Capita di scegliere un film per
il titolo che incuriosisce o per l’attore protagonista che si apprezza: il film
“I figli della scimmia” premio Orizzonti a Venezia 83 per la sceneggiatura di
Tommaso Landucci e Damiano Femfert e attore protagonista Riccardo Scamarcio è
uno di questi. Tommaso Landucci (prodotto da James Ivory), è un film
d’esordio che ruba il titolo all’omonima fiaba di Esopo, storia di una scimmia
che ha due cuccioli; uno lo ama e lo nutre, l’altro no.
Una storia che da subito si pone
nell’ottica della quotidianità più obsoleta ma anche drammatica: quella di una
coppia che deve affrontare la grave disabilità del figlio Enrico (interpretato
dal paraplegico Andrea Aggio).
Scamarcio è un padre accudente e amorevole ma
che non può non sentirsi proteso verso le aspirazioni genitoriali di vedere un
figlio maturare ed avere degli interessi: per questo è attento e vicinissimo ai
bisogni del nipote adolescente Giacomo (Tancredi Naldini), figlio
del fratello .Il ragazzino non è brillante a scuola e non ama suonare il
flauto: motivi questi che provocano dei rimproveri da parte dei genitori,
specie del padre che vorrebbe gestire completamente la vita del figlio
L’intromissione dello zio nella
vita di Giacomo, che ne solletica la voglia di guidare una moto e fare delle
gare come lui stesso aveva a suo tempo fatto, provoca dei dissapori con il fratello,
che si sente esautorato dalla sua potestà genitoriale.
In realtà Dario (Riccardo
Scamarcio) non abbandona il figlio e quella che si concede è solo una parentesi
in cui sognare di poter fare una vita normale con un adolescente.
Bravo nella sua disperata
interpretazione in cui la rabbia repressa diventa a volte sfogo quasi comico,in
una città grigia e trafficata e dove la pioggia ricorrente sembra voler segnare
una barriera ideale tra la sua vita e il resto che è fuori. Spesso si
inquadrano gli interni dove si prestano le cure o si fa il bagno a Enrico il
cui lamento è già di per sé angosciante .I primi piani di Dario rivelano uno sguardo intenso che fa intuire
la sofferenza interiore di un padre che ama teneramente questo figlio e che si
addolora possibile per la sua situazione, anche se cerca di rendergli la vita
il più normale.
La colonna sonora è praticamente
inesistente: non c’è bisogno di alcuna sottolineatura di intensità perché già
le vicende e le situazioni sono coinvolgenti ed emozionanti.
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