Politica italiana: gli statisti guardavano alle prossime generazioni, i politici alle prossime elezioni?
| Dal pensiero rivolto alle prossime generazioni alla ricerca del consenso immediato: una rappresentazione simbolica della trasformazione della politica italiana. |
C'è una differenza profonda tra amministrare il presente e governare pensando al futuro. Nel Novecento l'Italia ha conosciuto personalità politiche profondamente diverse tra loro, spesso divise da contrapposizioni ideologiche durissime, ma capaci in alcuni momenti decisivi di riconoscere che sopra l'interesse di un partito esisteva quello del Paese. Oggi la sensazione, sempre più diffusa, è che l'orizzonte della politica si sia accorciato: dalla prossima generazione alla prossima elezione, qualche volta addirittura al prossimo sondaggio o al prossimo post sui social. Ma è davvero soltanto colpa dei politici? O una parte della responsabilità riguarda anche noi elettori e la nostra memoria sempre più corta?
Pier Carlo Lava
Non bisogna cadere nella tentazione di idealizzare il passato. La politica italiana del Novecento non era un salotto nel quale avversari sorridenti si scambiavano cortesie. Ci furono scontri durissimi, divisioni ideologiche profonde e stagioni drammatiche. Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per esempio, rappresentavano concezioni politiche e internazionali radicalmente differenti. Eppure uomini provenienti da culture politiche lontanissime furono protagonisti della costruzione della Repubblica e della Costituzione.
Accanto a loro possiamo ricordare Luigi Einaudi, Aldo Moro, Enrico Berlinguer e molte altre personalità che sarebbe semplicistico racchiudere sotto un'unica etichetta. Non erano infallibili e le loro scelte possono essere discusse ancora oggi. Ma una caratteristica accomunava almeno una parte di quella classe dirigente: la politica era anche costruzione di una prospettiva.
Dalla prossima generazione alla prossima elezione
È probabilmente questo il punto centrale.
Uno statista dovrebbe domandarsi che cosa produrrà una decisione fra dieci, venti o trent'anni. Un politico concentrato prevalentemente sul consenso immediato è invece incentivato a domandarsi quale effetto avrà quella stessa decisione sul prossimo sondaggio.
Naturalmente la distinzione non può essere trasformata in una regola assoluta: esistevano politici interessati soprattutto al consenso anche cinquant'anni fa ed esistono oggi amministratori capaci di ragionare sul lungo periodo. Ma il sistema della comunicazione politica è profondamente cambiato.
La personalizzazione della politica è un fenomeno studiato da tempo. Treccani osserva come televisione e successivamente Internet abbiano progressivamente spostato l'attenzione anche dalla struttura politica alla figura del leader, mentre la comunicazione attraverso i social ha accentuato personalizzazione, disintermediazione, semplificazione e velocità.
La stessa idea di “campagna permanente” aiuta a comprendere il fenomeno: la competizione per il consenso non termina più davvero con le elezioni, perché accompagna anche l'attività di governo.
Ed è qui che nasce uno dei problemi della politica contemporanea.
Parlare alla pancia è più facile che spiegare la complessità
Una società moderna è terribilmente complicata. Pensioni, sanità, fiscalità, immigrazione, sicurezza, energia, transizione ambientale, lavoro, salari, produttività, scuola, difesa e debito pubblico non possono essere seriamente spiegati con uno slogan.
Ma uno slogan arriva immediatamente.
“Abbasseremo le tasse.”
“Aumenteremo le pensioni.”
“Metteremo più soldi nella sanità.”
“Aumenteremo gli stipendi.”
“Riduceremo il debito.”
Presi singolarmente possono essere obiettivi politici perfettamente legittimi. Il problema arriva quando vengono presentati tutti contemporaneamente senza spiegare quanto costano, dove verranno trovate le risorse e quali alternative dovranno essere sacrificate.
Perché governare significa soprattutto scegliere.
E scegliere significa inevitabilmente stabilire delle priorità.
C'è un numero che dovrebbe accompagnare ogni promessa: quanto costa?
Questo è particolarmente importante in un Paese come l'Italia.
Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, la previsione tendenziale contenuta nel Documento di Finanza Pubblica 2026 indica per quest'anno un debito pubblico pari al 138,6% del PIL. Eurostat ha rilevato che alla fine del primo trimestre 2026 il rapporto debito/PIL italiano era al 138,9%, uno dei livelli più elevati dell'Unione europea.
La Commissione europea, nelle previsioni di primavera pubblicate il 21 maggio, stima inoltre una crescita reale italiana dello 0,5% nel 2026 e un debito al 138,5% del PIL a fine anno, con un ulteriore aumento previsto nel 2027. Sono previsioni e dunque potranno cambiare, ma descrivono comunque uno spazio di finanza pubblica che non è infinito.
Questo non significa che un governo non possa ridurre una tassa, aumentare una pensione o finanziare maggiormente la sanità. Significa semplicemente che ogni euro promesso deve essere trovato da qualche parte: attraverso maggiori entrate, minori spese in altri settori, maggiore crescita, nuovo deficit oppure una diversa distribuzione delle risorse disponibili.
La politica seria dovrebbe spiegare anche questo.
La memoria corta della politica
E arriviamo a un altro elemento forse ancora più delicato: la memoria degli elettori e, più in generale, del dibattito pubblico.
Una promessa clamorosa può dominare televisioni, giornali e social per giorni. Può diventare uno slogan ripetuto centinaia di volte. Può contribuire a costruire consenso.
Poi passano le elezioni.
Passano i mesi.
Arrivano nuove emergenze, nuovi slogan, nuove polemiche e nuove promesse. Quella precedente lentamente scompare.
Non necessariamente perché gli elettori siano ingenui. Il problema riguarda anche un sistema dell'informazione nel quale gli argomenti vengono consumati con enorme rapidità. La comunicazione attraverso i social, come osservato negli studi sulla comunicazione politica, ha ulteriormente accentuato proprio velocizzazione e semplificazione.
Così può accadere che una promessa non mantenuta venga dimenticata molto prima delle elezioni successive.
E magari, quando si torna alle urne, viene formulata una nuova promessa altrettanto straordinaria.
È sempre colpa di quelli che c'erano prima
Esiste poi un meccanismo vecchio quanto la politica.
Quando una nuova maggioranza arriva al governo scopre l'“eredità” ricevuta dalla precedente.
Talvolta è assolutamente vero. Le decisioni economiche producono effetti negli anni successivi, un debito non scompare con un'elezione e un investimento sbagliato può condizionare più legislature. Sarebbe quindi scorretto pretendere che ogni governo riparta da una pagina completamente bianca.
Ma l'eredità ricevuta non può diventare un alibi senza scadenza.
Un governo appena insediato può legittimamente spiegare: abbiamo trovato questa situazione.
Dopo un anno dovrà però cominciare a spiegare anche: abbiamo fatto questo.
Dopo alcuni anni sarà ancora più importante domandare: quali risultati sono stati ottenuti?
E alla conclusione di una legislatura il giudizio dovrebbe riguardare inevitabilmente il rapporto tra quello che era stato promesso, quello che era realisticamente possibile realizzare e quello che è stato effettivamente realizzato.
Questo principio dovrebbe valere per chiunque governi: destra, centro o sinistra.
Anche il rispetto dell'avversario sembra essere diventato più difficile
C'è infine un'altra differenza che merita attenzione.
L'avversario politico è sempre stato combattuto. Ma esiste una differenza fondamentale tra contestare le idee di una persona e delegittimare continuamente la persona stessa.
La logica della comunicazione contemporanea premia spesso lo scontro. Una dichiarazione moderata difficilmente diventa virale; un insulto, una provocazione o una frase estrema hanno molte più possibilità di conquistare spazio.
Il risultato rischia di essere una politica nella quale non basta più dire “ritengo sbagliata la tua proposta”. Bisogna dimostrare che chi l'ha avanzata è incapace, irresponsabile, pericoloso o moralmente inferiore.
E quando ogni avversario diventa un nemico, diventa molto più difficile trovare un accordo persino sulle questioni che dovrebbero sopravvivere alle maggioranze: scuola, sanità, infrastrutture, energia, politica industriale, ricerca, demografia, debito pubblico.
Sono problemi che richiedono decenni. Le legislature, invece, durano al massimo cinque anni.
Uno statista dovrebbe saper dire anche “no”
Forse proprio qui possiamo recuperare il significato della parola statista.
Non necessariamente il politico più popolare. Non quello che promette di più. E neppure quello che riesce meglio a conquistare televisioni e social.
Uno statista dovrebbe essere soprattutto qualcuno capace di guardare oltre il proprio mandato.
E qualche volta dovrebbe avere persino il coraggio di pronunciare la frase politicamente più difficile:
“Questo non possiamo permettercelo.”
Oppure:
“Questo sacrificio è necessario oggi perché produrrà un beneficio fra dieci anni.”
Sono frasi molto meno seducenti di una promessa.
Probabilmente fanno perdere qualche consenso.
Ma governare un Paese non significa soltanto interpretare ciò che i cittadini desiderano oggi. Significa anche assumersi la responsabilità di ciò che troveranno domani.
Ma la responsabilità non è soltanto della politica
Sarebbe però troppo comodo concludere accusando esclusivamente i politici.
In una democrazia la qualità della politica dipende anche dalla qualità della domanda che arriva dagli elettori.
Se premiamo sempre chi promette di più, avremo politici incentivati a promettere sempre di più.
Se dimentichiamo quello che ci è stato promesso cinque anni prima, riduciamo il costo politico delle promesse non mantenute.
Se consideriamo ogni compromesso un tradimento, renderemo sempre più difficile trovare compromessi.
Se giudichiamo una proposta esclusivamente sulla base di quanto ci conviene personalmente nell'immediato, sarà molto difficile chiedere alla politica di pensare alle generazioni future.
Forse dovremmo quindi recuperare un'abitudine molto semplice: ricordare.
Quando arriva una nuova campagna elettorale, prima di ascoltare le nuove promesse dovremmo recuperare quelle precedenti.
Che cosa avevi promesso?
Che cosa hai realizzato?
Che cosa non hai realizzato?
Quanto sarebbe costato?
Perché non è stato fatto?
E soprattutto: che cosa proponi oggi e con quali risorse pensi di farlo?
Non sono domande di destra o di sinistra. Sono domande che un cittadino dovrebbe poter rivolgere a chiunque chieda il suo voto.
Perché forse gli statisti non sono semplicemente scomparsi. Forse è cambiato anche l'ambiente nel quale la politica deve sopravvivere.
E allora la domanda iniziale ne genera inevitabilmente un'altra: vogliamo davvero politici capaci di dirci anche verità scomode oppure preferiamo chi ci promette esattamente ciò che desideriamo sentirci dire?
La risposta non riguarda soltanto chi siede in Parlamento o a Palazzo Chigi.
Riguarda anche noi.
===============================
Nota: Ricerche effettuate con il supporto dell’intelligenza artificiale, sulla base di fonti istituzionali e autorevoli, e sottoposte a verifica e revisione editoriale.
Una riflessione sulla trasformazione della politica italiana, dal ruolo degli statisti alla ricerca del consenso immediato, tra promesse elettorali, memoria degli elettori, debito pubblico e responsabilità di governo.
Alessandria Post: https://piercarlolava.blogspot.com/
Italia News Post: https://italianewspost.com/
Composizione editoriale divisa tra passato e presente. A sinistra il richiamo alla stagione degli statisti e alla politica della visione; al centro un bivio simbolico; a destra la politica contemporanea tra promesse, slogan, social network e ricerca del consenso.
Fonte: Immagine originale creata con intelligenza artificiale per la redazione di Alessandria Post.
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post