Lo steddazzu di Cesare Pavese: quando l’alba non porta più speranza

Lo steddazzu di Cesare Pavese, uomo solo davanti al mare all’alba accanto a un fuoco
Immagine ispirata a Lo steddazzu di Cesare Pavese: il mare, l’alba, una stella e la solitudine dell’uomo che attende l’inizio di un nuovo giorno.

Ci sono poesie nelle quali la solitudine viene raccontata e altre nelle quali diventa quasi un luogo fisico, un paesaggio nel quale il lettore entra e rimane. “Lo steddazzu” di Cesare Pavese appartiene a questa seconda categoria. Il mare ancora buio, il fuoco acceso sulla riva, l’ultima stella sospesa nel cielo e soprattutto quell’“uomo solo” che non aspetta più nulla costruiscono una delle rappresentazioni più intense della solitudine e dell’inutilità dell’attesa. Non è soltanto tristezza: è la sensazione, molto più profonda, che il giorno che sta per cominciare sia già identico a quello appena trascorso.

Pier Carlo Lava

Pavese compose “Lo steddazzu” a Brancaleone Calabro tra il 9 e il 12 gennaio 1936, durante il periodo del confino imposto dal regime fascista. La poesia entrò poi in Lavorare stanca. Il titolo deriva dal dialetto di Brancaleone: “steddazzu” indica la stella del mattino, quella presenza che resiste nel cielo mentre la notte sta cedendo il posto al giorno.

Ed è proprio una stella, apparentemente marginale nel grande scenario del mare e dell’alba, a diventare una delle immagini fondamentali della poesia.

Il protagonista non ha nome. Pavese lo chiama semplicemente “l’uomo solo”.

Questa scelta rende immediatamente universale la scena. Quell’uomo è certamente vicino all’esperienza personale dello scrittore confinato in Calabria, lontano da Torino e dal proprio mondo, ma nello stesso tempo può rappresentare chiunque abbia attraversato uno di quei periodi della vita nei quali il futuro sembra avere smesso di promettere qualcosa.

Intorno a lui c’è un paesaggio che dovrebbe essere meraviglioso.

Il mare è ancora buio, le stelle stanno scomparendo, dalla riva sale un tepore, un fuoco acceso con alcuni rami colora di rosso il terreno. Tra poco anche il mare sarà illuminato dal sole.

Normalmente l’alba è uno dei simboli più antichi della speranza. La notte finisce, nasce un nuovo giorno, qualcosa può ricominciare.

Pavese capovolge completamente questa simbologia.

Qui l’alba non porta speranza perché il protagonista sa già, o almeno sente, che nulla accadrà.

Ed è proprio questa espressione a diventare il cuore della poesia.

Il nulla ritorna continuamente. Nulla può accadere. Nulla accadrà. Domani arriverà un’altra alba e sarà nuovamente come ieri.

Il tempo non conduce verso qualcosa: semplicemente passa.

Per questo uno dei versi più duri dell’intero componimento è quello dedicato alla lentezza:

“La lentezza dell’ora / è spietata, per chi non aspetta più nulla.”

È una straordinaria intuizione psicologica.

Il tempo può correre quando abbiamo qualcosa da fare, qualcuno da incontrare, un progetto da realizzare. Ma quando non attendiamo niente, ogni minuto sembra dilatarsi.

E allora persino il sorgere del sole diventa quasi inutile.

Pavese arriva infatti alla domanda centrale:

“Val la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata cominci?”

Non è soltanto la domanda dell’uomo che osserva il mare di Brancaleone. È una domanda molto più grande, quasi esistenziale: che significato ha un nuovo giorno quando non riusciamo più a immaginare qualcosa che possa renderlo diverso dal precedente?

Pavese non costruisce una scena drammatica nel senso tradizionale. Non accade praticamente nulla.

Ed è precisamente questo il dramma.

Non accade nulla.

Persino il fuoco acceso dall’uomo assume allora un significato diverso. Non serve soltanto per scaldarsi. Pavese precisa che l’uomo rimane davanti a quella fiamma “per fare qualcosa”.

Tre parole apparentemente semplicissime che racchiudono una parte enorme della poesia.

Quando il tempo sembra vuoto, l’essere umano cerca un gesto che gli permetta di attraversarlo.

Accendere un fuoco. Guardare il mare. Preparare una pipa.

Ed è proprio la pipa a creare una sorta di cerchio narrativo.

All’inizio del componimento pende spenta tra i denti dell’uomo. Alla fine, quando l’ultima stella scompare dal cielo, l’uomo lentamente la prepara e l’accende.

Non è successo nulla.

Eppure il giorno è cominciato.

Non c’è una soluzione improvvisa, non arriva qualcuno dalla strada, non nasce una speranza inattesa. Pavese evita qualsiasi consolazione artificiale.

Rimane soltanto quel piccolo gesto quotidiano.

L’uomo accende la pipa.

Forse è proprio questa semplicità a rendere Lo steddazzu una poesia ancora così potente.

Pavese racconta una condizione profondamente umana: quella di chi continua a vivere anche quando non riesce a vedere davanti a sé qualcosa da attendere.

La natura, intanto, continua indifferente il proprio ciclo.

La stella scompare.

Il mare si illumina.

Il sole sorge.

Domani accadrà nuovamente.

C’è un contrasto doloroso tra il movimento eterno della natura e l’immobilità interiore dell’uomo. Il mondo continua a trasformarsi mentre, dentro di lui, tutto sembra fermo.

Eppure proprio nell’ultima immagine rimane una minuscola azione: preparare la pipa e accenderla.

Pavese non dice che sia speranza.

Probabilmente sarebbe troppo.

Ma è comunque un gesto.

E forse basta questo per spiegare perché Lo steddazzu, scritta nel lontano gennaio del 1936, continui ancora oggi a raggiungere il lettore con una forza sorprendente.

Perché tutti, almeno una volta, possiamo aver conosciuto un'alba nella quale il giorno davanti a noi sembrava non promettere niente.

E Pavese ha saputo trasformare quella sensazione in poesia.

La stella del mattino scompare, il sole arriva e l’uomo accende la pipa. Il mondo ricomincia, anche quando dentro di noi sembra che nulla possa più cominciare.

Cesare Pavese, “Lo steddazzu”, composta a Brancaleone Calabro, 9-12 gennaio 1936; confluita in “Lavorare stanca”. Il testo è presente anche in “Poesie edite e inedite”, a cura di Italo Calvino, Einaudi, Torino, 1967.

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Lo steddazzu di Cesare Pavese è una delle poesie più intense dedicate alla solitudine, all’attesa e al trascorrere del tempo. Composta a Brancaleone Calabro nel gennaio 1936, racconta un’alba nella quale il nuovo giorno sembra non portare alcuna speranza.

GEO: Brancaleone Calabro, Calabria, Italia – Torino, Piemonte, Italia

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Descrizione immagine: Rappresentazione realistica e poetica di un uomo solo seduto sulla riva del mare accanto a un fuoco, mentre la notte lascia lentamente spazio all’alba. L’immagine richiama l’atmosfera di Lo steddazzu, composta da Cesare Pavese a Brancaleone Calabro nel gennaio 1936.

Crediti: Immagine originale generata con intelligenza artificiale per Alessandria Post.



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