Terapie intensive, sei anni dopo il Covid: l’Italia ha davvero imparato la lezione?

Infografica sulle terapie intensive in Italia con il confronto tra 5.179 posti letto pre-pandemia e 8.785 posti rilevati nel 2025
Il potenziamento delle terapie intensive italiane dopo la pandemia: più posti letto rispetto al 2020, mentre resta centrale la disponibilità di medici e infermieri specializzati.

La pandemia di Covid-19 ha lasciato molte ferite, ma anche una lezione che non dovremmo dimenticare: un sistema sanitario può trovarsi improvvisamente davanti a una domanda di cure molto superiore alla propria capacità di risposta. Nel marzo 2020 abbiamo visto ospedali sotto una pressione che sembrava impensabile soltanto poche settimane prima. Oggi i posti di terapia intensiva in Italia sono molti più di allora e una parte importante del programma di potenziamento è stata realizzata. Ma la domanda da porsi è un'altra: se domani arrivasse una nuova grande emergenza sanitaria, avremmo soltanto più letti oppure anche abbastanza medici e infermieri per farli funzionare?

Pier Carlo Lava

Nel 2020 l'Italia partiva da 5.179 posti

È opportuno innanzitutto correggere un dato che, a distanza di anni, viene spesso ricordato in maniera imprecisa.

Prima dell'emergenza Covid l'Italia disponeva di 5.179 posti letto di terapia intensiva, secondo i dati utilizzati nella programmazione nazionale successiva alla pandemia. L'obiettivo stabilito nel 2020 fu quello di aggiungerne 3.500, portando la dotazione strutturale teorica a 8.679 posti.

Il numero vicino a 4.000 che molti ricordano riguarda invece soprattutto un altro dato drammatico: il 3 aprile 2020 erano contemporaneamente occupati da pazienti Covid 4.068 posti di terapia intensiva. In altre parole, soltanto i malati Covid arrivarono ad assorbire una quota enorme della capacità ordinaria disponibile, mentre naturalmente continuavano ad esistere infarti, ictus, incidenti stradali, interventi chirurgici complessi e tutte le altre patologie che potevano richiedere cure intensive.

Fu questo uno dei motivi della pressione eccezionale esercitata sugli ospedali, soprattutto nelle zone maggiormente investite dalla prima ondata.

La Germania disponeva di una capacità enormemente superiore

Il confronto con la Germania aiuta a capire quanto fosse fragile la posizione italiana.

Secondo i dati internazionali raccolti dall'OCSE, prima della pandemia la Germania disponeva di circa 33-34 letti di terapia intensiva ogni 100.000 abitanti, una delle dotazioni più elevate d'Europa.

Il confronto numerico assoluto dipende dalle definizioni utilizzate per classificare i letti di terapia intensiva nei diversi Paesi, e per questo è meglio evitare confronti troppo semplicistici come "4.000 contro 14.000". Il divario, tuttavia, era indiscutibile e molto ampio.

La Germania entrò nella pandemia disponendo di una capacità intensiva pro capite nettamente superiore a quella italiana e riuscì inoltre ad aumentarla ulteriormente durante l'emergenza.

Quando i posti non bastavano

La parte più drammatica della prima ondata fu rappresentata dal rischio concreto che le necessità dei pazienti superassero le risorse immediatamente disponibili.

In alcune delle aree maggiormente colpite, soprattutto in Lombardia, gli ospedali dovettero affrontare una concentrazione di malati gravissimi mai sperimentata in precedenza.

È importante però evitare una semplificazione: non esisteva una regola secondo cui "si curavano i giovani e si lasciavano morire gli anziani".

Durante una situazione di grave scarsità delle risorse, le decisioni cliniche potevano necessariamente considerare diversi elementi, tra cui probabilità di beneficio dal trattamento intensivo, condizioni cliniche, comorbilità, gravità e possibilità di sopravvivenza. L'età poteva entrare nella valutazione clinica complessiva, ma non rappresentava automaticamente l'unico criterio.

Il problema etico emerso in quei giorni rimane comunque enorme: quando una risorsa salvavita diventa insufficiente rispetto al numero delle persone che ne hanno bisogno, i medici possono essere costretti a prendere decisioni che in condizioni normali non dovrebbero essere necessarie.

Oggi siamo intorno agli 8.800 posti

La situazione è profondamente cambiata.

Un monitoraggio ufficiale Ministero della Salute-Istituto Superiore di Sanità del 12 febbraio 2025 riportava una disponibilità nazionale di 8.785 posti di terapia intensiva.

Significa circa 3.600 posti in più rispetto ai 5.179 della fase pre-Covid, un incremento vicino al 70%.

Il numero è particolarmente significativo perché è sostanzialmente in linea con l'obiettivo fissato dopo la pandemia: portare il sistema italiano intorno a 8.679 posti strutturali, corrispondenti allo standard programmato di circa 0,14 posti ogni mille abitanti, cioè 14 ogni 100.000.

Da questo punto di vista, dunque, la lezione del Covid ha prodotto un cambiamento strutturale reale.

Non soltanto terapia intensiva: la "riserva" delle semi-intensive

Il progetto nato dopo il Covid non prevedeva solamente l'aumento delle terapie intensive.

Il decreto legge 34 del 2020 stabilì anche la riqualificazione di almeno 4.225 posti di area medica in terapia semi-intensiva, prevedendo che almeno la metà potesse essere convertita rapidamente in terapia intensiva in presenza di una nuova emergenza.

Il principio è importante: un Paese non può mantenere permanentemente decine di migliaia di letti intensivi inutilizzati nell'attesa della prossima pandemia. Deve però possedere una capacità elastica, cioè strutture, impianti e apparecchiature che consentano di aumentare rapidamente i posti disponibili quando necessario.

Il PNRR ha successivamente incorporato una parte di questo programma. Il portale ufficiale del Ministero della Salute riporta, con aggiornamento al 17 settembre 2026, come raggiunto il target relativo alla messa a disposizione o conversione di almeno 5.922 posti tra terapia intensiva e semi-intensiva, dei quali almeno 2.368 riferiti alla terapia intensiva nell'ambito dello specifico obiettivo PNRR.

Attenzione: questi numeri indicano gli interventi oggetto del target PNRR e non vanno sommati agli 8.785 letti nazionali, perché si tratta di grandezze e sistemi di monitoraggio differenti.

Il vero problema adesso sono anche le persone

Ed è qui che emerge probabilmente la questione più importante.

Una terapia intensiva non è semplicemente un letto collegato a un ventilatore.

Per funzionare ha bisogno 24 ore su 24 di anestesisti-rianimatori, infermieri con competenze intensive, operatori sanitari, apparecchiature, diagnostica, farmaci, ossigeno e organizzazione ospedaliera.

Si possono acquistare ventilatori, costruire stanze e installare monitor in tempi relativamente brevi. Formare un anestesista-rianimatore o un infermiere esperto di terapia intensiva richiede invece anni.

La stessa OCSE, analizzando le lezioni della pandemia europea, ha evidenziato come una delle difficoltà persistenti sia proprio quella di avere personale sufficiente per utilizzare concretamente tutti i letti disponibili.

Per questo 8.800 letti fisicamente disponibili non significano necessariamente 8.800 letti immediatamente attivabili contemporaneamente in qualsiasi situazione e in qualsiasi Regione.

Abbiamo quindi imparato la lezione?

Sul piano delle infrastrutture, l'Italia oggi è decisamente più attrezzata rispetto al febbraio 2020.

Passare da 5.179 a circa 8.800 posti significa avere costruito un margine di sicurezza molto maggiore. A questo si aggiunge una rete di semi-intensive progettata almeno in parte per essere rapidamente riconvertibile durante un'emergenza.

Ma il Covid ci ha insegnato anche che la capacità sanitaria non si misura soltanto contando i letti.

La prossima grande emergenza – che ci auguriamo non arrivi – metterebbe alla prova almeno quattro elementi contemporaneamente: numero dei posti disponibili, distribuzione territoriale, capacità di aumentarli rapidamente e soprattutto disponibilità del personale necessario per farli funzionare.

Ed è probabilmente quest'ultimo il punto sul quale bisogna continuare a lavorare.

Perché il vero indicatore della sicurezza sanitaria di un Paese non è quanti letti possiede sulla carta, ma quanti pazienti può realmente assistere, contemporaneamente e con personale adeguato, quando arriva il momento peggiore.

La pandemia del 2020 ci trovò impreparati di fronte a un evento eccezionale. Sei anni dopo abbiamo molti più posti di terapia intensiva e una struttura potenzialmente più resistente.

La lezione, dunque, è stata recepita almeno in parte e ha prodotto risultati concreti. Ma per poter dire che sia stata imparata fino in fondo occorre che dietro ogni nuovo posto letto ci siano anche le persone capaci di renderlo realmente operativo.

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GEO: Italia – Sanità – Servizio Sanitario Nazionale

Fonti: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, PNRR Salute, OCSE.

Approfondimenti: Il Ministero della Salute indica tra gli obiettivi del potenziamento post-Covid l'incremento strutturale delle terapie intensive e la conversione di almeno 4.225 posti di area medica in semi-intensiva. Il target PNRR relativo ad almeno 5.922 posti forniti o convertiti in terapia intensiva e semi-intensiva risulta raggiunto entro giugno 2026.

Alessandria Post: https://piercarlolava.blogspot.com/

Descrizione immagine: Elaborazione grafica dedicata all'aumento dei posti letto di terapia intensiva in Italia dopo l'emergenza Covid-19 e alla necessità di garantire personale sanitario specializzato.

Crediti: Immagine generata con Intelligenza Artificiale – ChatGPT/OpenAI.

 


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