Prima della polvere: scrivere per fermare il tempo. Poesia di Giuseppina De Biase

Quaderno aperto con penna, candela accesa, libri e foglie d’autunno davanti a un tramonto, immagine ispirata alla poesia Prima della polvere di Giuseppina De Biase.
Una pagina scritta, una candela accesa e le foglie d’autunno mentre il giorno lentamente scompare: un’immagine ispirata alla poesia Prima della polvere di Giuseppina De Biase, dove la scrittura diventa memoria e tentativo di trattenere gli istanti prima che il tempo li porti via.

Ci sono poesie che cercano la parola sorprendente e altre che scelgono una strada apparentemente più semplice: guardare ciò che passa e provare a trattenerlo. Prima della polvere di Giuseppina De Biase, autrice che collabora con Alessandria Post e ItalianNewsPost, appartiene a questa seconda dimensione. È una poesia sulla scrittura, ma ancora prima è una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla necessità profondamente umana di lasciare una traccia del nostro passaggio. La poesia è stata pubblicata dall'autrice il 25 settembre 2026 su ItalianNewsPost ed è datata 23 settembre. italianewspost.com

Pier Carlo Lava

Prima della polvere

di Giuseppina De Biase

Non scrivo per sentirmi una poetessa

Scrivo solo per fermare il tempo

perché tutto corre troppo forte.

Voglio guardare le cose da vicino

il momento prima che faccia notte

il rumore che fa il silenzio

Il respiro leggero del vento d’autunno

la prima stella che trema nel buio

il battito lento di una foglia che cade.

Scrivere per me è dare un nome alle cose che ho dentro

a quelle che non riesco a dire a voce

perché la carta sa ascoltare senza interrompere.

A volte significa fare ordine nel disordine

salvare i frammenti della mia storia

e dare loro un posto sicuro

dove nessuno può portarmeli via.

Scrivo perché la vita passa in fretta

come una candela che si consuma in una stanza

e io voglio ricordare la forma della cera mentre sparisce.

È solo il mio modo per dire alla polvere

che un tempo siamo stati vivi

e abbiamo tremato.

Giuseppina De Biase
23 settembre 2026 italianewspost.com

La scrittura come argine contro il tempo

Il primo verso contiene già una dichiarazione poetica: «Non scrivo per sentirmi una poetessa».

Giuseppina De Biase sembra voler togliere immediatamente ogni distanza tra chi scrive e chi legge. Non rivendica un ruolo, non cerca un'etichetta. Ci dice invece perché scrive: per fermare il tempo.

Naturalmente nessuno può realmente fermarlo. Ed è proprio questa impossibilità a dare forza alla poesia. Scrivere diventa il tentativo di salvare qualcosa prima che scompaia.

La poetessa non vuole possedere il tempo: vuole osservarlo.

Ed ecco allora comparire una serie di immagini piccole e quotidiane: la notte che sta arrivando, il silenzio, il vento d'autunno, una stella, una foglia che cade. Sono istanti apparentemente insignificanti che acquistano valore proprio perché destinati a finire.

«Il rumore che fa il silenzio»

Tra le immagini più riuscite c'è quella del «rumore che fa il silenzio».

È un'apparente contraddizione, ma racconta qualcosa che conosciamo bene. Il silenzio non è necessariamente assenza. Talvolta è proprio quando intorno a noi tutto tace che diventano più forti i pensieri, i ricordi e le emozioni.

La poesia procede così attraverso sensazioni leggere.

Il vento respira, la stella trema, la foglia sembra avere un battito.

La natura viene umanizzata, mentre l'essere umano sembra quasi confondersi con essa. Tutto è fragile, tutto cambia, tutto passa.

La carta che sa ascoltare

Poi la poesia entra in una dimensione ancora più intima.

Scrivere significa dare un nome alle cose che abbiamo dentro e che qualche volta non riusciamo a pronunciare.

La carta possiede allora una qualità bellissima: ascolta senza interrompere.

È forse il passaggio nel quale molti lettori possono riconoscersi maggiormente. Non occorre essere poeti per aver sperimentato almeno una volta la sensazione che mettere qualcosa per iscritto aiuti a comprenderla.

Una paura, un dolore, un amore, un ricordo: quando trovano una parola, in qualche modo cambiano.

Non necessariamente scompaiono, ma diventano riconoscibili.

Ed è significativo che De Biase parli subito dopo di «fare ordine nel disordine» e di salvare i frammenti della propria storia.

La scrittura diventa così una specie di archivio dell'anima.

La candela e la vita che si consuma

Nella parte conclusiva arriva l'immagine più potente della poesia: quella della candela che lentamente si consuma.

La metafora della candela associata alla vita appartiene a una tradizione antichissima, ma De Biase introduce un particolare personale: non vuole soltanto ricordare la candela.

Vuole ricordare la forma della cera mentre sparisce.

Ed è qui che la poesia acquista una profondità particolare.

Non si tenta più soltanto di conservare ciò che è stato. Si cerca di osservare persino il processo della perdita, quell'istante quasi impercettibile nel quale qualcosa esiste ancora ma sta già diventando ricordo.

È precisamente il territorio indicato dal titolo: prima della polvere.

«Un tempo siamo stati vivi»

Gli ultimi versi cambiano la prospettiva dell'intera composizione.

La polvere diventa inevitabilmente il simbolo del tempo ultimo, della scomparsa e della materia che ritorna materia.

Ma la poesia non termina sulla morte.

Termina sulla vita.

Dire alla polvere che siamo stati vivi significa opporre alla cancellazione definitiva una testimonianza: io sono passato di qui, ho osservato, ho amato, ho sofferto, ho avuto paura, ho ricordato.

Soprattutto, abbiamo tremato.

È una parola particolarmente felice per chiudere il testo perché tremare può significare moltissime cose. Si trema per paura e per freddo, ma anche per emozione, desiderio, commozione e amore.

Tremare significa essere vulnerabili.

E proprio perché vulnerabili, essere vivi.

Una poesia semplice solo in apparenza

Prima della polvere utilizza un linguaggio accessibile e quasi confidenziale. Non cerca costruzioni elaborate né immagini volutamente oscure. La sua forza risiede nella progressione del pensiero: parte dal bisogno individuale di scrivere e arriva alla domanda universale su che cosa rimanga di noi quando il tempo è passato.

La risposta di Giuseppina De Biase non è monumentale.

Restano frammenti.

Una foglia, una stella, una candela consumata, qualche parola affidata alla carta.

Ma forse è proprio questo il senso più autentico della poesia: non sconfiggere il tempo, impresa impossibile, bensì salvare qualcosa prima che diventi polvere.

E lasciare scritto, da qualche parte, che siamo stati qui.

Che siamo stati vivi.

E che, almeno una volta, abbiamo tremato.

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GEO: Italia

Autrice: Giuseppina De Biase

Pubblicato su:
ItalianNewsPost – Prima della polvere

Alessandria Post:
Alessandria Post

ItaliaNewsPost:
ItalianNewsPost

Immagine generata con I.A.



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