svricognate col pelo lungo lungo nello stomaco e chini di mali pinzeri, pure scannaliate dal bisogno mascolino, s'erano permesse di mancargli di rispetto, e picca ci voleva che lo pigliassero per un vecchio babbasunazzo magari un poco maniaco con nella testa il pinzero d'arrusbigghiare, se mai c'è ne fosse stato bisogno, tanticchia della loro femminilità per arricriare le sue voglie vastase.
 Invece, la faccenda era finita a farsa! E che figura aveva fatto! Aperto il portone, gli s'appresento' davanti Geremia Mangiagli, premuroso e preoccupato. Il duca niuro come il cielo prima di scattiari a lampi e trona, -- Non mi stari allato e vattini! -- gl'ordino' per chiarire subito che non aveva voglia d'ascutarlo e manco di virirlo. Il maestro di casa sgriddro' gl'occhi e si fece capace che forse era meglio fare come diceva il duca. Voto' turno ed acchiano' le scale per andare a sconcicare Jovine Amadio, il segretario del duca, con il quale era solito condividere le proprie caddacie. Uomo taciturno e maniaco dei numeri, passava gran parte del proprio tempo sui libri contabili, santianno quando due più due non faceva quattro. -- Quest'uomo è strammato, cangiò le femmine coi numeri! -- disse andando a guardare Ibla dalla finestra, per attrovare la ragione del suo sdillirio nella tristezza della vecchia città che grondava disperazione d'ogni pietra e purtuso.
 Dopo, si girò a guardare nuovamente Jovine Amadio che, attivo e reattivo sui numeri, sembrava prossimo ad uno spasmo pelvico. Decise di lasciarlo al suo orgasmo e d'andare invece dabbasso a taliare le lavannare nel cortile. Quando ci arrivò s'assitto' a taliarle sentendo che un pinzero gli travagliava dintra la testa. La vita era tutta un trastullo di pinzeri, ma uno soltanto contava più degl'altri, trasìri dintra na fimmina, se pur'essa n'aveva piacere, e lasciarsi tutto il resto arre' alle spalle!. -- Che minchiata! -- poi disse, senza sapere con chi l'aveva.
Il duca acchiano' anche lui le scale e s'intano' nella cammera da letto. Non aveva voglia di vedere nessuno, manco d'avvicinarsi alla finestra a taliare le ricamatrici del portico, delle quali gl'arrivavano le voci e di qualcuna, dotata d'una bella voce, il canto. -- E cu è sta meravigghia di picciotta? -- pensò arriminandosi per raggiungere la finestra. -- Chi bedda vuci havi! -- poi disse cogl'occhi sgranati sul portico, e la cercò senza capacitarsi d'attruvarla. 
La raggia gl'era passata ma non il pinzero del suo passato e pigliò n'autra vota a pinzari alla sua vita, alle battaglie navali nel Mare africano, ai saccheggi dei legni nemici, alle cannonate ed ai duelli corpo a corpo, pure alle femmine conquistate col fascino della giovinezza, dell'uniforme e dei suoi modi aristocratici. Di tutto quanto non gli restava che la cenere dei ricordi. Anche lui era destinato a diventare cenere. -- Che minchiata la vita! -- pensò, -- Tanto foco per addiventare ciniri! --. Passio' torno torno per le cammere dello stesso piano fino a sera. Al maestro di casa che venne tante volte a domandargli cosa voleva mangiare, -- Merda! -- gl'arrispunnì arraggiato. Quello se n'era juto persuaso ch'era meglio lasciarlo nella fitinzia dei suoi pinzeri. 
Il duca passianno avanti ed arre' per le cammere non s'accorse del cammino degl'astri, né dei versi piagnucolosi dei gufi alla luna e nemmeno dei latrati d'un cane legato alla catena. Come il duca, anch'esso non credeva più alle lusinghe della vita. -- Toglietevi dalla mia strada! -- disse alla Morte quando sentì la sua mano sulla spalla. Era venuta ad arrotolarlo dintra al nero palamidone. -- Perché mai? -- gli domandò la Morte. -- Perché non hajo ancora finito di desiderare una femmina -- rispose lui senza guardarla. Sapeva che la sua ombra nera dominava tutta la cammera, e sapeva pure come lei non patisse la sua malinconia. Per distrarla, accomincio' a raccontarle adagio adagio della sera in cui aveva affondato le narici sul grembo d'Artemisia, che femmina! Una maestra dell'arte amatoria! All'inizio lei era stata mutangola, aspettava che lui pigliasse posto sul letto ridotto ad una bancarella da fiera dai continui rivoltamenti. Più in là il cantaro mutato in un pantano d'orine, abbondava delle miserie umane. Aveva continuato a guardarlo cogl'occhi delle donne ammaestrate a non lasciarsi pigliare dall'agonia dei vecchi. Stava seduta coi ginocchi aperti ignorando i suoi respiri asmatici, il tremolio dell'ossa e la sua faccia ossuta e janca, il bisogno ch'aveva di piangere ed il fragore che faceva il suo cuore. Solamente quando la sua mano si posò sopra il suo ventre, aveva sentito la decadenza a cui sono destinati i mascoli senza sanco. Il duca aveva isato la vestaglia per taliare l'agallato dentro al quale aveva intenzione d'affogare. Artemisia l'aveva lasciato fare nonostante che a darle il morso sarebbe stato un vecchio mascolo incapace d'accenderla quand'anche avesse voluto accendersi.
 A taliarlo, il duca non era manco capace d'arrivare dove voleva ficcarsi. I tentennamenti, che lei aveva scambiato per incertezza, in realtà erano dovuti alla lentezza d'un masculo che bramava assaporare le chiare trecciole con lentezza, calmo calmo, per pigliarsi pure il piacere di ramingare all'orbigna. Scognita di quest'abitudine del duca ed abituata alla prescia degl'amanti di passaggio, Artemisia s'era fatta persuasa a pigliare lei il comando, dapprima mostrandogli il petto non ancora strammuliato dai frequenti maneggi e dopo, togliendogli il falsetto e calandogli poi le braghe. E mentre li piegava sulla sedia, il duca l'aveva taliata, perché ancora gl'arrinisceva di taliare una fimmina prima d'intrecciarsi con lei nello scarnazzo. Ma dopo, preso dalla camurria dell'ansia non era stato capace d'arrivare al sole lugliatico in forma d'ombellico, né più sotto, tra l'onde oceaniche e manco d'annegarci. Ancora una volta era stata Artemisia che l'aveva spinto dentro i flutti, ma senza farlo annegare. Il duca aveva sentito gli spiri dell'aliseo rinvigorirgli l'ossa, sul cui dolore neanche piangeva più.
 Da venti e più anni aveva perduto il proprio tempo ad aspettare la donna conosciuta sulla scalinata della chiesa nel quartiere dei poveri, il giorno dopo la notte dell'Annunziata, senz'averla più incontrata. Per lei aveva scritto versi d'amore che mai aveva potuto leggerle. 
L'unico amore della sua vita s'era perduto come il mare in una coltre di nebbie. -- Nuccia! -- aveva sospirato sulla faccia d'Artemisia.
-- Qualcuno mi sta chiamando -- disse a questo punto la Morte con lo sguardo sui tetti, allontanandosi dalla finestra col lungo strascico del palamidone. Un vago brillio aveva fatto vedere al duca la lunga falce rimasta fino a quel momento nell'ombra. -- Non lasciate si compia il suo destino! -- disse il duca. La Morte di girò a guardarlo. -- La magnifica opera si stava sgretolando, era prossima alla rovina... -- pensò fissandolo, lasciando di guardare la Città del martorio.-- La vita è come l'olio d'una lucerna. Quando finisce, la fiamma si spegne. Niente io posso fare se non ubbidire a chi soffia sull'universo -- poi disse. -- Quanto olio rimane alla mia? -- avrebbe voluto domandare, ma non oso' chiederlo e restò in silenzio.
-- Che accadde dopo con la donna? -- domandò invece la Morte. Non c'era stata nessuna vampa, continuò il duca, anche se Artemisia gl'aveva fatto figurare un vigore insospettato coi gridi e con la voce rauca, nel tentativo d'avvicinarlo sull'orlo del precipizio. L'aliseo aveva finito di soffiare ed Artemisia ad essere presente nei suoi pensieri. Non aveva mai sentito una donna ansare come lei, malgrado il tempo delle prime avventure fosse oramai lontano. D'allora, ne aveva incontrate tante di femmine nelle città nei cui porti aveva gettato l'àncora ed attraccato. 
Donne che l'avevano aspettato per offrirsi a lui ma senza gridi, forse con qualche singulto qualcuna, perché non avevano bisogno di fingere, ma solo di scaldare il sangue freddo delle donne rimaste sole. Il duca continuò dicendo ch'aveva rinunciato a camurriarisi sopra la panza d'Artemisia per lasciarla ai bisogni degl'altri.
 Dopo, era uscito dalla casa d'Ariguccia Buonadonna, sentendosi investire sull'uscio dall'aria fresca della notte, dalla voce dei muri e dagli scricchiolii delle porte. Anche dai sospiri di uomini e donne che nel sonno avevano scordato le contrarietà della vita. 
Di giorno erano ciechi, volontariamente ciechi, per la tranquillità del cuore. L'angustie erano vissute al passato e mai al presente. Nessuno s'arriminava a dare un senso alla vita, ricerca questa quanto mai inutile, mai cominciata, oppure lasciata inconclusa. Vivevano, e tuttavia era una vita già vicina all'agonia.


continua


VINCENZO SAVOCA






A cura di Francesca Giordano

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Commenti

  1. "A mare calmo ogni babbasunazzo è marinaio, ma la tempesta rivela il duca."

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