Una figlia scrive sull'Alzheimer della madre

 





“IL TEMPO AL CONTRARIO”

                                                               È uno dei percorsi d’amore più profondi, dolorosi e totalizzanti che una figlia possa compiere

La sveglia suona sempre alla stessa ora, ma il giorno che ci aspetta non ha mai una forma precisa. Da quando l’Alzheimer si è accomodato nelle nostre vite, le nostre giornate non si misurano in ore, ma in respiri, ripetizioni e sguardi. Oggi mia madre ha ottantadue anni, ma stamattina, mentre le spazzolavo i capelli, nei suoi occhi ne ho letti quattro. 
Vivere con l’Alzheimer è come assistere a un miracolo al contrario: la persona che ti ha messo al mondo, che ti ha insegnato a stare dritta e a difenderti dalla vita, rimpicciolisce giorno dopo giorno. Diventa una bambina. Ma è una bambina speciale, che porta addosso il peso di un corpo stanco e i frammenti di una storia che non ricorda più come unire.
La quotidianità è fatta di rituali lentissimi. C’è una strana, dolcissima tenerezza nello scegliere per lei il maglione più morbido, il vestito più bello, nel proteggerla da un mondo che è diventato troppo veloce e rumoroso. In quei momenti, il motivo per cui lo faccio è limpido come l’acqua: è la lingua di un amore che ha dovuto imparare un alfabeto completamente nuovo.
Ma non ci sono solo le carezze e i baci. Ci sono i giorni bui, quelli in cui la rabbia nella sua testa si fissa su un pensiero, un binario morto da cui non riesce a deviare. È il "loop". «Dov’è la mia giacchetta? Voglio andare a casa mia», mi ripete per la decima volta in cinque minuti. Cerco di spiegarle che è già a casa, che è al sicuro. Ma le mie parole non trovano un porto. 
Più cerco di farle capire la realtà, più quella realtà le sembra un inganno. Ed è lì che scatta la rabbia, una rabbia bambina, fatta di frustrazione pura, di un pianto lento, di sguardi smarriti che mi vedono come una nemica, un’estranea che le sta nascondendo qualcosa.
In quei momenti difficili, lo confesso, il respiro si fa corto. Sento la stanchezza delle notti insonni che mi pesa sulle spalle e una domanda che mi urla dentro: perché?
Poi, d’un tratto, la tempesta passa così com’è arrivata. Mia madre mi guarda, la rabbia svanisce e torna quel candore indifeso. Mi stringe la mano e mi dice: «Tu chi sei? Però mi piaci».
Ecco perché sono qui, perché siamo qui io e le mie sorelle, ogni singolo giorno.
Perché anche se lei non sa più chi siamo noi... noi sappiamo perfettamente chi è lei..
E finché avremo voce, saremo noi la sua memoria.

Luciana Carrera

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