Intelligenza artificiale: e se un giorno non sapessimo più pensare da soli? Di Dorotj Biancanelli, Roma
(Foto generata con strumenti di ai)
È ovvio che qualcosa di paradossale stia attraversando il nostro modo di vivere: più gli strumenti tecnologici diventano intelligenti, meno siamo costretti a utilizzare la nostra intelligenza. E ciò che inizialmente appare come una conquista potrebbe, con il tempo, trasformarsi in una forma di dipendenza alla quale oggi non prestiamo ancora la dovuta attenzione.
Non mi riferisco all'incapacità di ragionare, ma a una questione forse più delicata. Possiamo essere perfettamente in grado di analizzare un problema, sviluppare un'idea, trovare una soluzione e, tuttavia, scegliere di non farlo.
Il fatto è: per quale motivo dobbiamo impegnarci e perdere tempo a cercare soluzioni, mettendo nel giusto ordine i pensieri, quando uno strumento può compiere lo stesso lavoro in pochi attimi, offrendo risultati che, almeno in apparenza, sembrano rispondere perfettamente alle nostre esigenze?
È una domanda che mi pongo osservando quanto facilmente si finisca per delegare all'intelligenza artificiale anche ciò che, fino a poco tempo fa, avremmo affrontato autonomamente senza particolari problemi.
E non per mancanza di capacità, ma solo per comodità. Ed è proprio questa comodità a destarmi preoccupazione, perché nasconde una rinuncia sotto le sembianze di un vantaggio.
Il pensiero, del resto, non coincide soltanto con il risultato al quale arriviamo. È fatto di esitazioni, tentativi, contraddizioni, intuizioni che prendono forma mentre cerchiamo di comprendere qualcosa.
Ma attenzione, talvolta è proprio la difficoltà a costringerci a guardare un problema da una diversa angolazione e, se eliminiamo sistematicamente quella fatica, rischiamo di privarci anche di una parte dell'esperienza che ci permette di maturare intellettualmente.
Un'altra questione, forse ancora poco considerata, mi viene alla mente: l'uniformità del pensiero. Ognuno di noi possiede un modo personale di interpretare la realtà, influenzato dall'educazione, dalle esperienze, dalle sensibilità e persino dagli errori commessi.
Sono queste diversità che generano intuizioni originali, talvolta persino scomode, capaci di mettere in discussione convinzioni consolidate. Se milioni di persone cominciassero ad affidare sistematicamente l'elaborazione delle proprie idee agli stessi sistemi, non correremmo il rischio di ritrovarci con ragionamenti formalmente impeccabili, ma progressivamente più somiglianti tra loro? E allora quale valore conserverebbe un'opinione, se non fossimo più certi di averla maturata autonomamente?
E c'è una differenza sostanziale tra confrontarsi con un'opinione esterna e ricevere un pensiero già costruito.
Nel primo caso siamo chiamati a misurarci con qualcosa che potrebbe contraddirci; nel secondo possiamo essere tentati di adottare una conclusione semplicemente perché ci appare convincente. La capacità critica non consiste soltanto nel riconoscere una risposta sbagliata, ma anche nel saper mettere in discussione una risposta apparentemente giusta, perché esistono sfumature emotive, esperienze personali e contraddizioni interiori che non sempre possono essere comprese attraverso un'elaborazione razionale dei dati.
Naturalmente sarebbe assurdo rifiutare una tecnologia capace di ampliare le nostre conoscenze e di rendere accessibili possibilità fino a ieri impensabili. Il problema nasce quando uno strumento pensato per ampliare le nostre possibilità comincia, silenziosamente, a sostituire la nostra iniziativa intellettuale. Potremmo considerarlo un interlocutore con cui confrontare le nostre idee, anziché un sostituto al quale affidare il compito di pensare al posto nostro.
Forse dovremmo concederci più spesso il tempo di cercare una soluzione senza ricorrere immediatamente a un aiuto esterno. Anche sbagliare, cambiare opinione o restare temporaneamente senza una risposta appartiene all'esercizio dell'intelligenza.
La mia preoccupazione, in fondo, non è che un giorno le macchine sappiano fare tutto ciò che facciamo noi. È che, pur essendone ancora capaci, potremmo arrivare a domandarci da dove cominciare senza di loro.
E sarebbe davvero singolare se, dopo aver impiegato secoli a sviluppare strumenti per estendere le possibilità della mente umana, finissimo per trascurare proprio quella facoltà che ci ha permesso di inventarli.
Dorotj Biancanelli

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